domenica 26 giugno 2016

Libera Recensione: Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut


"E alla moglie di Lot, naturalmente, fu detto di non voltarsi indietro a guardare il luogo dove prima c’era tutta quella gente con le sue case. Lei invece si voltò, e per questo io le voglio bene: perché fu un gesto profondamente umano.

Così fu trasformata in un pilastro di sale. Così va la vita.
La gente non dovrebbe mai voltarsi indietro. Sicuramente, io non lo farò più.

Ora ho finito il mio libro sulla guerra. Il prossimo che scriverò sarà divertente.

Questo è un disastro, e non poteva essere altrimenti, perché è stato scritto da una statua di sale.” (Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5)

Questa è solo una parte, quella finale, del capitolo introduttivo di questo libro ed io a questo punto ero già sicura che fosse un libro di rara bellezza e di rara (seppur peculiare) saggezza.
Mi aveva convinta, mi aveva già detto tanto, quasi tutto, di quello che mi aspettavo quando l’ho comprato.
Mattatoio n. 5 è un libro sulla guerra, quindi? Sì. Lo è. Lo è, a mio parere, in un modo non convenzionale e, proprio per questo, in maniera completa. Non è quel genere di libro che racconta e descrive strategie militari e narra nel dettaglio questa o quella battaglia. Non è un libro per gli “appassionati” di guerra. E’ un libro CONTRO, la guerra. Ed è contro in maniera profonda e dolorosa. In maniera reale e senza fronzoli. E’ indubbiamente contro ed è indubbiamente dentro, la guerra.
Dentro.
Sì, dentro.
Questa è la sensazione che ho avuto leggendo e quindi guardando attraverso la stranissima vita di Billy Pilgrim e i suoi improbabili viaggi nel tempo. La guerra permea questo libro dall’inizio alla fine: la seconda guerra mondiale e la terribile devastazione di Dresda, ma anche una guerra rimasta artigliata all’interno dell’animo.
Sì, dunque, Mattatoio n. 5 è un libro sulla guerra. E un libro CONTRO, la guerra.
E’ un libro che a me ha detto, forte e chiaro, che dalla guerra non si torna mai. Che ci si rimane impigliati per sempre. Che per quanto ci si sforzi, per quante impalcature si possano mettere intorno, anche soltanto parlarne diventa una missione di incredibile difficoltà.
Vonnegut dice di volere bene alla moglie di Lot, per aver volto lo sguardo indietro dove prima c’era tanto e poi più niente. E’ stato un gesto umano, dice, e lo credo anch’io, lo credo profondamente.
E allora io “voglio bene” a Vonnegut, non solo per essersi voltato a guardare… ma anche e soprattutto per aver avuto il coraggio di scavare.
E no, questo libro non è un disastro.



domenica 13 marzo 2016

Una mano è sempre protesa verso di me. Vuole prendermi. Non so se mi spiego.



"Perché essere guardati da lei è terribile, sapete?
È qualcosa che somiglia al rumore del gesso nuovo sulla lavagna, o del vetro quando si incrina, solo che a rompersi è sempre qualcosa dentro di me.
Ogni notte di più.
Ogni notte, sì, lei viene da me tutte le notti.
Ho paura che prima o poi la mia mente comincerà davvero a sciogliersi, e allora forse lei smetterà di venire.
È per quello che viene, per farmi impazzire.
Lei, con i suoi occhi che vedono mentre dovrebbero essere ciechi.
Lei, con le sue gambe rigide che dovrebbero star ferme, e invece la fanno camminare.
Come fa? Come fa a camminare?
Come fa?
Eppure la sento… sembra strisciare. Sento il rumore di qualcosa che sfrega il pavimento, ma ogni volta che la guardo è ferma.
Ferma in un posto, ogni volta diverso, con il suo sorriso stupido e demente e i suoi occhi spalancati e impolverati.
Una mano è sempre protesa verso di me.
Vuole prendermi.
Non so se mi spiego.
Vuole prendermi per trascinarmi nell’inferno da cui viene e da cui, chissà come, è riuscita a scappare.
Cosa vuole da me?
Oh, gliel’ho chiesto, ma non mi risponde. Lei ride. Ride e basta. Ride sempre.
Sottovoce… ride."

Tratto da Magdalene, di Marina Lizzi

disponibile in ebook e cartaceo anche al seguente link:
 http://www.amazon.it/Magdalene-Marina-Lizzi/dp/8893068508/ref=sr_1_9?ie=UTF8&qid=1457717062&sr=8-9&keywords=magdalene

domenica 28 febbraio 2016

Povertà: l'abisso in cui non è difficile precipitare (il mio articolo su Blasting News)

"C'è poco da fare, se s'incontra quell'abisso e lo si vede rappresentato in un mucchio di coperte, non si può fare a meno di chiedersi come può essere così semplice "sgusciare fuori" dalla società e da ciò che (almeno in apparenza) la compone. Viene da chiedersi anche quali passaggi possano portare a quello e, se si ha il coraggio di chiedere, si scopre che..."

continua a leggere blastingnews:

http://it.blastingnews.com/opinioni/2016/02/poverta-l-abisso-in-cui-non-e-difficile-precipitare-00787483.html


mercoledì 6 gennaio 2016

Libera recensione - Acciaio, di Silvia Avallone

Acciaio, di Silvia Avallone
Appoggio il mio bicchiere di spritz sul tavolo e sorrido, nella luce a mala pena tiepida di un pranzo di inizio gennaio. Sorrido, ma mi accorgo di avere gli occhi lucidi. Mia madre, con cui sono a pranzo, mi ha appena detto di aver incontrato un mio vecchio amico e che mi saluta. Ora, lui ha un bellissimo bimbo che gli somiglia tantissimo, dice mia madre, e sta bene.
Sta bene.
Ed è questo che mi fa sorridere e piangere al tempo stesso. Non dico altro, a lei. Ma dentro, qualcosa si smuove. Il domino dei ricordi si è messo in azione. A volte rimane immobile e stabile sotto anni di polvere, nonostante l'equilibrio apparentemente precario e poi... poi una voce, un nome, un viso riemerge dal passato e la prima tessera cade, senza esitazione alcuna, dando inizio alle danze. Rimango così, per qualche minuto in silenzio. Non sono al tavolo di un pranzo Agennaio e non è il 2016. Sto urlando, sto urlando qualcosa di indefinibile in una sera d'estate di quasi 20 anni fa... il buio ancora non è sceso del tutto, è rimasto a metà strada tra l'imbrunire e la notte, fa caldo, e la vita è appena esplosa dentro di me e dentro gli amici che mi circondano. Sono seduta su un motorino sospeso sul suo cavalletto, intorno impazza il casino che solo noi eravamo in grado di produrre e generare. Il motorino non è mio...di un amico o del mio ragazzo di allora. Ridiamo. Ridiamo. Ridevamo anche quando non c'era quasi nulla da ridere, noi. E non era manacanza di rispetto, ma soltanto voglia di vivere.
Soltanto voglia di vivere.
Mia madre mi riscuote dai pensieri, mi chiede se voglio il caffè, adesso, nel 2016. Dico di no scuotendo la testa, mi alzo e accendo il pc: oggi è il giorno giusto per recensire Acciao. - penso - e così lo faccio. Lo spritz è finito e il calore dell'estate di vent'anni fa è più forte del sole svogliato del gennaio del 2016.
Io non conosco Silvia Avallone, della sua vita non so nulla. Ho provato blandamente a cercare notizie su di lei, volevo capire... capire se qualcosa potesse rimandare a dove e come è cresciuta, se da qualche parte si accennasse almeno lontanamente a qualche sua esperienza di gioventù. L'ho fatto perché solo chi ha vissuto "la strada", solo chi ci è cresciuto, solo chi ci ha lasciato amici sull'asfalto o sotto terra, sa parlarne. Solo chi ha provato a starci in mezzo in un certo modo, sa riconoscerla e darle sembianze abbastanza credibili da poter essere raccontate. Non ho trovato nulla, su di lei, ma c'è da dire che io sono una pessima ricercatrice, senza nemmeno una briciola di pazienza e metodo... mi affido quindi alla sua opera, e parlo di questa.
Acciaio è, senza troppi giri di parole, un capolavoro.
E a dirlo è una ragazza di periferia, a dirlo è una ex ragazza che per strada ha stretto legami, amori e patti di sangue. A dirlo sono io, che non sono nessuno, certo, ma che alcune cose almeno in parte le ho vissute e qui, tra queste pagine, io le ho riconosciute.
Ho riconosciuto la fatica, l'immensa fatica che appesantisce le spalle di alcune persone; e lo fa con costanza e tenacia. Ho riconosciuto la lontananza. La lontananza dell'irrangiungibile, quello che ad altri è concesso e a te invece no, e nessuno ti ha mai spiegato davvero perché. Ho visto la forza, potente e sanguigna, di chi quella fatica la vive ma vive anche altro, vive anche tutto quello che sta nel mezzo e che è fatto (specie ad una certa età che si aggira tra i 13 e i 15 anni) soprattutto di sogni astratti e aspirazioni titaniche. Ho riconosciuto l'amicizia. Quel tipo di amicizia. Quello che nelle grandi ville e nei bei giardini non esiste, e nemmeno nei curati appartamenti di città con i loro ordinatissimi parchi giochi. Ho visto la rabbia e la disperazione, la lotta della vita che vuole spaccare il cemento (o l'acciaio) come i fiori che in primavera si ostinano a sbocciare dove nessuno scommetterebbe mai su di loro. Ho visto gli errori. Indimenticabili, irrimediabili errori che si commettono in quella dimensione tutta fatta di vita allo stato puro e brado, quasi animalesco e selvaggio. Ho visto la rassegnazione triste di chi soccombe senza troppe grida, cade e rimane a terra e a terra impara a sopravvivere senza più pretese.
Ho visto il VERO.
In questo libro, Silvia Avallone dice semplicemente il VERO.
Dice il vero su una realtà di cui l'Italia è purtroppo maestra. Maestra in un senso primario, senza titoli o vane glorie. Maestra e narratrice di questi angoli di mondo grandi intere città ed intere generazioni. Come dice la stessa autrice nel libro: "Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocanno accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano? Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?"
Non riesco ad esprimere diversamente ciò che provo per questo libro, mi sento solamente di dire grazie all'autrice. Se l'ha vissuto, almeno in parte, quell'intricato e complciato mondo fatto di sopravvivenza e sguardi aggrappati al futuro, per aver avuto il coraggio di parlarne; e se non l'ha vissuto, per aver avuto la capacità di scorgerlo, comprenderlo, raccontarlo così tanto bene da smuovere le terre nascoste di chi l'ha fatto.
E grazie, in ultimo, anche per la dedica all'inizio del libro: "a Eleonora, Erica e Alba le mie migliori amiche.... e a tutti quelli che fanno l'acciaio."
Perché io, qualcuno che in qualche modo e in parte "faceva" l'acciaio, l'ho conosciuto.
Era mio padre.
E' morto 21 anni fa.
Leggetelo, sono assolutamente certa che non ve ne pentirete...


Da questo libro:

"E una risata così violenta che anche da quella distanza, anche soltanto guardandola, ti scuoteva. Sembrava di entrarci davvero, tra i denti bianchi. E le fossette sulle guance, e la fossa tra le scapole, e quella dell'ombelico, e tutto il resto."

"Il mare e i muri di quei casermoni, sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlano contro. [...] via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria." 

"Perenne desiderio di scopare, là dentro. La reazione del corpo umano nel corpo titanico dell'industria: che non è una fabbrica, ma la materia che cambia forma."

"Alessio rise. Risero insieme, abbracciati e stanchi, alla luce della lampadina che pendeva dal soffitto e dell'alba che stava sorgendo. In quel momento, da dietro lo spigolo della porta, apparve Anna. Non disse niente. Rimase lì, pulita e scalza. Li guardava, non vista, come un piccolo angelo in pigiama estivo. Nel suo alfabeto, quella era una cosa molto bella. La sua mamma con il viso nell'incavo tra il collo e la spalla di suo fratello, era forse la cosa più bella. Quella per cui valeva la pena, nella vita, non barare."

"Non è qualcosa che perdi. E' qualcosa che perde te."

sabato 14 novembre 2015

Libera Recensione - La Ragazza del Treno, Paula Hawkins

Approdo a questo libro ringalluzzita dalle entusiastiche recensioni sbocciate in ogni dove, dalla sua uscita sino ad oggi (è stato in vetta alle classifiche di vendita per mesi, se non erro, potrebbe essere che lo sia tuttora), ed inoltre questo libro è un regalo... i libri regalati prendono sempre il sopravvento sugli altri. Per me così è. Dunque lo apro e lo leggo con voracità, sperando di riuscire a  nutrirla, appunto, questa voracità; di saziare l'appettito generato dagli "stuzzichini" invoglianti delle opinioni di giornali e giornalisti di genere. Tutto ciò per dire che no, non mi sono affatto approcciata con quel velo di sottile pregiudizio che mi cala addosso di fronte a libri così acclamati. La mia curiosità era genuina e sincera e, devo dire, ben ripagata dalle prime pagine del libro...
Ecco, sì, le prime pagine. Perché poi, tutto, nonostante l'incalzante sferragliar dei treni, protagonisti quanto se non più delle persone di questo romanzo, si è inspiegabilmente fermato.
Certo, non si può dire che i colpi di scena siano mancati, e forse era a questi ultimi che si riferiva chi parlava di lettura avvincente e sorprendente. Ma per quando mi riguarda, ed è opinione personalissima, i copi di scena fini a loro stessi non sono in alcun modo sufficienti a rendere una trama avvincente né, tantomeno, sorprendente.
Mi dispiace, ma questo libro a me non è piaciuto.
Mi dispiace, ma non ho molto altro da aggiungere se non che è scritto in maniera sin troppo banale (non semplice, il semplice è una bella cosa. Banale no, banale è brutta); le persone, donne o uomini che siano, non hanno carattere e si esprimono tutti nello stesso identico modo. Non si sentono voci, non trapelano caratteri, non si avverte la vita, dentro di loro.
Un vero peccato, per me.
Non ho altro da dire.
Per chi lo volesse, buona lettura!

Da questo libro:

"...i buchi della vita non si chiudono più. Devi crescere intorno a loro, come le radici che affondano nel cemento, e devi rimodellarti intorno alle crepe." 


domenica 17 maggio 2015

L'imperfetta verità



E guardavo questo piatto di fragole, prima di fotografarlo... Lo guardavo, girellandoci un po' intorno. Volevo fotografarlo ma, sposta questa fragola e poi sposta quest'altra, alla fine mi sono dovuta arrendere all'evidenza: erano quasi tutte ammaccate e un po' peste. Eppure, a guardarle veniva l'acquolina. A mangiarle, sarebbero state deliziose... Ma la foto? Come sarebbe venuta la foto? Le fotografie, mi dicevo distrattamente, non dovrebbero ritrarre i difetti, ma solo le cose belle.

Forse.
O forse no.
O forse entrambe le cose.
Ecco, sì, entrambe le cose, perché una non esclude l’altra. E la fotografia l'ho scattata lo stesso.
L'ho scattata ed è una bella foto, o almeno piace a me. E le fragole io, dopo, le ho mangiate tutte ed erano dolcissime... molto più dolci, poi, nei punti in cui erano imperfette.
Ho preso la prima, la più grossa, ho dato un morso e... ho sorriso felice e soddisfatta, godendomi l'esplosione di gusto.
Che stupida sono stata, ad aver dubitato. Ma capita anche questo, in un mondo d'apparenza.
Ho dimenticato per qualche manciata di minuti che le cose belle, le più belle anzi, non sono certamente prive di difetti. I frutti più buoni, come forse le persone, non sono quelli che non hanno mai subìto colpi. E', semmai, l'esatto contrario.
I colpi e i segni dicono che sei forte, anche se sei stato ferito. E dicono anche che sei vulnerabile, anche se sei forte. E dicono che puoi sanguinare, ma senza cedere e... e sotto, per chi è disposto a scoprirla, si nasconde una dolcezza infinita e pronta a mostrarsi. Una dolcezza non scontata o apparente, lontana dalle immagini perfette e zuccherose che invogliano soltanto i palati (e gli sguardi) mediocri.
Non ci credete? Ah no?
Beh, mordete una di queste fragole un po' ammaccate, e poi mordetene una perfetta, intonsa, così "giusta" da sembrare di plastica.
Se non siete occhi e palati mediocri, vi innamorerete della
verità.
In caso contrario, continuerete a cercare e inseguire la stupida e anonima perfezione... ma a quel punto, io e voi, saremo molto...molto lontani.

domenica 3 maggio 2015

Benedetti e poveretti

Benedetti coloro che non conoscono l'istinto della fuga. La spinta, potente ed insistente, che ti grida nelle orecchie di andare via, VIA-VIA-VIA, via da tutto quello che ti inghiotte, via da quello che non è tuo, via da quello a cui non appartieni.
Benedetti coloro che non sanno che voce abbia quest'urlo rabbioso, e che vivono di cose e di case comuni, di emozioni normali, di sentimenti blandi e spesso insinceri; beati quelli che non possono essere imprigionati da niente e da nessuno perché liberi non lo sono mai stati e la libertà non cercano, nemmeno la vogliono, neanche la vedono...
Tranquilli vivono, tranquilli si spengono, tranquilli accettano... accettano tutto: il tempo che passa, che ruba e che viene rubato; la vita che non afferrano, la vita che non hanno avuto ma che credono d'avere. Tranquilli muoiono prima di morire, tranquilli credono di non avere sogni o, ancor peggio, di averli tutti realizzati. Tranquilli tacciono, e se parlano non dicono niente. Tranquilli mangiano, mangiano, tranquilli dormono.
Tranquilli dormono.
Benedetti, tutti questi. Benedetti, sono, e nemmeno se ne accorgono. Benedetti da qualcuno che ha deciso che nascessero contenti, benedetti da qualcuno che ha voluto che vivessero silenti.
Benedetti senza il fiato corto, benedetti senza il cuore in gola, benedetti senza sguardi, benedetti senza grida, benedetti senza fuoco, benedetti senza strade, senza scelte da osservare, senza albe da contare, senza notti da vincere, senza buio da vivere.
Benedetti senza spinta, senza sangue che impazzisce, senza anima che urla nel silenzio della voce...
Benedetti, benedetti loro e tutti quelli che non capiscono queste parole. Benedetti tutti quelli che ne ridono o che scuotono la testa, benedetti... benedetti e poveretti...
Poveretti...
Poveretti.
Poveretti coloro che non sentono il sapore della voglia, perché non sapranno mai che cosa nasconde la vita se la mordi senza paura di farle e farti male; non la sentiranno esplodere di gusto in una bocca affamata e vitale, non la sentiranno urlare di piacere né gridare di dolore... non avranno sospiri profondi, perché nulla li farà godere. Poveretto chi non corre, poveretto chi non ringhia e non ha ringhiato mai contro qualcosa: il destino, lo specchio, il piatto o il bicchiere, quello mezzo vuoto e quello mezzo pieno poi svuotato d'un fiato... contro il cielo, la luna le stelle e tutte le cose più belle, contro l'aria o la terra, contro Dio...
Poveretto chi non ha i pugni chiusi, poveretto chi non ha il cuore aperto, poveretto chi non sente la vena della linfa del mondo che pulsa sotto le sue mani strette...
Poveretti e benedetti, benedetti o poveretti, e il mondo è un girotondo.
Benedetti o poveretti, loro vivono tranquilli.
Benedetti o poveretti, non saranno prigionieri e non saranno liberi.
Benedetti e poveretti, se non sentono la spinta non sentiranno niente.
Benedetti e poveretti, loro non lo sanno...
Non sanno di te, non sanno di noi, non sanno del mondo, non sanno dell'urlo, dell'universo intero... non sanno un cazzo di niente e vivono, adesso, non sono nati mai, ma muoiono lo stesso.
Benedetti e poveretti, a noi le grida a loro il silenzio.
Poveretti e benedetti, a loro il pianto a noi le risa.
Benedetti o poveretti, da qui non se ne andranno mai e mai ci sono stati...
Ma c'è chi è nato libero, e chi lo vuole ancora.
C'è chi è nato libero, e da perdere ha qualcosa...
C'è chi è nato libero, ma questo i poveretti non lo vedono...
C'è chi è nato libero, ma i benedetti non lo sentono.
Benedetti e poveretti, poveretti e benedetti... loro vivono.
(forse)
Vivono tranquilli.