Solo una cosina, ecco...
...semplicemente grazie.
Dopo più di un anno di blog, dopo gli alti e bassi e l'inguaribile scostanza che mi vive dentro e che si riversa in ogni cosa che faccio e, quindi, anche in questo blog, quello che mi sento è di dire grazie.
A tutti i miei lettori fissi, e anche a chi passa di qua per una lettura veloce e poi esce in punta di piedi, senza fermarsi.
Grazie a tutti, tutto qui.
Perché nulla di ciò che si scrive avrebbe senso senza qualcuno che lo legge e, in qualche modo, qualsiasi modo, lo mescoli un po' ai suoi pensieri, alla sua anima.
Grazie a chi commenta, che poi è la cosa più bella perché mi permette di sentire quello che provate, e grazie anche a chi non lo fa e preferisce tenersi tutto per sé o magari non ha nulla da dire.
Grazie, perché dietro a questa porta c'è molto della mia anima più nascosta, e perché è stato il primo passo per uscire da una "stanza" in cui un po' da sola e un po' per colpa delle spinte mi ero chiusa.
Grazie, a tutti.
Proprio a tutti.
sabato 10 agosto 2013
domenica 4 agosto 2013
Libera Recensione - Joyland, Stephen King
Ho atteso questo libro con ferocia, come ogni nuovo romanzo di "Zio Stevie", pregustando già, spinta dalla mia immaginazione e dai pochi ma forti suggerimenti che la trama e la copertina lanciavano, l'atmosfera agrodolce del Luna park; quell'impareggiabile sensazione drammatica che, nonostante le luci, la musica, le risate, le giostre e i colori, in qualche magico modo riesce sempre a trasudare da un parco dei divertimenti. Come la condensa di goccioline che si forma quando un'ambiente caldissimo e luminoso circonda un nucleo buio e freddo, nascosto. Con ferocia l'ho atteso e con ferocia ho tentato inizialmente di leggerlo, per poi scoprire che non era il modo giusto di farlo. No, perché Stephen King questa volta va inspiegabilmente piano non tanto nella narrazione, che invece sembra non perdersi in inutili descrizioni abbandonando ogni tipo di fronzoli, quanto più che altro nella parte di "pelle" che vuole lasciarti vedere, che vuole scoprire e lasciarti toccare.
Sembra che voglia trattenersi, sembra che voglia che tu conosca solo le linee guida, che tu colga l'importanza di quello che ti sta raccontando ma che non ne diventi del tutto padrone perché, forse, è giusto che la storia sia, almeno qualche volta, solo di chi la racconta e di chi l'ha vissuta.
Inizialmente sono rimasta perplessa da questo suo nuovo modo di raccontare, quasi delusa. Poi, ho capito.
Se avesse fatto diversamente, con tutta probabilità la vicenda avrebbe perso gran parte del suo fascino più profondo, sarebbe divenuta la "solita storia di fantasmi" con il cliché (cliché sempre bello, lasciatemelo dire, certe cose non subiscono l'impoverente potere dell'inflazione) del Luna Park infestato dagli spettri.
Joyland invece non è una storia di fantasmi, anche se il fantasma c'è, forse più d'uno, se contiamo quelli che albergano dentro ognuno di noi e che hanno nomi che alla maggior parte della gente a volte sembrerebbero ridicoli. Joyland è, forse più di ogni altra cosa, la storia di una crescita. La storia di qualcosa che il narratore protagonista tiene serbato nel suo cuore da una vita intera e che ha voglia di provare a spiegare in parole da cui traspare con dolorosa evidenza, la malinconia. Sembra quasi una confessione, uno svuotare l'anima, un parlare tra sé e sé
E noi, da lettori, abbiamo l'impareggiabile onore di osservarla e ascoltarla e, perché no, in qualche modo viverla. Joyland è un bel libro?
Indubbiamente sì.
Buona lettura a tutti i Fedeli Lettori di King, non resterete delusi, se si apre il proprio cuore mentre si sfogliano le pagine di un romanzo, non lo si resta mai.
Da questo libro:
"Il nostro è un mondo in rovina, funestato da guerre, atrocità e assurde tragedie. A ogni suo abitante, uomo o donna che sia, è toccata una razione di infelicità e di notti insonni. Quelli di voi che ancora ne sono all'oscuro, lo scopriranno presto. Considerata questa triste ma innegabile verità della condizione umana, avete appena ricevuto un dono inestimabile: vi trovate qui per vendere divertimento."
"...dovete capire che all'epoca non avevo nessun termine di confronto. Anche quello è essere giovani."
"I giovani crescono, mentre gli anziani invecchiano e basta, sempre più convinti di essere dalla parte della ragione."
"Nessuna estate dura per sempre."
martedì 16 luglio 2013
Libera Recensione - Il tempo è un dio breve, Mariapia Veladiano
Questo è un libro sulla fede, sì, si può dire.Si può dire anche che è un libro sul dolore; così come si può dire che è un libro sulla vita e sulla morte, sulla paura, sul dubbio, o sulla speranza.
Si può dire tutto questo ed altro ancora ma, sopra ad ogni cosa, credo, si può dire (o perlomeno si dovrebbe, a mio parere) che sia un libro sull'Amore.
E no, non è un caso che l'abbia scritto con la "A" maiuscola. La parola amore è ormai sciupata, sgualcita, sbattuta lì in ogni circostanza, senza che ci si soffermi più a comprenderne il vero, splendido e terribile al tempo stesso, significato.
Bé, questo libro (grazie alla penna della sua formidabile autrice) invece ci è riuscito, a spiegarlo. Ci è riuscito attraverso tutto quello che un'anima tumultuosa e costantemente in ricerca della verità, incontra durante il suo cammino.
Mariapia Veladiano riesce in qualcosa in cui riescono in pochi: attanaglia. Attanaglia senza la necessità di ricorrere a trucchetti narrativi. Nelle riflessioni profonde che percorrono le pagine ti ci immergi come in una piacevole e densa crema, anche quando sono dolorose, anche quando parlano di rivelazioni difficili da comprendere, o di domande tormentate, più che di risposte.
Riesce a farti calare dietro il paio d'occhi dei quali desidera farti avere una prospettiva, e lo fa delicatamente, senza violenza, senza dirti come fare o quando. Ti invita a entrare, ti appoggia sul viso degli speciali occhiali rivelatori senza lasciarli mai con le mani. Puoi andartene, se vuoi, in qualunque momento. Puoi toglierli, ma non lo fai.
Non lo fai perché quello che vedi è troppo vero e interessante per andartene e sai, in più parti di te, che in qualche modo quello che stai vedendo riguarda o potrà riguardare anche te.
Non dico altro, perché questo è un caso in cui non mi sento di parlare di trama per non impoverirne la natura. La trama è una, forse sì, ma migliaia o forse più, in fondo. Dipende tutto da quel paio d'occhi e da quanto avrete voglia di guardarci attraverso, da quanto avrete voglia di essere onesti con voi stessi, quando lo farete.
Buona lettura a tutti e, ovviamente, consigliatissimo.
Da questo libro:
"Perché l'amore capita e occupa i pensieri e il corpo senza che gli abbiamo insegnato la strada. perché c'è sempre spazio per un nuovo amore."
"Non so dire se le affinità siano già presenti e si tratta solo di riconoscerle quando le si incrocia oppure se nel corso di alcuni incontri particolari si verifichi un aggiustamento spontaneo del nostro spirito, una specie di accordatura che ci permette, proprio a partire da quel momento, di viaggiare insieme."
"La paura è una malattia dello spirito, [...] è il cuore di tutti i dolori: paura di perdere chi si ama, di morire, di soffrire. Non ha bisogno di sventure concrete per alimentarsi, le bastano i fantasmi della nostra immaginazione. Guai a sentirsi davvero soli."
"Certe paure somigliano a un bruciore: non impediscono la vita ma la rendono un inferno."
"E' una grazia essere vicino alla vita quando si compie. Si compie? Sì, la morte è la porta del cielo e ogni tanto quando qualcuno muore il Signore si affaccia e ci dice qualcosa se siamo lì vicino. Che cosa? A ciascuno quel che gli serve, in quel momento."
"Si tratta di accogliere ciò che arriva come rivolto a noi e solo a noi. Si tratta di vivere questo senza il pensiero di farlo. Un puro aderire alla vita. Ma c'è anche qualcosa di più segreto, come una fiducia che tutto riposi in mani così sicure da non dover temere nulla."
venerdì 12 luglio 2013
Un uragano stabile
E quando ti metti a sedere e ti capita di pensare a un tornado di colori e suoni e luci e venti tiepidi, allora significa che hai un'anima sveglia, che non vuole dormire.
E' difficile prendere sonno quando hai di questi pensieri.
E' difficile credere che non esistano davvero quei colori, che non ci sia, da qualche parte, un cielo sotto il quale corrono tornado come quello che si muove, come un uragano stabile, da anni e anni, da quando probabilmente riesci ad avere memoria della tua esistenza, dentro le tue vene.
E' un senso d'appartenenza, quello che si prova riguardo a quei luoghi infiniti. E' qualcosa che si apre dentro una stanza chiusa, è un sole di notte che acceca chi non lo guarda dalla giusta angolazione.
E' qualcosa di cui, strano a dirsi, non riesci a parlare. Tu, tu che puoi parlare quasi di tutto. Tu, che non hai in fondo paura di niente anche quando hai paura di tutto, e sempre tu, che vivi di parole.
Non si sa da dove vengono, non si sa dove vadano, si sa solo che esistono e che ci abiti, in un modo del tutto personale e unico, ci abiti più di quanto tu non abiti nella tua casa fatta di mattoni.
Come si fa a parlare di certi luoghi? Come si fa a spiegare l'esistenza di quei venti tiepidi... della luce che sprigionano quei raggi colorati.
Che cos'è, non lo so.
Assomiglia solo al rumore che vorrei sentire per non pensare, alla luce che vorrei vedere al posto di questo mondo qua. Assomiglia alla libertà che inseguo da troppo tempo su strade cieche e bagnate e buie che mi fanno perdere senza trovare mai la via.
Assomiglia a quello che mi scorre nelle vene .
Non si può parlare, di quei luoghi.
E' difficile prendere sonno quando hai di questi pensieri.
E' difficile credere che non esistano davvero quei colori, che non ci sia, da qualche parte, un cielo sotto il quale corrono tornado come quello che si muove, come un uragano stabile, da anni e anni, da quando probabilmente riesci ad avere memoria della tua esistenza, dentro le tue vene.
E' un senso d'appartenenza, quello che si prova riguardo a quei luoghi infiniti. E' qualcosa che si apre dentro una stanza chiusa, è un sole di notte che acceca chi non lo guarda dalla giusta angolazione.
E' qualcosa di cui, strano a dirsi, non riesci a parlare. Tu, tu che puoi parlare quasi di tutto. Tu, che non hai in fondo paura di niente anche quando hai paura di tutto, e sempre tu, che vivi di parole.
Non si sa da dove vengono, non si sa dove vadano, si sa solo che esistono e che ci abiti, in un modo del tutto personale e unico, ci abiti più di quanto tu non abiti nella tua casa fatta di mattoni.
Come si fa a parlare di certi luoghi? Come si fa a spiegare l'esistenza di quei venti tiepidi... della luce che sprigionano quei raggi colorati.
Che cos'è, non lo so.
Assomiglia solo al rumore che vorrei sentire per non pensare, alla luce che vorrei vedere al posto di questo mondo qua. Assomiglia alla libertà che inseguo da troppo tempo su strade cieche e bagnate e buie che mi fanno perdere senza trovare mai la via.
Assomiglia a quello che mi scorre nelle vene .
Non si può parlare, di quei luoghi.
sabato 1 giugno 2013
Non sono mai stata capace di tornare a casa...
Non lo so quante persone possono dire di appartenere a certi luoghi... Lo pensavo stasera quando, rientrando da una serata, mi sono concessa un lungo giro in auto per la mia città. Era un'abitudine che avevo anni fa, quando salutati gli amici sentivo che la strada verso casa era troppo breve per bastare a me stessa. Ho sempre avvertito questo bisogno di pensare, ho sempre cercato lo spazio per farlo, purtroppo o per fortuna. Allora l'ho fatto anche stasera, e le strade erano splendidamente vuote e silenziose, invitanti. Ho sfiorato parcheggi e parchetti, prati un tempo incolti trasformati in parchi giochi, case ristrutturate, cancelli ridipinti che ancora nascondono, sotto qualche strato di vernice, le mie impronte di ragazzina. Strade asfaltate di fresco, angoli bui che solo io conoscevo. E' strano trovarsi a passare per un luogo che ti ha vista in mille età e mille stati d'animo, qualcosa di te rimane aggrappato per terra, ogni volta che ci passi, anche se non te ne accorgi rimane lì, pronto a fare da testimone al tuo prossimo passaggio; un'ombra, un leggero movimento agli angoli della normale percezione delle cose, una mano alzata a salutarti che ti dice "Sono io, e sono te. Sono te quando eri qui l'ultima volta e ora sarò te per la prossima volta."
Sono viaggi, questi vagabondaggi serali, che anche se non sembra portano lontano.
Ed è bella e tremenda al tempo stesso la sensazione di toccare (anche solo con lo sguardo) alberi, panchine, pietre e muri e sapere - averne la certezza - di essere riconosciuti.
Sì, certo, io ho sempre avuto voglia di scappare e, per qualche strano scherzo del destino, la vita ha voluto inchiodarmi qui senza permettermi di respirare. Qui sono vissuta e vivo. Qui ho provato e provo ancora a permettermi di sognare, di sperare. Da qui ho visto gente partire, altra arrivare. Qui, sempre qui, ho combattuto battaglie dure come l'acciaio...dure come l'acciaio.
Alla fine del viaggio ho messo la freccia e ho svoltato nella mia via, quella che mi porta a quella casa che non ho mai sentito mia, quella che prima di tornarci dovevo metterci spazio e tempo.
La vita ha voluto inchiodarmi qui, e a questi luoghi io ora in qualche modo appartengo. Perché non sono capace di vivere senza consumarmi, senza regalare a tutto ciò che tocco qualcosa di me.
E soprattutto non sono capace, non sono mai stata capace e forse non lo sarò mai, di tornare a casa.
Sono viaggi, questi vagabondaggi serali, che anche se non sembra portano lontano.
Ed è bella e tremenda al tempo stesso la sensazione di toccare (anche solo con lo sguardo) alberi, panchine, pietre e muri e sapere - averne la certezza - di essere riconosciuti.
Sì, certo, io ho sempre avuto voglia di scappare e, per qualche strano scherzo del destino, la vita ha voluto inchiodarmi qui senza permettermi di respirare. Qui sono vissuta e vivo. Qui ho provato e provo ancora a permettermi di sognare, di sperare. Da qui ho visto gente partire, altra arrivare. Qui, sempre qui, ho combattuto battaglie dure come l'acciaio...dure come l'acciaio.
Alla fine del viaggio ho messo la freccia e ho svoltato nella mia via, quella che mi porta a quella casa che non ho mai sentito mia, quella che prima di tornarci dovevo metterci spazio e tempo.
La vita ha voluto inchiodarmi qui, e a questi luoghi io ora in qualche modo appartengo. Perché non sono capace di vivere senza consumarmi, senza regalare a tutto ciò che tocco qualcosa di me.
E soprattutto non sono capace, non sono mai stata capace e forse non lo sarò mai, di tornare a casa.
domenica 17 marzo 2013
Strappi di dolore
Tutto ti fa crescere, tutto ti ferisce, anche le cose belle, quando hai il difetto di guardare dove non dovresti. E il -dove- non è sempre un luogo, ma un quando. Non si può scappare, nemmeno se ci provi, da quel tuo voler guardare interno, intimo, che spinge, tira, strappa e non ricuce.
A ricucire ci devi pensare tu dopo aver visto, dopo aver pianto per qualche minuto nel ritaglio di tempo che rubi alla vita.
Rubare il tempo per piangere, quando in casa non c'è nessuno, quando nessuno può vedere o sentire. Rubare il tempo per ricucire l'ennesimo strappo.
Che doloroso modo, questo, di vivere.
martedì 12 marzo 2013
Arcobaleni
Una giornata di sole, calda ma non troppo, io ero protagonista ma al contempo spettatrice. Osservavo una bimba bellissima con la testa piena di riccioli scuri e occhi grandi e nerissimi, vestita in un leggero abito bianco di cotone, che correva avanti e indietro trascinando nel cielo tantissimi aquiloni coloratissimi. Erano tutti a forma di pesciolini, e ogni aquilone aveva tutti i colori dell'arcobaleno. Si avvicinava l'imbrunire, il cielo era azzurro ma ai bordi stava cominciando a sfociare nell'arancione e nel rosso. Per qualche tempo ho udito solo le grida di gioia e i risolini della bimba, e il rumore come di tantissime vele percosse dal vento dei mille aquiloni.
Solo alla fine una voce profonda e delicata al tempo stesso si è mescolata con dolcezza al mazzo di suoni. Era la voce di un uomo, la voce del papà della bimba, anch'esso vestito di bianco e sorridente. "Corri!!! Corri!!!" Le diceva "Corri!!! E gli aquiloni voleranno sempre più in alto, non si poseranno mai più."
Non so chi fossero, quel padre e quella bimba, ma sono felice di averli osservati per un po', stanotte.
Per qualche istante sono stata felice, ho creduto anch'io, davvero, che quegli aquiloni potessero non posarsi mai più.
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