venerdì 11 gennaio 2013

Sono là...


Ci sono cose che, per quanto mi sforzi, non riuscirò mai a spiegare. Quando le immagini sono troppo dense di desiderio, le parole scivolano via e rimangono stralci di visioni... Allora ogni tanto mi prende qualcosa, dentro, tra lo stomaco e il cuore, parte da lì. Ed è qualcosa che centra con un sole caldo di un tardo pomeriggio d'estate ed una voce, la sua, che mi parla di qualcosa di normale, di banale e quotidiano...qualcosa che sa di pane, da quanto è buono e semplice. E' qualcosa che sente il bisogno urgente di sospirare profondamente, qualcosa che vuole sentire sollievo, come dopo lo svegliarsi da un brutto incubo buio e difficile da capire. E' qualcosa che ha anche a che fare con la carne, la mia, e le ossa, le mie, e tutto insieme quello che è il mio corpo e che è anche la mia anima, tutto quello verso cui sono spinti, insieme...un messaggio che qualcuno ha voluto lasciare, come un'impronta dolorosa ma giusta. Come se quello che sono e sarò io l'avessi visto tempo fa, e lo avessi accettato, quasi come si accetta una missione. E' la voglia di dirgli "ti voglio bene" un'ultima volta, con la voce da adulta, non con quella di una bambina...E' la voglia di far capire a chi mi ha accanto che certe volte io sono... altrove. Per spiegare quell'altrove non esistono parole. Solo, quando vi sembro lontana, quando non rido o rido troppo, quando mi incanto a guardare troppo a lungo qualcosa, quando mi arrabbio un po' più facilmente, quando mi chiamano e non rispondo, ecco...sono là.
Sono là.

sabato 8 dicembre 2012

Libera recensione - 1984, di George Orwell

1984diGeorgeOrwell, detto così, tutto insieme, come fosse una parola sola. Era così che lo conoscevo, "di vista", da sempre. Era così che lo chiamavo nella mia mente quando, mentre macinavo e divoravo libro dopo libro, mi dicevo "Devo assolutamente leggere, prima o poi, 1984diGeorgeOrwell !!". 
Dovevo assolutamente leggerlo, sì, da appassionata quale sono della tematica post-apocalittica , era un libro che da sempre mi attraeva ma che, per un motivo o per l'altro, veniva sempre sostituito da un altro. Ora, finalmente, l'ho letto. Ha soddisfatto le mie aspettative? Oh, sì. Se possibile, a dire il vero, le ha di gran lunga superate. 
Perché? 
Perché 1984diGeorgeOrwell è, a tutti gli effetti, e sotto innumerevoli aspetti, un libro spaventoso. 
E', ad esempio e soprattutto, spaventosamente indicatore delle nostre paure umane, di quelle più sottili e di quelle più eclatanti. 1984, non dimentichiamocelo, è stato scritto nel 1948. Il mondo stava lentamente trascinandosi fuori da uno delle sue peggiori malattie: la seconda guerra mondiale; e se Orwell avesse scritto di quello, o di qualcosa di simile, di non troppo lontano, allora non ci sarebbe stato molto di che stupirsi. Ma invece ha fatto di più, molto di più. Orwell è andato oltre, ha seguito con lo sguardo un'immaginaria linea temporale ed è arrivato a scorgere, nella sua mente geniale, uno dei possibili (più che possibili) futuri dell'umanità. Un futuro nato da uno straziante passato, figlio della morte, dei totalitarismi e degli annientamenti umani interiori, prima che esteriori. 
Immediatamente si percepisce l'idea di stare osservando un mondo falso, basato sul non vero, scevro da qualunque aspetto vitale. Eppure, in quel mondo, si vive. 
E come si può vivere, appunto, senza vita? Come si può vivere senza potersi innamorare? Come si può vivere senza desiderare? Senza, addirittura, permettersi di pensare? 
Orwell riesce benissimo nell'intento di illustrare quello che più volte l'umanità ha sfiorato. Ci fa dare un'occhiata al baratro che, nonostante tutti i nostri apparenti sforzi, continua a circondarci. 
Lo fa mettendoci sotto lo sguardo costante e inquisitore del Grande Fratello, facendoci sentire prigionieri in uno dei modi più spaventosi che si possano immaginare: la nostra vita diventa, in 1984, di proprietà di qualcun altro. A tutti gli effetti, in quel possibile futuro, noi non apparterremmo più a noi stessi. Nulla corrisponderebbe a quello per cui è stato inventato, tutto sarebbe controvertito, violentato, snaturato, a cominciare dal passato, dalla verità e dall'individualità.
Se è vero che un libro non ha mai un unico messaggio, e che molto dipende da quello che riusciamo a vederci noi, allora quello che io ho personalmente recepito è un grido d'allarme e d'aiuto lanciato da Orwell. Tutto il libro ne è pervaso, come un vento che soffia tra le vie desolate che percorrerete qualora decidiate di leggerlo. 
Il grido della vita, che nonostante tutto, si rifiuta di lasciare il campo al nulla e che anche sottomessa spinge e spinge, come un fiore spacca il cemento.
Un grido che non ha sempre la forma che crediamo, o che ci aspettiamo, e che forse può riassumersi benissimo nel bisbigliare appositamente inespressivo e fugace di Winston e Julia, immersi nella folla, vicinissimi l'uno all'altra:
"Mi senti?"
"Sì."
Un grido che prosegue nei gesti, quando dopo essersi scambiati qualche veloce indicazione, le loro mani si sfiorano, nascoste dall'accalcarsi della gente di fronte alla sfilata di carri ricolmi di prigionieri di guerra, per non più di qualche secondo e che Orwell descrive così:
Le loro mani erano rimaste strette per non più di dieci secondi, e tuttavia quel tempo era parso lunghissimo. A Winston fu sufficiente per conoscere ogni dettaglio della mano che lo stringeva. Ne esplorò le dita lunghe, le unghie armoniose, la palma callosa, indurita dal lavoro, la pelle liscia al di sotto dei polsi: ora sarebbe stato capace di riconoscerla a vista.
Vorrei poter dire che libri come questo possono davvero essere utili ad evitare quel baratro. 
Per ora, però, mi limito a sperarlo. 
Il mio giudizio finale, nel caso non si fosse evinto prima: SPAVENTOSAMENTE MAGNIFICO.



Da questo libro:


Quando fai l'amore, consumi energia. Dopo ti senti felice e te ne freghi di tutto il resto, e questo loro non possono permetterlo. Loro vogliono che tu sia sempre lì a scoppiare di energia: tutte queste marce, queste grida di acclamazione, questo sventolio di bandiere, non sono altro che sesso andato a male.


Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci.


Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.


Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA E' PACE
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'
L'IGNORANZA E' FORZA





giovedì 6 dicembre 2012

L'avete vista, la foto?

L'avete vista, la foto?
Quella comparsa sul New York Post ieri, quella che tutti i telegiornali hanno mostrato sventolandola come un indumento scandaloso e succinto, quella che ci permette di guardare il braccio teso di un uomo appena buttato da un altro sui binari della metropolitana mentre il treno sopraggiunge. Non ho avuto il coraggio di guardarla bene ma, dicono, il viso dell'uomo sui binari è rivolto verso il treno... lo guarda arrivare.
Io ricordo il braccio, invece. E' appoggiato sulla banchina, proteso, ma non troppo. Come se cercasse aiuto, o lo avesse cercato, ma fosse sicuro di non riceverlo. E allora guarda il treno arrivare.
Non mi domando, nemmeno ci provo, cosa possa aver pensato in quegli attimi. Il solo domandarmelo potrebbe risultare una presa in giro alla sua esistenza e alla sua fine lì, sui binari bui di una metropolitana, per il volere di un altro uomo che ha semplicemente deciso così.
Sarebbe una presa in giro chiedersi cosa si pensa quando si vede un treno arrivare verso di noi...e sarebbe straziante saperlo, e sapere cosa si pensa quando ritiriamo leggermente il braccio inizialmente proteso, lo avviciniamo a noi, perché nessuno lo sta afferrando per salvarci.
Ma l'avete vista, quella foto? Io sì. E se l'ho vista, è perché qualcuno l'ha scattata. Un giornalista, appunto. Che, dicono i giornali e il web, avrebbe tentato di segnalare qualcosa al macchinista, scattando diversi flash.
Lo accusano di non aver nemmeno tentato di salvare l'uomo sui binari, di aver pensato solo a scattare quella foto per poi pubblicarla.
Io non lo so cosa ha pensato il giornalista, io non lo so quanto fosse lontano dall'uomo, quanti attimi rimanessero, io non ero lì.
Ma quel braccio, quel braccio rassegnato di un uomo che sta per morire e guarda la morte arrivare, quel braccio che nessuno ha nemmeno provato ad afferrare (nessuno, non solo il giornalista), quella mano che nessuno ha provato a tenere, io non me li dimenticherò mai.
E' una foto che spiega fin troppo bene il mondo di oggi e, forse, il mondo di sempre.
E' una foto che spiega fin troppo bene quanto siamo soli con la nostra parvenza di umanità.
Non avevamo bisogno di un'altra prova di quanto siamo spaventosi.
Davvero, non ne avevamo bisogno.

martedì 4 dicembre 2012

La buona stella


Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che c'è chi è destinato a essere felice.
Nasce sotto una buona stella, non ce n'è, e lì rimane. Poco importa se nella vita crede di attraversare momenti difficili, tra quel che crede e quel che effettivamente è, passerà sempre una distanza infinita. E forse piangerà, forse soffrirà, ma dalla luce della buona stella non si scosterà mai; le sue notti saranno sempre brevi in confronto ai lunghi, caldi e luminosi giorni di successi. Dovrà salire qualche gradino, ma saranno pochi e poco ripidi, lunghe scalinate non attraverseranno mai le sue rette vie pianeggianti e, quando dovrà salire quei pochi gradini, avrà qualcuno a facilitargli il compito. Dovrà rinunciare a qualcosa, sì...potrà capitare, ma sarà qualcosa che non serve a respirare, o a camminare, o a cui aggrapparsi per rialzarsi...sarà molto spesso qualcosa che credeva utile e invece non lo era, alleggerito da quel peso, avrà spazio per accumular tesori preziosi.
E' il destino, è la sua buona stella... è nato così: fortunato.
Eppure, inspiegabilmente, non lo sa.
Eppure, inspiegabilmente, se gli chiederai di parlarti di sé, troverà il modo di elencarti le sue ferite, le sue notti buie, i suoi incommensurabili dolori e, sempre, tralascerà la lunga lista di gioie e risa, di benessere superfluo ed eccedente che, da quando è nato, ha avuto tra le mani. Non lo merita, eppure è felice. Non lo apprezza, non ringrazia, eppure è fortunato. Piange, anche quando dovrebbe ridere e ride quando intorno gli altri piangono.
Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che c'è anche chi crede di non meritare di essere felice, e che per queste persone tutto è molto più difficile. Non so ancora dove stia il senso, dove sia il libro che contiene queste strane formule matematiche... So che, senza la buona stella a illuminarti il cammino, si impara meglio a vedere nel buio e, forse, anche questa può essere fortuna.

mercoledì 28 novembre 2012

Le Perle di Stephen King - #3

Non tutte le barche che salpano nelle tenebre non ritrovano più il sole o la mano di un altro bambino; se la vita insegna qualcosa, ti mostrerà allora che le storie a lieto fine sono così numerose che è lecito dubitare della razionalità di chi non crede nell'esistenza di Dio.
[...] Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si spegne, allontanati dal ricordo...ma non dal desiderio. 
Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. 
Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

(Stephen King - IT)

domenica 25 novembre 2012

Il filo dei miei pensieri

Vi è mai successo di agganciare qualcosa con lo sguardo, qualcosa che veleggiava nell'aria ed è capitato, all'improvviso, proprio davanti a voi?
Qualunque cosa, un granello di polvere un po' più grande, quanto bastava per poterlo distinguere, una minuscola bolla di sapone mentre sfuggita dallo sfregare delle vostre mani sul vostro corpo mentre fate la doccia... o un leggerissimo filo staccatosi da qualche sciarpa o maglione, come è capitato, oggi, a me.
Avviene qualcosa di strano, sapete? Quasi una sorta di magia.
Nel consueto divenire e muoversi delle cose ecco che, senza preavviso, qualcosa che osa muoversi più lentamente, senza seguire la bacchetta del maestro d'orchestra, galleggia senza ordine e direzione di fronte a me. Sembra guardarmi, come io guardo lui. E' un filo, un leggerissimo filo bianco che svolazza irrisorio senza curarsi del vento che dovrebbe spingerlo a proseguire più velocemente il suo strano percorso.
Mi sono fermata, e per qualche istante è sembrato fermarsi anche lui, forse risucchiato dallo spostamento d'aria provocato dal mio improvviso arresto. Sono sicura che quel filo, in qualche altra dimensione o logica universale, avesse degli occhi con cui osservarmi incuriosito... forse anch'io dovevo sembrargli strana, ferma lì, in mezzo alla strada. Deve aver pensato che non seguissi gli ordini del direttore d'orchestra, ne sono quasi sicura, deve averlo pensato anche lui, in qualche modo.
Sì.
Qualche frazione di secondo, ecco quant'è durato il nostro scambio di sguardi, ma tanto è bastato a fare avvenire quella magia: per quel brevissimo tempo, tutto mi è apparso un po' più lontano, non troppo, non tanto da sentirmi estranea, ma sufficientemente da sentire più me stessa del mondo esterno; il suono leggero del mio respiro leggermente affannato dalla camminata piuttosto che il rumore delle auto, il battito del mio cuore; il lieve, lievissimo armonioso ronzio dei miei pensieri, chiari, improvvisamente solo miei senza interferenze e intrusioni. Guardando quel filo galleggiante, il mondo appariva vicino, ma faceva da sfondo.
Uno sfondo meno invadente e rumoroso di quanto non fosse di consueto.
Pochi attimi, e il filo leggero ha ripreso a veleggiare sospinto da qualche forza invisibile, ho provato a seguirlo quanto più possibile, ma è svanito presto, confondendosi con i colori dell'immagine alla quale era riuscito a sfuggire per un po'.
Sorridevo quando ho ripreso a camminare, concentrata sul rumore dei miei passi più di quanto non fossi stata da tempo immemore.
Il punto è che io l'ho visto! Il punto che lui è sfuggito all'immagine anche grazie a me, capite?
Il punto è, soprattutto, che io sono sfuggita al mondo grazie a lui. Fermandomi sono rientrata in me, ho smesso di camminare troppo avanti o troppo indietro rispetto al mio respiro, al mio cuore, ai miei pensieri.
Ero lì, ed ero io. Semplice. Grandioso.
Ho continuato a sorridere per parecchia strada, credetemi, non senza lanciare un Grazie al vento, e lasciarlo andare, al ritmo che preferiva, nel mondo.

martedì 20 novembre 2012

Le Perle di Gerald Durrel - #1

Non esiste, a mio parere, un modo migliore per descrivere l'arrivo, la "calata" dell'estate, di quello che Gerald Durrel ha scelto di "dipingere" nelle pagine di uno dei suoi libri più belli.
Se ne avete voglia, immergetevi in queste righe. Vi posso promettere che, se una volta finito di leggere chiuderete gli occhi e inspirerete a pieni polmoni, vi sembrerà di sentire i leggeri fischi dei gufi, il profumo inconfondibile del mare delle sere tiepide d'estate, il dolce gracchiare sommesso delle rane...
Bè, buon viaggio, cari lettori....


La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola con i loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. Gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate.
Sulle colline, tra gli scuri cipressi e l'erica, sciami di farfalle volavano e volteggiavano come coriandoli sospinti dal vento, fermandosi ogni tanto su una foglia per deporre una salva di uova. Le cavallette e le locuste zirlavano come sonerie di orologi sotto i miei piedi; e volavano ubriache in mezzo all'erica, con le ali che scintillavano al sole. Tra i mirti si aggiravano caute le mantidi, con leggerezza, oscillando lievemente, la quintessenza del male. Erano magre e verdi, con le facce senza mento e mostruosi occhi a forma di globo, color d'oro translucido, colmi di un'espressione di intensa e predatoria pazzia. Le braccia ricurve, con le loro frange di denti aguzzi, erano sollevate in un gesto di finta supplica al mondo degli insetti, con tanta umiltà, con tanto fervore, tremando appena appena quando una farfalla volava troppo vicino.
Verso sera, quando cominciava a fare più fresco, le cicale smettevano di cantare; le sostituivano in quel compito le verdi raganelle, appiccicare sulle foglie dei limoni accanto al pozzo. Con gli occhi sporgenti e fissi come se fossero in uno stato ipnotico, i dorsi lustri come le foglie tra le quali erano accovacciate, gonfiavano i loro sacchetti vocali e gracidavano rauche e con tanto impeto da far temere che i loro corpi umidicci fossero sul punto di scoppiare per lo sforzo. Quando il sole calava c'era un breve crepuscolo verde mela che sbiadiva e diventava color malva, e l'aria si faceva più fresca e s'impregnava dei profumi della sera.
[...] Il mare era liscio, caldo e scuro come velluto nero, senza una sola increspatura sulla superficie. La costa lontana dell'Albania era confusamente delineata da un lieve barlume rossastro nel cielo. Gradualmente, di minuto in minuto, quel barlume si faceva più intenso e più vivido, diffondendosi su tutto il cielo. Poi all'improvviso la luna, enorme, color rosso vino, spuntava al di sopra dei bastioni frastagliati delle montagne, e gettava un dritto sentiero rosso sangue sul mare cupo. Allora comparivano i gufi, che vagavano da un albero all'altro silenziosi come scaglie di fuliggine, fischiando stupefatti via via che la luna si alzava nel cielo, prima rosa, poi d'oro, e infine veleggiando tra una nidiata di stelle come una bolla argentea.

(Gerald Durrel - La mia famiglia e altri animali)