domenica 25 novembre 2012

Il filo dei miei pensieri

Vi è mai successo di agganciare qualcosa con lo sguardo, qualcosa che veleggiava nell'aria ed è capitato, all'improvviso, proprio davanti a voi?
Qualunque cosa, un granello di polvere un po' più grande, quanto bastava per poterlo distinguere, una minuscola bolla di sapone mentre sfuggita dallo sfregare delle vostre mani sul vostro corpo mentre fate la doccia... o un leggerissimo filo staccatosi da qualche sciarpa o maglione, come è capitato, oggi, a me.
Avviene qualcosa di strano, sapete? Quasi una sorta di magia.
Nel consueto divenire e muoversi delle cose ecco che, senza preavviso, qualcosa che osa muoversi più lentamente, senza seguire la bacchetta del maestro d'orchestra, galleggia senza ordine e direzione di fronte a me. Sembra guardarmi, come io guardo lui. E' un filo, un leggerissimo filo bianco che svolazza irrisorio senza curarsi del vento che dovrebbe spingerlo a proseguire più velocemente il suo strano percorso.
Mi sono fermata, e per qualche istante è sembrato fermarsi anche lui, forse risucchiato dallo spostamento d'aria provocato dal mio improvviso arresto. Sono sicura che quel filo, in qualche altra dimensione o logica universale, avesse degli occhi con cui osservarmi incuriosito... forse anch'io dovevo sembrargli strana, ferma lì, in mezzo alla strada. Deve aver pensato che non seguissi gli ordini del direttore d'orchestra, ne sono quasi sicura, deve averlo pensato anche lui, in qualche modo.
Sì.
Qualche frazione di secondo, ecco quant'è durato il nostro scambio di sguardi, ma tanto è bastato a fare avvenire quella magia: per quel brevissimo tempo, tutto mi è apparso un po' più lontano, non troppo, non tanto da sentirmi estranea, ma sufficientemente da sentire più me stessa del mondo esterno; il suono leggero del mio respiro leggermente affannato dalla camminata piuttosto che il rumore delle auto, il battito del mio cuore; il lieve, lievissimo armonioso ronzio dei miei pensieri, chiari, improvvisamente solo miei senza interferenze e intrusioni. Guardando quel filo galleggiante, il mondo appariva vicino, ma faceva da sfondo.
Uno sfondo meno invadente e rumoroso di quanto non fosse di consueto.
Pochi attimi, e il filo leggero ha ripreso a veleggiare sospinto da qualche forza invisibile, ho provato a seguirlo quanto più possibile, ma è svanito presto, confondendosi con i colori dell'immagine alla quale era riuscito a sfuggire per un po'.
Sorridevo quando ho ripreso a camminare, concentrata sul rumore dei miei passi più di quanto non fossi stata da tempo immemore.
Il punto è che io l'ho visto! Il punto che lui è sfuggito all'immagine anche grazie a me, capite?
Il punto è, soprattutto, che io sono sfuggita al mondo grazie a lui. Fermandomi sono rientrata in me, ho smesso di camminare troppo avanti o troppo indietro rispetto al mio respiro, al mio cuore, ai miei pensieri.
Ero lì, ed ero io. Semplice. Grandioso.
Ho continuato a sorridere per parecchia strada, credetemi, non senza lanciare un Grazie al vento, e lasciarlo andare, al ritmo che preferiva, nel mondo.

martedì 20 novembre 2012

Le Perle di Gerald Durrel - #1

Non esiste, a mio parere, un modo migliore per descrivere l'arrivo, la "calata" dell'estate, di quello che Gerald Durrel ha scelto di "dipingere" nelle pagine di uno dei suoi libri più belli.
Se ne avete voglia, immergetevi in queste righe. Vi posso promettere che, se una volta finito di leggere chiuderete gli occhi e inspirerete a pieni polmoni, vi sembrerà di sentire i leggeri fischi dei gufi, il profumo inconfondibile del mare delle sere tiepide d'estate, il dolce gracchiare sommesso delle rane...
Bè, buon viaggio, cari lettori....


La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola con i loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. Gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate.
Sulle colline, tra gli scuri cipressi e l'erica, sciami di farfalle volavano e volteggiavano come coriandoli sospinti dal vento, fermandosi ogni tanto su una foglia per deporre una salva di uova. Le cavallette e le locuste zirlavano come sonerie di orologi sotto i miei piedi; e volavano ubriache in mezzo all'erica, con le ali che scintillavano al sole. Tra i mirti si aggiravano caute le mantidi, con leggerezza, oscillando lievemente, la quintessenza del male. Erano magre e verdi, con le facce senza mento e mostruosi occhi a forma di globo, color d'oro translucido, colmi di un'espressione di intensa e predatoria pazzia. Le braccia ricurve, con le loro frange di denti aguzzi, erano sollevate in un gesto di finta supplica al mondo degli insetti, con tanta umiltà, con tanto fervore, tremando appena appena quando una farfalla volava troppo vicino.
Verso sera, quando cominciava a fare più fresco, le cicale smettevano di cantare; le sostituivano in quel compito le verdi raganelle, appiccicare sulle foglie dei limoni accanto al pozzo. Con gli occhi sporgenti e fissi come se fossero in uno stato ipnotico, i dorsi lustri come le foglie tra le quali erano accovacciate, gonfiavano i loro sacchetti vocali e gracidavano rauche e con tanto impeto da far temere che i loro corpi umidicci fossero sul punto di scoppiare per lo sforzo. Quando il sole calava c'era un breve crepuscolo verde mela che sbiadiva e diventava color malva, e l'aria si faceva più fresca e s'impregnava dei profumi della sera.
[...] Il mare era liscio, caldo e scuro come velluto nero, senza una sola increspatura sulla superficie. La costa lontana dell'Albania era confusamente delineata da un lieve barlume rossastro nel cielo. Gradualmente, di minuto in minuto, quel barlume si faceva più intenso e più vivido, diffondendosi su tutto il cielo. Poi all'improvviso la luna, enorme, color rosso vino, spuntava al di sopra dei bastioni frastagliati delle montagne, e gettava un dritto sentiero rosso sangue sul mare cupo. Allora comparivano i gufi, che vagavano da un albero all'altro silenziosi come scaglie di fuliggine, fischiando stupefatti via via che la luna si alzava nel cielo, prima rosa, poi d'oro, e infine veleggiando tra una nidiata di stelle come una bolla argentea.

(Gerald Durrel - La mia famiglia e altri animali)

venerdì 16 novembre 2012

Country roads, take me home...

Dov'è?
Dov'è casa mia?
E casa tua? Dov'è? La vedi?
Tu, dimmi, riesci a vederla?
Se ci riesci, allora sai che non è fatta di mattoni e non ha muri, né porte.
La vedi? Dimmelo, se ci riesci...perché è importante per me saperlo.
Se la vedo, mi chiedi?
Sì, la vedo. Oh sì, io la vedo...
Io la vedo, forse, da prima ancora di riuscire a parlare o a formulare pensieri che avessero un senso per questo strano mondo. La vedo da sempre, da quando ho aperto gli occhi per la prima volta e ho guardato, in qualche modo offuscato, davanti a me.
Appare, ecco quello che credo, appare davanti a chi è destinato a sognare.
E così sorridi, no? Tu non l'hai fatto? Tu non hai riso? Prova, provaci adesso, prova a chiudere gli occhi e a ricordare.
La mente forse non ci riesce, ma il cuore sì, amico mio. Il cuore ricorda tutto quello che la mente tende a nascondere, perché la mente si adegua al mondo, il cuore invece no.
Oh, stai ridendo!! Allora la vedi! La stai vedendo!
Senti una musica? Sì, lo so...spesso succede, a me succede. Batti il piede, lo vedo, i tuoi occhi sotto le palpebre si muovono, cosa vedono? Hai tirato fuori la lingua e ti sei leccato le labbra...e hai inspirato qualcosa, un profumo, che ti ha fatto allargare il petto più di quanto non avesse mai fatto da quando sei vivo.
Ecco, sì, questi sono i segni.
Hai visto quanto è bella? Annuisci, certo, perché è casa tua.
Una casa che non è fatta di mattoni e non ha muri né porte, ma solo strade e sentieri, e cieli e profumi, e musica e odori, e piedi che camminano, corrono e ballano. E i tuoi polmoni respirano e si riempiono e si riempiono e si odono risate e le fronti non sono corrugate, ma distese...distese...distese di prati in fiore al tramonto o di campi di grano oscillanti nel vento tiepido della sera; Montagne innevate, il sale del mare, milioni di milioni di stelle da contare...
...ma niente muri né porte, niente recinti o cancelli, solo spazio, tanto spazio per essere quello che sei destinato ad essere, amico mio.
La vedi? Dov'è? No! Non dirmelo! Solo tu devi saperlo, o smetterà di essere tua, smetterà di essere unica...
Non preoccuparti amico mio, siamo vicini, molto più di quanto tu creda.
Quelle case, le nostre, quelle vere, non potrebbero essere più vicine di così.
Ti va se balliamo?
Non importa se non seguiamo gli stessi passi, si balla meglio con due ritmi diversi, ci si sente più liberi...
Più liberi, amico mio...
Più liberi.



mercoledì 24 ottobre 2012

Il vento dentro


Non smettere mai di soffiare, 
ecco, ti chiedo in fondo solo questo...per me. 
Questo vento, dentro, che comunque vada non si spegne mai. 
Questo, almeno questo voglio. 
Lo pretendo e lo merito. 
Perché è qualcosa che riesco a sentire 
anche contro al rumore del mondo che mi sta diventando ogni giorno più estraneo. 
Questo, io lo sento. 
Lo sento ancora. 
Questo allora deve restare mio per sempre. 
Ti avviso, te lo ruberò, dovesse essere necessario...e nessuno, nessuno lo giuro, riuscirà a convincermi che non deve essere mio. 
Nessuno, mai, fino alla fine.



mercoledì 17 ottobre 2012

L'ombra che corre

Vi è mai capitato di vedere un fantasma?
Oh... forse voi non ci credete, forse pensate che che chi li vede sia pazzo, che la notte non riservi poi molte sorprese.
Non avete mai guardato un angolo a lungo, nel buio? Così a lungo da essere costretti, a un certo punto, a distogliere lo sguardo perché qualcosa, una qualche forma, cominciava a comparire lì, accucciata a guardarvi?
Lo avete fatto, lo so, lo fanno tutti.
Tutti vedono un'ombra muoversi quando dovrebbe stare ferma, tutti si voltano di scatto al suono di un rumore sconosciuto, e quei sussurri...quelli tra sogno e realtà, quelli che appena svegliati, col sudore sulle tempie, ci respirano ancora addosso per una stridula manciata di secondi folli.
Dai, ammettetelo, anche voi avete visto un fantasma, anche voi.
Perché i fantasmi, sapete, sono fatti di tante cose, tante cose che ci somigliano.
Forse potreste scoprire che quella forma nascosta nell'angolo ha i vostri stessi occhi, socchiusi, intenti a osservare una parte di voi sconosciuta, intenti a scoprire cosa hanno sbagliato, durante il giorno, durante la luce che a volte acceca e rende tutti, in un certo senso, in un certo spaventoso senso, troppo uguali.
Potreste avere la sensazione di riconoscere il vostro profilo in quell'ombra che, improvvisamente, è sfuggita alla presa del vostro sguardo. Se state attenti, molto ben attenti, potreste sentire l'eco dei vostri passi, mentre corre via veloce, scappando da quello che non avete il coraggio di affrontare da troppo tempo, e che da troppo tempo lasciate vincere, accontentandovi di rimanere fermi ad aspettare.
Potreste sentire i sussurri uscire dalle vostre labbra socchiuse mentre la vostra mente rimane aggrappata a quel lembo di sogno penzolante e sdrucito.
Forse voi non ci credete ma, capita che i fantasmi che ci camminano intorno, magari quelli che ci fanno più paura, siano talmente simili a noi da avere la stessa anima, lo stesso respiro, le stesse paure.
Può essere che siano qui per aiutarci.
Ci avete mai pensato?
Può essere che ci urlino qualcosa di importante, a modo loro...
Siete sicuri, davvero, di non aver mai visto un fantasma?
Siete davvero sicuri di non averlo riconosciuto?
No?
Allora provate, stanotte, quando tutti intorno a voi staranno dormendo, a parlare a quella forma rannicchiata nell'angolo della vostra stanza...
Provate a seguire con lo sguardo quell'ombra che corre.
Provate ad ascoltate quell'urlo importante.

martedì 16 ottobre 2012

Premio Simplicity

Come non ringraziare I Libri di Lo per aver scelto anche me come destinataria del "Premio Simplicity": grazie  con tutto il cuore, è un vero onore.

Le regole del premio sono le seguenti:

1- Rispondere alla domanda "Cos'è la semplicità?";
2- Dedicare un'immagine alla persona che ti ha dato il premio;
3- Passare il Premio a 12 blogger;


Perfetto, partiamo? Partiamo...

1 - Trovarsi a spiegare cosa sia la semplicità sembra quasi un paradosso, ed è soprattutto paradossale (o forse, in fondo, logico) trovarsi in difficoltà, nello spiegare cosa sia la semplicità. Forse perché la semplicità non deve essere spiegata, è esattamente quello che vediamo nel momento in cui lo vediamo, scevro da qualsivoglia altra interpretazione personale. La semplicità è quello che non ha bisogno di parole, è quello che appare e non sembra, è quello che ammette un solo tipo di sguardo, non interpretativo, ma concreto; concreto perché semplice. Concreto perché puro.

2 - Ecco perché, Lorenza, l'immagine che voglio dedicarti a proposito di semplicità non può che essere questa: 



3 -  Passo il premio a:














lunedì 1 ottobre 2012

Piovono maschere

Questa notte ho fatto uno strano sogno. Da un cielo nuvoloso e plumbeo cadevano, al posto delle gocce di pioggia, milioni di maschere di carnevale. Erano semplici, di quelle che coprono solo gli occhi, coloratissime e sgargianti. Vederle scendere dal cielo, come se non si rendessero conto di quanto fossero fuori posto, era nauseante, la loro visione non rimandava allegria, tutt'altro, e ognuna di loro sembrava essere accompagnata da un urlo ridanciano e stonato.
Nausea e brividi, era quello che provavo vedendole scendere come fiocchi di neve malformati nel colore e nell'anima. Ricordo di aver sporto la mano oltre il davanzale e averne sentita qualcuna poggiarsi sul mio palmo aperto. Ricordo la sensazione innaturale di quel tocco, ricordo che è stato quello ad avermi svegliato.
Il tocco, non delicato e fresco come solo la neve sa fare, quando come burro si scioglie a contatto con il calore dei nostri corpi. Era un tocco duro, spigoloso e freddo in maniera irrimediabile, quello delle maschere di carnevale. Un freddo che probabilmente mi ha svegliata, facendomi aprire gli occhi alle 4.30 circa del mattino nel buio di una notte troppo silenziosa.
Ho faticato a riaddormentarmi; e anche quando ci sono riuscita, il sonno in cui sono caduta era agitato e teso.
Difficile dormire, dopo aver sentito quel tocco freddo, quelle risa stonate da maschere troppo colorate senza bocca e con buchi al posto degli occhi.
Che brutto quando l'angoscia si infila nei sogni e crea cieli così terribili da lasciar piovere maschere urlanti...
Che brutto quando ci si sveglia in un buio così silenzioso, perché si ricordano ancora meglio le grida.
Che brutto poi, quando la notte viene contro al riposo, senza lasciarti chiudere gli occhi in pace, senza lasciarti qualche ora senza paura.