sabato 14 marzo 2015

Libera recensione del libro "Colpa delle stelle", John Green

Colpa delle stelle, John Green
Mi sono imbattuta in svariate recensioni negative su questo "Colpa delle stelle", fortunatamente tutte dopo averlo letto.
No, non sono una lettrice facilmente influenzabile, non lo sono come persona, in generale, ma leggere prima determinati commenti, forse, avrebbe potuto riuscire a non farmi vedere chiaramente il coraggio di questo libro.
E invece l'ho visto.
L'ho visto questo coraggio, e mi è piaciuto.
Sì, forse alcune volte pecca di sfrontatezza, possiamo ammetterlo... esiste coraggio e coraggio, dopo tutto. Mille sono le sfumature che compongono il mondo in ogni suo aspetto, lo stesso vale per ogni caratteristica, pregio o difetto, che la realtà ci attribuisce.
Bé, il coraggio di questo libro non poteva che essere sfrontato, questo è quello che penso.
Ci vuole coraggio sfrontato per dire, ad esempio "Sugli opuscoli che parlano di tumori o nei siti dedicati, tra gli effetti collaterali del cancro c'è sempre la depressione. In realtà la depressione non è un effetto collaterale del cancro. La depressione è un effetto collaterale del morire. (Anche il cancro è un effetto collaterale del morire. Quasi tutto lo è, a dire il vero)." oppure per affermare "E se l'inevitabilità dell'oblio umano ti preoccupa, ti incoraggio a ignorarla. Sa il cielo se non è quello che fanno tutti." Ci vuole coraggio sfrontato, d'altra parte, per parlare con "leggerezza" (una leggerezza che ha poco a che fare con la speranza, quanto più, invece, con l'accettazione) della storia d'amore tra due adolescenti malati terminali di cancro. Che altro, se non questo? Parlare della vita in mezzo alla morte non è semplice, è questo a rendere in qualche modo speciale questo libro. Ci vuole coraggio sfrontato, per forza, e a volte anche un briciolo di violenza. Violenza sorprendente, quella che in alcuni tratti del libro ci colpisce; come un pugno dopo una carezza dolcissima, o un'improvvisa corrente ghiacciata mentre siamo immersi in un mare caldo e calmo.
Non aggiungo altro, se non che amo i libri coraggiosi e sfrontati. Amo la "violenza" con la quale alcune parole, mescolate ben bene alle altre, invitano a riflettere velocemente e senza la possibilità di preparare la mente al pregiudizio e alla rappresaglia morale. 
Il resto, tutto il resto (ed è un bel "resto"), ve lo diranno Gus e Hazel.
Fossi in voi, li ascolterei.

Buona lettura.

Da Colpa delle stelle - John Green (oltre agli stralci sopra citati): 

"L'osteosarcoma a volte ti prende un arto per scoprire chi sei. Se poi gli piaci, si prende il resto."

"Non gli ho detto che la diagnosi era arrivata tre mesi dopo la mia prima meatruazione. Tipo: Congratulazioni! Sei una donna. Adesso muori."

"Mi piaceva che fosse un docente del Dipartimento dei Sorrisi Leggermente Truffaldini con una nomina anche presso il Dipartimento dell'Avere una Voce Che Fa Sentire la mia Pelle come una Vera Pelle."

"-Senza dolore come possiamo conoscere la gioia?-, E' una vecchia argomentazione nel campo della Riflessione sulla Sofferenza, e la sua stupidità o scarsa sottigliezza potrebbe essere sondata per secoli, ma basterà dire che l'esitenza dei broccoli non influisce affatto sul sapore della cioccolata."

"Ogni salvezza è temporanea. [...] ho fatto guadagnare a quei bambini un minuto. Forse è il minuto che consentirà loro di vivere un'altra ora, e l'ora regalerà un anno ancora. Nessuno può donarti l'eternità, Hazel Grace, ma la mia vita ha garantito loro un minuto. Ed è meglio di niente."

"...ma tutti dovrebbero avere un vero amore, e dovrebbe durare almeno quanto dura la tua vita."

"Aveva combattuto duramente, [...] come se si potesse combattere in un altro modo."

"Credo che a questo mondo si possa sempre scegliere come raccontare le storie tristi, e noi abbiamo optato per la versione divertente."

giovedì 12 marzo 2015

Le fiamme sussurrano



Nella penombra fresca della chiesa, dei passi leggeri spostano l’aria quel tanto che basta per far oscillare le fiamme dei lumini accesi di fronte all’altare. Tremano, le fiamme, impaurite di fronte a quell’improvviso mutare della realtà. Tremano e poi, lentamente, morbidamente, si riassestano in un leggero vibrare verso l’alto. Troppo leggeri, quei passi, per appartenere a qualcuno in grado di spostare abbastanza aria da spegnerle. La personcina che li ha mossi adesso sosta immobile di fronte alla distesa luminosa e tiepida di quei circoletti di plastica a cui è affidato il delicatissimo compito di proteggere la fiamma e la preghiera a loro assegnate.
E’ una bambina, A vederla non sembra avere più di sei anni.
Ha le braccia distese lungo ai fianchi, in una manina stringe compulsivamente una moneta.
Le sue piccole spalle si alzano, lasciano intendere un grande respiro e poi… giù, si riabbassano in un leggero alito d’infanzia. Qualche fiamma è scossa da quel soffio delicato, lancia qui e là scatti di luce, poi si ricompone.
La bimba allunga la mano e pesca da un contenitore di legno un lumino nuovo e candido, un lieve profumo di cera per un attimo si libera e prova a farsi sentire ma svanisce ancor prima d’essere afferrato del tutto. La mano col cero alzata a mezz’aria, l’altra a stringere la moneta, la bambina riflette bene su dove posizionare la sua preghiera speciale; ci impiega qualche attimo e poi si spinge sicura oltre il bordo, stando attenta a non bruciare il vestitino della festa, per riuscire a raggiungere il lato più vicino all’altare. Deve essere sicura che la sua fiamma si veda, si veda bene, da dove guarda Dio.
Lo posa soddisfatta e raccoglie un bastoncino bruciacchiato disteso tra le file di lumini accesi. Lo intinge nella cera liquefatta di uno di quelli più consumati, lo passa sulla fiamma e il bastoncino prende fuoco senza fatica alcuna. Gliel’ha detto la nonna, di fare così. Altrimenti si rischia di non riuscire ad accenderlo per bene. Sta per dirigere il bastoncino verso il picciolo del suo cero quando improvvisamente si accorge di non aver inserito la moneta nella raccolta delle offerte. Si affretta a farlo e un rumore metallico risuona per tutta la navata svegliando qualche fiore addormentato nei vasi dimenticati davanti alle statue dei santi.
Ora può accendere la sua candela, e la bimba lo fa.
Poi scuote il bastoncino che si spegne liberando un filo di fumo grigio e, solennemente, comincia la sua preghiera. 
Sono poche parole, metà pensate e metà bisbigliate di corsa, quelle che riescono a prendere forma davvero… occorre solo qualche manciata di secondi prima che la bambina cominci a tremare.
Le sue spalle sussultano, le manine si stringono l’una nell’altra, un singhiozzo scappa fuori più veloce e sincero della voce e il rumore che fa non ha bisogno di fiamme, per essere guardato dal Cielo.
La bimba alza lo sguardo verso l’altare, non parla, lascia alla fiamma il compito di spiegare a Dio il motivo delle sue lacrime e della paura che sente muoversi dentro di lei come un ruscello ghiacciato.
Lei lo sa, che lo farà. Sa che la fiamma non si spegnerà fino a che non sarà stato tutto detto, e tutto chiaramente.
Lei lo sa, ma piange lo stesso, mentre soffia un bacio verso l’altare e accenna un goffo inchino.
Leggera com’è venuta, la bambina se ne va.
Le fiammelle si spostano, le fiammelle tremano, si guardano tra loro e vibrano.
Le fiammelle scaldano, le fiammelle sussurrano, le fiammelle illuminano l’altare.
Le fiammelle rimangono lì, a togliere l’ombra della paura o a provarci.
Le fiammelle diranno tutto, tutto chiaramente, a loro è affidato il compito di pregare. 

Immagine di proprietà di Luca Di Miceli:

domenica 18 gennaio 2015

La via per non tornare più

Poi arrivano quei giorni in cui senti quasi il bisogno di fermare qualcuno per la strada e dirgli "Ehi, tu, vuoi sentirla...la mia storia? Eh? La vuoi sentire?". Sono i giorni col fiato corto, che nascono da notti insonni e combattute. Sono quelli che hanno cercato di tenere nascosto il sole il più a lungo possibile, cercando di farti impazzire. Arrivano...non per tutti, no, ma per qualcuno sì. E la storia, la tua, in questi giorni esige di essere raccontata. Esige di essere mostrata, e tu lo devi fare, la devi assecondare, se vuoi riprendere a respirare quasi normalmente.
Ma raccontarla a chi? Tutti abbiamo amici che la conoscono, e bene, la nostra storia. Conoscono bene i nostri volti, tutti i nostri volti, spesso meglio di noi stessi. Non a loro sono destinate le nostre parole, in giorni così.
Serve uno straniero, serve chi non ti ha mai letto niente negli occhi, serve chi non sa nulla di te e fino a un attimo prima che lo fermassi per la strada non era nemmeno a conoscenza della tua esistenza. Perché? Perché la storia deve uscire tutta, senza paura di essere fraintesa, deve avere la sensazione di mostrarsi per la prima volta e incontrare lo stupore. Quella reazione, quel leggero sgranare gli occhi e cercare nei tuoi la verità e trovarla. Ti serve quell'idea di spogliarti...via, un vestito dopo l'altro...e la storia si snoda, nuda, di fronte a qualcuno che non poteva sapere quanto nascondessi dentro di te.
Non è forse vero che ci si sente più liberi, in terra straniera?
Gli occhi di qualcuno possono essere una landa abbastanza vasta da permetterti una fuga, anche momentanea.
Tornerai a vestirti, a chiudere la tua storia sotto gli abiti di tutti i giorni, ad abbottonarla dentro di te senza farla quasi respirare... ma per qualche istante, solo per qualche misero istante di stupore sarai stato libero.
Almeno fino a quando, la via la prenderai davvero. La via che porta lontano, lontano e lontano, laggiù...
La via che brilla da sempre e che da sempre t'invita. Quella che, lo sai, ti permetterà di riattaccarti addosso la pelle, la tua.
La via che si è aperta per te...
La via, certo, ovvio... quella per non tornare più.

domenica 21 dicembre 2014

Libera recensione - Noi siamo infinito, Stephen Chbosky

"Caro amico, 
 adoro le Twinkies. E il motivo per cui te lo dico è che tutti noi abbiamo bisogno di trovare delle ragioni che giustifichino la nostra voglia di vivere."
Per comprendere questo libro, bisogna essere fatti in un certo modo. Non trovo altro modo per dirlo. E non si tratta di essere migliori o peggiori di altri, più o meno intelligenti o acuti, niente di tutto questo, ma soltato e semplicemente: bisogna essere fatti in un certo modo.
E quel certo modo indubbiamente non è uno dei concetti più facili da spiegare, me ne rendo conto. Con certo modo si può intendere tutto, lo so. Soltanto che in realtà, per comprendere questo libro, comprenderlo sul serio, bisogna che quel certo modo in cui si è fatti sia un modo ben preciso.
In ogni caso non c'è da preoccuparsi. Se si è parte di quel modo lo si capisce subito alle prime righe, e se non dovessimo essere fatti così, questo rimane un bel libro da leggere.
E' un libro da leggere anche o proprio per questo, se vogliamo: scoprire se siamo fatti in un certo modo, oppure no.
Non conviene, forse, chiederselo? Chiedersi come si è fatti, a un certo punto della vita? Crediamo di saperlo ma troppe volte non è la verità.
Io sapevo... lo sapevo già, sì, di essere fatta in quel modo. E questo libro l'ho cercato (e mi è poi arrivato in dono) proprio per questo. L'ho cercato perché c'è bisogno di riconoscersi, ogni tanto, di vedersi riflessi, almeno in parte. C'è bisogno di sfiorare tasti da troppo tempo impolverati e scoprire che suono producono e se sono in grado di produrne ancora. Non sarà troppo doloroso scoprire che suonano, suonano ancora, suonano sempre, e se facevano male allora, potrebbero fare male anche adesso. Non sarà nemmeno troppo doloroso accorgersi che non sono poi nemmeno tanto impolverati, non quanto il tempo vorrebbe, quanto meno. Si tratta delle dita invisibili che ognuno di noi possiede e che rispondono a comandi che la nostra mente crede di non impartire, mentre invece, lo fa.
Ma detto questo, la parola io la lascio totalmente al libro. Alle lettere spedite da Charlie al suo "amico" e che una dopo l'altra svelano e rivelano la sua anima gonfia e pulsante; al suo modo di parlare chiaro e delicato che abitua a una musica lieve, salvo poi non essere preparati quando il suono scende di gravità improvvisa e mille strumenti suonano insieme un unico grido straziante o un tuono cupo e dolente. La parola la lascio a chi è stato in grado di descrivere quel certo modo di essere senza troppa fatica, senza pretese e senza presunzione. La lascio alla vita di quegli adolescenti che siamo stati autorizzati a sbirciare attraverso il varco aperto da questo romanzo. Li vediamo sufficientemente bene da credere di poterli toccare allungando la mano, ma non abbastanza da poter comprendere tutto quello che si portano dentro e che, nonostante il peso, non impedisce loro di correre e camminare.
Non dimentichiamoci di quel peso nello zaino, perché in un modo o nell'altro, tutti ne abbiamo portato in spalla almeno un pochino.
Non dimentichiamoci di cosa significava fumare una sigaretta in macchina anche se ne avevamo appena spenta una e "Non potevi aspettare dieci minuti?" [...] - "Ma la canzone alla radio era troppo bella."
Non dimentichiamoci che, tra le svariate persone che la vita ci mette sulla strada, ve ne sono alcune più preziose e rare e, per questo, terribilmente delicate. Sono quelle che assorbono, sono quelle che sentono e vedono un passo oltre a quello che la gente comune fa, o che comunemente fa la gente (che non è affatto la stessa cosa). Son quelle che ci sembrano strane, e che molte volte non ci preoccupiamo di conoscere meglio prima di scartarle come merce difettosa, senza accorgerti di aver gettato nella spazzatura il più prezioso dei diamanti.
Se ci capita di incontrarle, mettiamo da parte per un po' quello che siamo disposti a rischiare in termini di tempo e misura e ascoltiamole, osserviamole, amiamole... Non potremo fare altro che imparare e scoprire.
Buona lettura, a tutti.


Da questo libro:

"Ho soltanto bisogno di sapere che là fuori c'è qualcuno che ascolta e che capisce, e non cerca di portarsi a letto le persone, anche se potrebbe. Ho bisogno di sapere che esiste gente così."

"Sai, un sacco di ragazzi, a scuola, odiano i propri genitori. Alcuni le hanno prese. Alcuni sono capitati per caso nelle vite sbagliate di chi li ha messi al mondo. Altri sono stati esibiti come trofei e mostrati ai vicini quasi fossero nastri o steklle d'oro. Altri ancora volevano solo ubriacarsi in pace."

"Charlie, ognuno di noi accetta l'amore che pensa di meritare."

"Finita la canzone ho detto una cosa. - Mi sento come... infinito. - E Sam e Patrick mi hanno guardato come se avessi pronunciato la frase più grandiosa che avessero mai sentito. Perché la canzone era stupenda, e l'avevamo ascoltata davvero con attenzione. Erano appena trascorsi cinque minuti della nostra intera esistenza, e noi ci sentivamo giovani in senso buono. In seguito mi sono comprato il disco, e potrei anche riverlarti il titolo della canzone ma, a dire il vero, non è la stessa cosa se non stai andanado alla tua prima, vera festa, e se non ti trovi su un pickup seduto tra due persone stupende, mentre fuori inizia a piovere."

"Hai presente le vecchie fotografie? Le persone ritratte hanno i lineamenti molto marcati, e un aspetto giovanile. E sembrano sempre molto più felici di noi."


"Non so se ti sei mai sentito così. Non so se hai mai desiderato addormentarti, per svegliarti solo mille anni dopo. Non so se hai mai pensato che vorresti non essere al mondo; o non renderti conto di essere vivo. O qualcosa del genere."

"Non c'è niente come fare dei bei respiri profondi, dopo aver riso tanto. E non c'è niente di meglio di un mal di stomaco per le giuste ragioni."

"E guardavamo il pendio davanti a noi. Poi Patrick ha cominciato a correre dietro al tramonto. E Sam l'ha seguito, subito. Io vedevo il loro contorno, controluce. Correvano dietro al sole. Allora mi sono messo a correre anch'io ed è stato tutto perfetto."


Una ferita la lasci..

C'è qualcosa di brutale e crudele nell'infilarsi nella vita di qualcuno. Per quanta cura tu ci possa mettere, per quanto leggeri possano essere i tuoi passi quando lo fai, non devi aspettarti di non aprire nessuna ferita. Un varco lo apri e ci passi in mezzo, una ferita la lasci. Non conta quanto ti muovi con cautela mentre attraversi quei lembi di esistenza, qualche pezzo di carne lo strapperai via comunque; non conta nemmeno quante poche cose tu tocchi, una volta dentro, perché quelle più importanti saranno le prime a finirti tra le mani, ti ci cadranno dentro, senza che tu le vada a carcare. Sarai capace di non farle cadere? Chieditelo, è necessario e vitale che tu te lo chieda, prima di compiere anche un solo altro passo, uno soltanto, nell'esistenza di quella persona. Sarai in grado di rimetterle al proprio posto, quando e se te ne andrai, senza che le tue mani le abbiano modificate oltre una certa misura, nella forma e nel colore? Perché le mani, le mani toccano... Le mani plasmano, anche quando non vogliono, lo fanno. Sono state create per creare, e quando incontrano qualcosa che esiste già, loro lo dimenticano, e non smettono di creare. Creano addosso, creano dentro, creano intorno. Creano, toccano... a volte, rompono. Sarai capace, una volta dentro, di amare tutto quello che vedrai? Perché se ci sei, se sei dentro, lo devi fare. Un varco lo apri e ci passi in mezzo, una ferita la lasci e devi, devi per forza di cose, versare amore.
Ne hai con te a sufficienza? Le tue mani creano o distruggono? Sei abbastanza forte da proteggere quelle cose importanti? Riuscirai a non farla sanguinare, quella ferita?
Riuscirai ad abitare lì? Riuscirai a non andartene rubando qualcosa per sempre?
Riuscirai a non essere più brutale e crudele del necessario?

martedì 14 ottobre 2014

Libera Recensione - 'Na bruta stòria, Piergiacomo Verlucca Frisaglia

Mi trovo a scrivere questa recensione con un mazzo di sentimenti in mano, difficile dire quale prevalga.
Succede, quando un libro in qualche modo ti appartiene più degli altri. E non sai bene perché, ma più probabilmente si tratta di quelle corde sottili che quello stesso libro riesce, con le sue dita, a toccare.
E allora suonano, quelle corde. E suonano bene.
"'Na bruta stòria" è un libro semplice e complicato al tempo stesso. Non c'è da stupirsi, di questo. Tutti, siamo semplici e complicati allo stesso tempo, e questo libro non potrebbe essere altrimenti, da bravo crocevia di storie, vite ed emozioni quale è. E no, nemmeno per un attimo, lo giuro, nemmeno per un secondo ho avuto la sensazione di stare leggendo qualcosa di "falso". Ecco, ecco che cos'è più di ogni altra cosa questo romanzo: è VERO. Tutto, lo dice. I paesaggi meravigliosamente descritti e "sentiti", "amati" prima di essere raccontati; i dialetti, le voci (sì, io ho sentito le voci, ne sono sicura...), i passi, le risa, gli aliti di vento e le piogge scroscianti, tutto, finanche i battiti e i palpiti dei cuori.
Ho riso, ho riso tanto leggendolo, ho riso sinceramente... e altrettanto sinceramente ho pianto. Di un pianto che ha molto poco a che fare con la semplice commozione che spesso le parole ben scritte sono in grado di provocare, ma che somiglia invece al dolore che si prova quando si perde qualcuno, o ci si va molto vicino.
Succede, dicevo appunto, quando un libro ti appartiene più di altri. Succede soprattutto quando ogni singola parola viene scritta con lo stesso mazzo di sentimenti che rimane in mano a te quando lo leggi.
E allora via, io lo consiglio a tutti coloro che vogliono vivere una storia vera, in questo mondo un po' troppo artefatto e plastificato che ci siamo abituati a guardare. Una storia di montagna, e di gente che ci cammina dentro e sopra e intorno, che ci vive in mezzo, che ci spera, che ci prega e impreca, che ci corre incontro, che ci si rifugia, che ci ritorna e che non se ne va più via.
Andate a conoscere Amilcare, il maresciallo... vi racconterà di Desolina, e della luna e del vento, e di un cielo che sembra in qualche modo più vicino.
Se chiudo gli occhi, se respiro il vento, mi par quasi di sentirla, Desolina. Mentre rapita dal furore della passione e dei lampi di vita che la scuotevano esclama: "Non c'è nulla da capire, Amilcare! Devi semplicemente crederci!"
Non è forse vero, dico io? Non è forse vero?
Sì, è vero, come è vero che, a volte, si nasce nel bel mezzo di una vita.
E questo, Amilcare lo sa.

Da questo libro:

"La fame è uguale in tutte le parti del mondo"

"Esatto, - continua lei, e una luce strana mi sembra sia trascorsa per un attimo nei suoi occhi spenti. - vedrai, alla fine di questa storia anche tu avrai imparato."


"Ai semplici di mente, non bisogna cambiare troppe volte le carte in tavola: scombussola il loro cerebrale."

mercoledì 17 settembre 2014

Il mio modo nel mondo, è la tempesta

Tu, in quale parte del mondo scegli di vivere? In quale modo, nel mondo? Bisogna chiederselo, sai? Arriva per tutti il momento di farlo, e bisogna che la risposta sia pronta e sincera. No, non pensarci per più di qualche manciata di secondi; le decisioni migliori sono quelle che prendi sull'orlo dei burroni: "Che faccio, salto? Salto o non salto? Oppure torno indietro?". Chieditelo e poi chiudi gli occhi senza riflettere troppo e, quando li riapri, vai verso il posto che ti sei scelto, il tuo "modo nel mondo". Lascia che scorrano via, se puoi, le persone che non hanno il coraggio di porsi questa domada. Lascia che scorrano, lascia che passino come un tratto di corrente di un fiume, e poi riprendi a camminare. Chi non se lo chiede, non vive. Lo sai, questo, vero? Chi non se lo chiede esiste e basta, ma non saprà mai perché. Ma tu vuoi saperlo, perché ci sei, vero? Tu vuoi saperlo qual è, il tuo modo nel mondo, vero? Lo vuoi sapere perché lo senti come qualcosa che ti gira nella gola alla mattina appena sveglio ed è qualcosa di simile a un grido. Lo vuoi sapere perché senza saperlo non saresti che a metà. O meno di metà, forse, non arriveresti nemmeno a un terzo di quello che dovresti essere, di quello che dovresti vivere.
Tu, quindi, in quale parte del mondo scegli di vivere? In quale modo, in questo mondo? Sei per la tempesta? Sei NELLA tempesta? Scegli la burrasca? Scegli il vento forte che strappa le vele? Scegli gli scossoni delle onde arrabbaite? Scegli il singhiozzo dei salti nel vuoto? Il tuffo al cuore, i pugni nello stomaco, la voglia improvvisa di correre? Il sapore del sangue delle ferite leccate, i muscoli che si tendono dopo essere stati atterrati e scattano, più forti, sempre più forti e più lontano? Oppure scegli la calma, il mare piatto e sereno, il veleggiare tranquillo senza sorprese? Il tuo modo nel mondo è la pace? E' la quiete del corpo e dell'anima, il silenzio delle vene, il tepore del camino invece del fuoco che divampa? Scegli di camminare, senza correre mai? Scegli di stare sempre attento a non cadere? Scegli di sederti sull'orlo del burrone, invece che provare a lanciarti? Qual è, la tua parte di mondo? Qual è il tuo popolo? Di che gente sei?
Io, me lo sono chiesta più volte, ma non ho mai avuto il coraggio di rispondere. Non fino a qualche tempo fa. Ho risposto, quindi.
Sì, ho risposto.
Ho risposto che scelgo e sceglierò sempre la burrasca, il mare in tempesta e il divampare del fuoco. E ho sofferto le pene dell'inferno e le soffrirò ancora, per questo, ma dall'inferno, per questo, ne sono anche uscita. La mia gente è quella lì, non c'è dubbio... è quella che brucia, che non ha paura di cammianre sull'orlo del burrone, è quella che anche se è caduta non ha smesso di correre sui sassi appuntiti. La mia gente è quella che si spaventa ma cerca di picchiare a sangue le sue paure, anche se magari, mentre lo fa, piange.
Il mio popolo è quello, ma non faccio parte di nessun branco.
Non ho branchi, ma ho un popolo, ho la mia gente.
Il mio modo nel mondo, purtroppo o per fortuna, è la tempesta.
Il tuo, invece, qual è?