venerdì 8 settembre 2023

Sì, ho scritto un libro che parla di suicidio. E l'ho fatto per LORO.

Un soffio leggero - Marina Lizzi
 Sì.

Ho scritto un libro che parla di #suicidio

L'ho fatto perché credo che sia un mostro di cui tutti hanno paura ma nessuno ne parla.

L'ho fatto perché so che ha sfiorato la mente di molte più persone di quante non siano disposte ad ammetterlo.

L'ho fatto perché credo nella vita e credo anche nel dolore che alcune volte soffoca la voglia di viverla.

L'ho fatto perché prego e spero che sempre più persone si accorgano di questo mostro e abbiano la forza di parlarne e di scappare lontanissime dalle sue mani gelide.

L'ho fatto.

L'ho scritto.

È qui di fronte a voi, perché non esiste solo l'azzurro delle emozioni gioiose, e davanti a una percentuale così alta di giovani che si tolgono la vita, forse sarebbe il caso di provare a capire quel buio invece che fare finta che non esista.

Questo libro è per LORO.

Per tutti quelli che sono saliti sulla ringhiera di un balcone, sul cavalcavia di un'autostrada, sul davanzale di una finestra e, guardando giù, hanno sentito qualcosa che li chiamava, un mostro buio alle spalle che li spingeva.

Per chi è saltato giù, e anche per chi non lo ha fatto.

Per tutti quelli che hanno guardato il treno arrivare e fatto un passo oltre la linea gialla con il freddo nella pancia e nella mente e la voglia di credere che, dopo quel passo, tutto sarebbe finito... soprattutto il dolore.

Per chi quel passo l'ha compiuto in avanti e anche per chi, invece, per fortuna lo ha fatto indietro.

Per tutti quelli che hanno acquistato una corda da legare a un albero o ad una trave del soffitto.

Per chi ha mollato la presa con il mondo e anche per chi invece ha slegato la corda tremando di paura.

Per tutti quelli che hanno creduto che l'oblio dopo aver ingoiato decine di pillole sarebbe servito a smettere di soffrire.

Per chi le ha inghiottite e si è addormentato per sempre e anche per chi le ha buttate tutte nel cesso.

Per tutti quelli che hanno scritto biglietti piangendo alle loro famiglie e anche per chi non lo ha fatto, lasciando domande eterne e senza risposte.

Per LORO... e per chi gli è vissuto accanto e non ha visto e non ne ha nessuna colpa.

Per LORO... e anche per chi gli è vissuto accanto e ha visto ma non è riuscito a salvarli perché non sempre si può.

Per LORO... e anche per chi invece fa finta che LORO non esistano, che non siano migliaia ogni giorno, in ogni parte del mondo e di tutte le cazzo di età.

Per LORO e per TUTTI.

Perché non voglio più sentire di mostri bui che spingono giù dai balconi o sotto un treno, che ti aprono la bocca per infilarti dentro pillole bianche e amare; che ti legano il cappio intorno al collo sussurrandoti che dopo andrà meglio.

Per LORO e per TUTTI quelli che quel mostro lo hanno visto o sentito aggrapparsi addosso con i suoi artigli disperati.

Perché sempre più persone facciano un passo indietro all'arrivo del treno, perché scendano dalle ringhiere, si liberino delle corde e inizino finalmente a correre verso tutta la vita che li aspetta, con tutto il fiato che hanno in corpo, con tutta l'anima che gli vive dentro, con tutto il sangue che scorre, il cuore che batte, i polmoni che strappano il fiato ad ogni respiro e... VIVANO.

Potentemente, profondamente, VIVANO.

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SIAMO COLPEVOLI TUTTI

 SIAMO COLPEVOLI TUTTI

La strage di Brandizzo deve parlare alle orecchie di molti


Ogni giorno emergono particolari devastanti sulla tragedia di

Brandizzo e no, non voglio usare il termine "agghiacciante" perché si

usa sempre, si usa troppo, si usa quasi come intercalare nei fatti di

cronaca più dolorosi e tutto quel ghiaccio, forse, riesce a togliere un

po' di quel dolore terribile e dilananiante che invece non si può non

provare di fronte ad accadimenti di questo genere.


Quei tre avvertimenti non ascoltati


A fare più male, oggi, è quello scambio di telefonate pochi minuti

prima dello schianto. Quelle che racchiudono, a quanto pare, tre

alert inascoltati che dicevano chiaramente che lì, su quei binari, quei

ragazzi non potevano ancora andarci.

Antonio Massa, l’uomo scorta - ditta, addetto di Rfi, continua a

ripetere da giorni “Ho mandato a morire quei ragazzi...”, lo ripete sin

dai primi istanti, lo ripete in ospedale, lo ripete agli altri e a se stesso.

La procura di Ivrea lo definisce un uomo distrutto e, tutti noi, non

fatichiamo a crederlo.


Le telefonate intercorse tra lui e la tecnica di turno di Chivasso sono

state tre, sembra e, durante la terza, la comunicazione registra

l’arrivo del treno, il suo sferragliare, l’impatto terribile... le grida.

Le grida.

E lì, in quel momento, muoiono tutti e contemporaneamente tutti

falliamo. Muoiono i ragazzi, sì, ma non solo loro. Muore tutto quello

che il lavoro dovrebbe essere.


Di che cosa è figlia la tragedia di Brandizzo?


Perché, di che cosa è davvero figlia, la tragedia di Brandizzo?

No, non è figlia dell'uomo che ha dato il via libera ai lavori pur senza

averne il permesso;

Non è figlia dei macchinisti, che ora vivranno con quel rumore di

corpi e grida a perseguitarli giorno e notte;

Non è figlia di quei poveri lavoratori dilaniati dal treno;

Non è figlia tantomeno di chi, giustamente, non dava il via libera

perché non ce n'erano le condizioni.


Questa tragedia è figlia di questo mondo del lavoro marcio, avariato.

È figlia della paura delle penali, della corsa a un oro ormai povero e

impoverito, fatto di appalti miseri e insufficienti.

Questa tragedia è figlia di chi crede che lavorare veloci sia meglio

che lavorare bene; che finire prima sia meglio che finire giusto. È


figlia di chi obbliga gli uomini a somigliare alle macchine sotto la

minaccia di sostituirli con loro.


Tutti siamo colpevoli


Tutti sono colpevoli.

Quelle cinque vite, anzi no, quelle DECINE di vite: quelle dei cinque

operai, delle loro famiglie e amici, quelle dei macchinisti e delle loro

famiglie e amici, quelle dei superstiti e delle loro famiglie e amici...

Ecco, tutte queste vite uccise o rovinate sono sulla coscienza di chi

partecipa a questa scellerata discesa della qualità di fronte alla

velocità. Dell'automazione di fronte all'umanità, dello sfruttamento di

fronte alla dignità che dovrebbe regnare come unica r potente regina

in ogni luogo di lavoro e non solo.


Tutti SIETE colpevoli.

Tutti voi che credete che la vita dei lavoratori sia in vostro possesso.

Tutti voi che pensate che lavorare sia scendere a patti, anziché un

diritto.

Tutti, siamo colpevoli.


"Sono morti tutti... Sono morti tutti."

Dice l'ultima telefonata intercettata.


Sono certa che se la ascoltassimo con attenzione, si sentirebbero

anche i sospiri dolenti e rabbiosi di quelle anime appena strappate

dai corpi, come stracci, come carne da macello...

"Siete colpevoli, TUTTI."

Direbbero, mentre il mondo fatto di fatica e sempre più

incomprensibili ingiustizie diventava per loro un puntino lontano.

"Siete colpevoli tutti..."

domenica 6 novembre 2022

Un soffio leggero...

 

Un soffio leggero, Marina Lizzi
"Non lo sapevo. 

Giuro che non lo sapevo.

Non lo sapevo che morire potesse essere così semplice e indolore. E non solo per il corpo ma anche e soprattutto per l’Anima.

E credevo che almeno avrei provato sollievo, che la disperazione della vita si dissolvesse come per magia e fossi invasa da quella pace meravigliosa di cui tanto si parla, quella che sogni ad occhi aperti quando hai paura, quando hai talmente tanta paura da sentire freddo.

Invece no.

Non ho sentito sollievo, non ho provato dolore. 

Ma ho udito un soffio, un soffio leggero.

E in un attimo ero... di là.

Ho udito solo quello, solo un soffio leggero, la sera in cui mi sono suicidata.  [...] 

No, non l’ho deciso a tavolino, non l’ho programmato, nessuna data fissata.

No. 

Non credevo, davvero, non credevo che l’avrei fatto sul serio.

Oh certo, ci avevo pensato al suicidio. Ci avevo pensato anche spesso.  

Sembrerà ridicolo, ma ho iniziato a provare nostalgia della vita molti anni prima di morire.

Ci avevo pensato, sì, ma solo pensato, per l’appunto. Un pensiero che come tutti i pensieri è astratto, nascosto lì, in un angolino della mente che, ogni tanto, nel buio, luccicava.

Luccicava per ricordarmi che esisteva. 

Che, in fondo, anche quella era una possibilità. "  

Un soffio leggero è in vendita qui...


.Mi preme dirvi e chiedervi alcune cose...

 

 

Avete presente quelle cose che rimangono lì a guardarvi storto finché non le mettete a posto? Che so, i calzini appena ritirati dallo stendibiancheria e posati su una sedia del salotto, il piatto da lavare della sera prima, un cassetto lasciato mezzo aperto che lo guardi e dà fastidio e ti sembra che, se non metterai via i calzini, non laverai il piatto o non chiuderai il cassetto, allora non riuscirai a fare molto altro di concludente, durante la giornata.

Ecco, questo libro è un calzino.

Un piatto da lavare, un cassetto… un cassetto rimasto aperto per troppo tempo e nel quale inciampavo continuamente facendomi un male cane.

È giovane e vecchio insieme (come il mio primo romanzo, “Le Anime di Heaven’s Hall”, che sia un vizio il mio?): giovane perché quando l’ho scritto lo ero anch’io; vecchio perché da quando l’ho fatto, sono passati molti anni.

E sono stati anni ricchi di rimaneggiamenti, di dubbi atroci, di domande dolorose e risposte incerte. Era nato con un parto doloroso e travagliato ma necessario e vitale, come ogni parto che si rispetti.

Era uscito da me, dal mio corpo e dalla mia anima, con una tale violenza da lasciarmi quasi sbigottita, ma dovevo fare i conti con il tema che trattavo: il suicidio.

Che brutta parola, eh? Come suona male, vero? Eppure esiste. Esiste e grida con una voce che non può non essere ascoltata e, io, avevo bisogno di darle spazio, di darle pagine e parole, di darle una storia, un nome, un corpo.

I libri, quasi sempre, servono a questo: iniziare un dialogo, lanciare una freccia, dare voce. Il resto spetta sempre al lettore.

Senza annoiarvi oltre mi preme dirvi e chiedervi delle cose.

Dirvi che no,   questo romanzo non contiene nessun giudizio, nessuna lezione, nessuna pretesa, soltanto una voce.

Chiedervi di essere clementi verso Marybeth, che è soltanto un nome che però ne contiene tanti, tantissimi altri.

Dirvi che è stato difficile, tremendamente difficile scrivere queste pagine.

Chiedervi di capirlo.

Dirvi che è importante, se avrete scelto di acquistarlo, leggere questo libro fino alla fine.

Chiedervi di avere pazienza.

Dirvi che la persona che lo ha scritto aveva sì e no vent’anni o poco più, ma affrontava da sempre la profondità buia e densa del dolore.

Chiedervi di non farvi ingannare dalle apparenze, nessuna apparenza.

Dirvi che, anche solo perché avrete acquistato questo libro, io vi vorrò bene e ve ne vuole anche Marybeth, o qualunque altro nome possa portare.

Chiedervi di leggere senza pregiudizio, dirvi che ve ne sarò grata per sempre.

Ho chiuso un cassetto, messo via i calzini e lavato quel maledetto, fottuto piatto che ristagnava nel lavandino da troppo tempo.

Le cose scomode sono sempre le più difficili da fare.

Ma anche le più utili.

 

 

Detto questo, prima di lasciarvi alla lettura, ho bisogno di dire dei “grazie” importanti.

Ad Alessandra, che ha letto ogni capitolo di questo romanzo durante la mia ultima revisione, nonostante il suo personale dolore: quello che hai fatto è prezioso, preziosissimo, ricordatelo sempre.

A Luca, il mio compagno, che quando ha letto questo testo mi ha abbracciato di uno di quegli abbracci che contengono tante cose impossibili da dire a parole.

A Katia, che in questi mesi (e non solo) non ha fatto che dirmi di credere in me, nel mio istinto, nello sguardo che vedevo allo specchio.

A Pamela, che è stata la prima a conoscere Marybeth e ad ascoltare il suo dolore: nulla si dimentica, MAI, quando ha avuto valore.

Ad Erika, la mia Sister: Rock’n’Roll, Sister, SEMPRE! - E in questa frase solo io e lei sappiamo quante cose prendono posto.

Ad Amelia, per tutti i suoi “Tu devi scrivere, la tua strada è quella: ricordalo!”

Perché questo libro, questo particolare libro, non avrebbe mai avuto nemmeno una chance se non fosse stato per loro.

 

 

Buona lettura, gente.

E se potete, non ascoltate mai, MAI, quella “puttana”.

Vi voglio bene.

Marina Lizzi


lunedì 11 gennaio 2021

La morte è fatta di nulla...

"...il tempo gioca brutti scherzi, quando una persona muore. Non si finisce mai di credere che prima o poi ritornerà, a sistemare il letto, a chiudere gli armadi che ha lasciato aperti dentro di noi, l’ultimo giorno in cui l’abbiamo vista, toccata, sentita. E li lasceremo aperti per sempre quegli armadi, ad aspettare. Le lenzuola rimarranno tiepide perché, al suo ritorno, la persona che amiamo dovrà riposare bene e trovare tutto come prima. 

La vita non si rassegna mai alla morte. Non le permetterà mai di vincere. Non ammetterà mai di essere stata sconfitta, nella consapevolezza che un giorno si riprenderà tutto quello che la morte le ha rubato. Semplicemente  perché la vita è eterna, si trasforma, cambia, ma non finisce mai. La morte deve solo accontentarsi di vincere queste piccole battaglie, e lo sa… Sa di non esistere, in realtà. 

La morte è fatta di nulla. 

E’ fatta di quell’attimo sfuggente in cui riesce a sfiorare i sentimenti e le emozioni delle persone che la attraversano, senza afferrarli, senza comprenderli, non riesce a riempirsene: è destinata a rimanere sola. 

Perché la vita sfugge, va via, prosegue. 

La morte le ha fatto solo cambiare strada."

𝙇𝙚 𝘼𝙣𝙞𝙢𝙚 𝙙𝙞 𝙃𝙚𝙖𝙫𝙚𝙣'𝙨 𝙃𝙖𝙡𝙡 - 𝙈𝙖𝙧𝙞𝙣𝙖 𝙇𝙞𝙯𝙯𝙞 

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mercoledì 4 marzo 2020

Le anime di Heaven's Hall


È il 27 giugno di un imprecisato anno ad Heaven’s Hall, un apparentemente calmo paese che si sdraia tra le colline di un’imprecisata contea, in cui si estendono i boschi del Rose’s Park e giacciono le placide acque dello Scarlet Lake, che Jude Chambers viene brutalmente uccisa. La sua auto viene ritrovata in mezzo alla lunga e solitaria strada che attraversa il Rose’s Park, dopo un violentissimo temporale. Ma il corpo di Jude non è lì. Il corpo di Jude è sparito, lasciandosi dietro la certezza della sua morte, testimoniata con assoluta fermezza dal ritrovamento del cuore della ragazza, strappatole dal petto e posato dal suo assassino sul sedile del passeggero, dove giace al momento del ritrovamento dell’auto. Le indagini svolte dalla polizia sono sconnesse, poco chiare, nonostante l’efferatezza del delitto non esiste nessuna pista concreta da seguire. Sul luogo dell’omicidio non affiorano impronte, nessuna traccia, Jude sembra essere stata uccisa dal nulla, e questo tormenta fino allo sfinimento fisico e psicologico il fidanzato e futuro marito di Jude, Jimmy Moore. Ma la storia ha realmente inizio (o inizia la sua fine, difficile, come in ogni storia, stabilirne la differenza) la sera del 27 giugno di dieci anni dopo, quando Jimmy incontra Diane Summers, ragazza tanto fragile quanto potente, dotata di una particolare sensibilità che le permette di avere contatti con gli spettri da quando, poco più che bambina, perse i genitori in un incidente stradale. È Diane a contattare Jimmy, dicendogli con disarmante semplicità che ha visto e parlato con Jude, e che per questo deve assolutamente vederlo. È in questa notte strana che Luke McConnel, noto psichiatra fatto quasi esclusivamente di logica razionalità (destinata evidentemente a crollare), rivede, dopo anni, il suo migliore amico: il defunto padre di Diane. E fuori, sempre in questa strana notte, c’è anche la piccola Lucy Lower, una bambina di undici anni che si trova in esplorazione in quella che lei chiama “Casa Morta”, ovvero la casa di Jude, la ragazza uccisa che lei ha imparato a conoscere attraverso gli articoli di giornale scovati nella biblioteca della scuola, appassionandosi, grazie alla sua fervida immaginazione, alla sua tragica storia. Le loro, ed altre, a formare un girotondo di anime destinate a scontrarsi e incontrarsi sulla scia del ricordo di Jude… le loro anime ed altre, sì, compresa quella del suo assassino.

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venerdì 12 aprile 2019

...e la mia anima è nata lì, in riva al mare.

Quasi nessuno lo sa, ma io mi chiamo Marina perché mio padre e mia madre si conobbero al mare, tanti anni fa… e si innamorarono là, sulle sue rive e, forse, da dove la mia anima si trovava allora io me ne accorsi, anche se sarei arrivata da loro solo molti anni dopo. La prima volta che vidi il mare non avevo nemmeno compiuto un anno. Mia madre mi racconta spesso di quella vacanza… dice che appena mi posò sulla sabbia, io corsi immediatamente a riva, col tipico passo di corsa traballante e incerto di chi ha appena imparato a camminare e, una volta lì, spalancai occhi e braccia e trattenni il fiato con un’espressione di meraviglia immensa sul viso tondo. Poi esplosi in un “QUAT’ACCA TUTTA PETTEVVA!!!” che nella mia mente voleva dire “quanta acqua tutta per terra!!” e chi mi era vicino scoppiò a ridere. Continuai a correre verso il mare per tutta la vacanza, era impossibile tenermi ferma e, di sera, per farmi addormentare serena mia madre era costretta a stare sveglia sulla terrazza dell’albergo da cui si potevano sentire le onde perché soltanto così, io che non dormivo mai, io che sin da piccola non sono mai stata capace di spegnere del tutto il rumore che avevo dentro, tacevo e finalmente riposavo. E siamo cresciuti insieme, io e il mare, anno dopo anno… in un legame che ha poco a che fare con il nuoto, con il prendere il sole e con lo stare in costume… Marina e il mare… era una questione di discorsi silenziosi, di pace interiore, era un incontro. Arrivavo e scappavo a riva ad abbracciarlo, me ne andavo e ogni ultima sera andavo a salutarlo… le mie mani tra le sue braccia liquide che arrivavano a riva, le mie lacrime, ogni volta che dovevo tornare a casa. Gocce salate nel sale delle onde… era semplicemente giusto così.
Poi, il mare mi è stato portato via per tanto, tantissimo tempo. Una tempesta terribile mi strappò mio padre, una tempesta di nome CANCRO, e la mia famiglia vacillò sotto i colpi tremendi del mentre e del dopo in modi che pochi possono dire di conoscere, davvero pochi, per la fortuna ottusa di molti.
Portarmi via il mare ha rischiato di uccidermi e, questo, io non riuscirò mai a farlo capire a nessuno se non a me stessa. Senza il suo potere io esplosi, dentro e fuori. Senza il suo mettermi in silenzio l’anima, io rischiai di perdermi. Sono dovuti passare molti anni prima che io riuscissi a rivederlo… anni duri, anni tempestosi. E quando lo rividi gli giurai che mai più, mai nessuno sarebbe riuscito a impormi di stargli lontana più di tanto. E lui capì. Lui capì e me lo disse, ma voi, tanto, a queste cose mica ci credete…
Ho appena rivisto il mare. Anche quest’anno cose più grandi di me, sommate all’egoismo di alcune persone, stavano cercando di portarmelo via ma, grazie all’AMORE, all’AMICIZIA e alla FATICA, sono riuscita a vederlo almeno per tre giorni.
Cosa volete che vi dica? E’ una magia e un destino, è una lingua che parlo soltanto con lui e… e allora ecco qui… La salita impervia verso una chiesa scavata nella roccia a strapiombo sul mare, la pioggia battente, il vento mischiato col sale… il buio della piccola, antichissima navata di pietra, un sospiro fresco e costante che entrava dalle porte e dalle fessure tra le rocce, le fiamme di candele ondeggianti ma accese contro ogni aspettativa… la corsa verso una porta spalancata, in un attimo sono fuori e… BAM! Il rombo del mare sotto di me, mare aperto e libero, che si infrangeva contro gli scogli di colline che sembravano appoggiate nell’acqua arrabbiata. E ha riso, lui, laggiù, io lo so. Ha riso di flutti e colpi, ha riso e rombato con le sue onde… e per me era un “Ciao” e un “Finalmente sei tornata, amica mia”- e io ho smesso di respirare… come mille anni prima, ho spalancato gli occhi e pianto… e quel pianto era un “sono tornata, sì, AMICO mio…” e quando ho ripreso fiato l’aria che è entrata era vita pura e potente, era aria frizzante mescolata alle grida dei gabbiani…. – E poi su un’altra riva, sotto le mura di un’altra città.. “Ci prendiamo un cartoccio di calamari fritti e una birra e pranziamo qui?” e sì, l’abbiamo fatto seduti su un balcone del porticciolo di Manarola, col sottofondo schiumante e le note del piano di un artista di strada abbarbicato con il suo strumento su un sentiero che saliva in cima al paese - E poi, due giorni dopo, quei vicoli stretti e colorati, come labirinti verso la riva… il rumore delle onde sempre più vicino, a ogni passo, a chiamarmi ridendo, a chiamarmi piangendo, a gridarmi di andare… ancora qualche passo ed ero di nuovo lì, all’esplosione del tramonto di un sole tiepido e dorato che si stava divertendo a dipingere l’acqua prima di cadere addormentato dietro alle colline. Ero di nuovo nel rumore di una magia che pochi riescono a comprendere, nonostante si tuffino tra le sue acque ogni anno o di più e spergiurino di amarlo… Ero di nuovo in una stretta di suoni e carezze capaci di acquietarmi. Ed ogni volta ho un anno, anzi di meno. Ogni volta sto correndo verso qualcosa che è irrimediabilmente mio, ogni volta il fiato mozzato, la meraviglia e il pianto. Ogni volta il silenzio, dentro, la pace dell’anima e dei pensieri febbrili che da sempre mi costringono a stare sveglia e all’erta. Ogni volta è un abbraccio tra me e quelle onde potenti, tra me e quel profumo di sale, tra me e il suo modo di pronunciare il mio nome che arriva da lui e che, chi lo sa, forse proprio lui ha suggerito all’amore dei miei genitori.
Come si fa, a spiegare questo?
Come si fa a spiegare il dolore del saluto finale e di che cosa è fatto?
Come si fa a spiegare quella forza, quella che esplode fuori da quelle onde infinite ed eterne?
Come ve lo spiego, io, che cos’è?

“Hai rivisto il mare, Bella?” mi dice mia madre al telefono
“Sì, finalmente…”
“E lui ha rivisto te.”
“Sì.”
“Non hai mai smesso di correre da lui…”

E non smetterò mai. Perché mi chiamo Marina

e la mia anima è nata lì, in riva al mare. Perché mi chiamo Marina e, il mare, è casa mia.

mercoledì 5 settembre 2018

Una cura per poter vivere

Il titolo dice tutto "Una cura per poter vivere", e già questo dovrebbe bastare, ma non basta mai... bisogna sempre aggiungere qualcosa, altrimenti non si va oltre, non si legge, non si va a fondo se non con le notizie gossip, se non con gli scandali.
Beh, questo E' uno SCANDALO.
Laura è una mia amica. Un'amica VERA, un'amica con la quale sono cresciuta, fianco a fianco, sin da bambina. Un'amica che ha 37 anni e due bambini e ha un cancro. Lo so, vi ho già raccontato la sua storia, ma come tutte le storie, insieme al tempo che passa si trasformano, salgono e scendono come montagne russe e, adesso, il treno della "giostra" spaventosa su cui si trova da due anni sta correndo pericolosamente verso il basso.
Da cosa è fatto, questo basso? E' fatto di cure che non hanno dato i risultati sperati e, soprattutto, di tempo che scarseggia.
Laura è una donna e una madre e un'amica e una figlia, e io ho vissuto "accanto" a lei gli alti e i bassi, le decisioni importanti, la sua continua e tenace voglia di non lasciare incompiuto nessun tentativo: Laura ha continuato a cercare e informarsi.
E non si tratta di un capriccio, non si tratta di un sogno o un progetto, che sono degni di lode, certo, ma non tanto quanto salvarsi la vita.
Perché è questo, che stiamo cercando di fare con questa raccolta fondi: salvarle la vita e provare a farlo un fretta. Le mosse di quell'animale che si chiama cancro non sono prevedibili e, adesso, è uno di quei momenti sospesi e decisivi.
IO CHIEDO A TUTTI I MIEI CONTATTI DI IMPEGNARSI.
Aprite questo link, LEGGETELO.
DONATE. DONATE QUELLO CHE POTETE MA DONATE!

P A R L A T E N E.
Parlate con i vostri contatti sui vostri social. CONDIVIDENDO E INVITANDO A DONARE.
Parlate con i vostri amici, colleghi, parenti, e DONATE e invitate a DONARE.
Passate parola, vi prego, passate parola a chiunque conosciate.
Raccogliamo quanto più possiamo, quanto più IN FRETTA possiamo.
In gioco c'è la vita.

Per chi lo preferisse, può donare anche tramite bonifico intestato a LAURA MARINGONI all'iban : IT48D0200846870000105014750. 
Specificate nella causale "DONAZIONE".

lunedì 3 settembre 2018

Perché Tu, ti sento, ridi con me...

Comacchio, Emilia Romagna - Italy 
In questo intricato percorso di tunnel e strade aperte e incerte, Dio, io non smetto di cercarti. So che lo sai, so che lo sai ogni volta che alzo lo sguardo verso di Te e ti urlo contro perché non capisco, proprio non ci riesco, quello che vedo a questo sporco mondo. Sai che le preghiere che dico non somigliano quasi mai a quelle che di solito insegnano, sai che ho un cuore che vuole correre, sai che ho il respiro corto e una molla dentro che mi spinge a fare tutto quello che faccio e...so che ridi, ogni tanto, con me. Lo so perché ti sento farlo, nelle giornate di luce e di cieli cristallini, così come nelle esplosioni dei tuoni. Oh sì, ti sento ridere, Dio, anche dei miei dubbi. Ma non del mio dolore, non di tutto il dolore che sento e che non è solo il mio e che a volte diventa troppo da sopportare e allora mi arrabbio...e con chi, se non con Te? Te che non ti spieghi, Te che non ho capito dove ti vai a nascondere certe volte o se a nascondermi sono io. So che il mondo è al buio, e io vorrei accendere la luce perché ci stiamo facendo proprio troppo male, quaggiù.
In questo intricato percorso di tunnel, Dio, io ti chiedo solo di non smettere di credere in me...e io non mi perderò mai. Solo ti prego, ti prego trova il modo di rispondere almeno a un paio delle mie domande, solo a un paio, e andrò avanti per un bel po' ancora. Andrò avanti come sempre, tra le urla e gli abbracci e i baci lanciati verso di te. Ti lancio tutto, Dio, lo sai. E io sono questa testa strana qua, che conosce le ombre e la luce e sceglie sempre di seguire quello che le fa battere il cuore un po' più forte perché, in fondo, anche quello è un tuo modo di parlare.
Ecco, tutto qui, Dio. Volevo solo dirtelo. Che non mi sono persa, che mai mi perderò, che sono ancora qua, che sono ancora io e continuerò ad essere io, che non sarò mai uguale a migliaia di altre persone, che non avrò mai il loro stesso pensiero (spaventosamente uguale, spaventosamente falso, spaventosamente morto) ma che continuerò ad avere il mio e che...no, io ancora non l'ho trovato quello che sto cercando.
Ma so che Tu lo sai.
Perché Tu, ti sento, ridi con me

mercoledì 22 agosto 2018

22/08/18, I SOGNI RI(N)CORRENTI

Ho da sempre fatto sogni molto vividi, ricchi di sensazioni e immagini. Non si sono mai fermati alla notte, mi strisciano addosso per ore e ore anche dopo la sveglia e non è sempre una bella cosa. In questo caos, mi appartengono uno o due sogni ricorrenti che mi perseguitano sin da bambina, ma ultimamente se n'è aggiunto un altro.... l'ho capito dalla prima volta in cui si è manifestato che non mi avrebbe abbandonata mai. Perché da subito, loro, i sogni ricorrenti, ti dicono che ti hanno trovata e che nella tua mente, per qualche strana ragione, ci stan belli larghi e comodi. Hanno uno spessore diverso, vibrano di un'energia più densa e, soprattutto, sanno perfettamente chi sei e di cosa hai paura o bisogno, a seconda del fatto che vogliano perseguitarti o provare a guarirti.
Quello di cui parlo oggi, quello che anche stanotte mi ha rincorsa e trovata è uno di quelli che perseguita e lo sa fare bene ed è fatto, principalmente, di acensori. E no, non ascensori qualunque; questi viaggiano da sopra a sotto e viceversa, ma anche da destra a sinistra o in diagonale, su rotaie e ingranaggi di ogni tipo. Escono all'esterno delle strutture, passano da un edificio all'altro ma sono sempre troppo lenti... i loro percorsi vengono continuamente deviati o rallentati, non mi portano mai dove dovrei andare se non quando ormai è troppo tardi e, allora, mi ritrovo al buio in un posto sconosciuto e confuso. E poi sono traballanti. Instabili. Molte volte non hanno pareti, ma solo pavimenti obliqui.
Quello di stanotte era l'ascensore di un ospedale grande quasi quanto una città, una città antica, questo si capiva dalle guglie che intravedevo mentre l'ascensore mi trasportava attraverso corridoi dalle pareti di vetro che si infilavano dentro e fuori le mura come il filo dietro all'ago da cucito di un gigante.
Sapevo bene dove dovevo andare, ma sapevo anche che me ne stavo allontanando. E cercavo di fermare le persone mentre salivano, gli chiedevo per favore di aspettare la prossima corsa, ma era tutto inutile... le loro destinazioni arrivavano sempre prima della mia.
Da sola, dopo un lungo tratto lento e al buio, sono finalmente scesa da quel cubo mobile.
Le urla e la confusione mi hanno avvolta in un abbraccio, nonostante i corrodi fossero deserti e spenti.
Urla incomprensibili, confusione di parole, lamenti.
Erano le voci dei pazienti.
In fondo al corridoio una stanza accesa, sapevo che sarei dovuta entrare là, per andare a trovare chi aveva bisogno di me. Dietro, la bocca dell'ascensore era aperta e sembrava quasi respirare con un alito tiepido. "Cosa fai?", sembrava chiedermi, "Vai o torni, bambina?".
Vado.
E un passo dopo l'altro mi sono diretta verso l'unica luce accesa dove sapevo che ad aspettarmi c'era qualcosa di spaventoso.
Spaventoso come la mente quando perde il controllo; spaventoso come le persone con gli occhi ridenti su volti stanchi; spaventoso come le cantilene allegre e i battiti di mani in piena notte, quando tutti dormono o dovrebbero dormire.
Spaventoso come i ricordi che ti rincorrono, i sogni che ricorrono e gli ascensori che ti mangiano.
Sapevo che saresti tornato, maledetto sogno carnivoro.
Sapevo che saresti tornato e ritornerai.

domenica 1 luglio 2018

C'è un posto dove saremo per sempre. (...è un momento che batte le otto del mattino)

...che per esempio c'è un posto, e per tutti è diverso, dove saremo per sempre. Un posto e un momento che ci inseguono come la nostra ombra, e che saltano fuori proprio quando non te lo aspetteresti mai. Sono il posto e il momento dove abbiamo sofferto di più, o magari dove siamo stati travolti dalla nostra gioia più grande o dalla più immane paura o tutte e tre le cose insieme o da mille altre mutevoli cose. Non cercate di dire di no, ognuno di noi lo ha. E' dentro, profondamente dentro di noi, così dentro che più dentro non si può, ma c'è. Forse, può darsi che siano più d'uno... come certamente più d'uno sono i mattoni di una casa, i gradini di un'alta scala... Ma non tantissimi. Sono pur sempre mattoni o gradini speciali. In un libro che ho letto recentemente, l'autore li definisce "scampoli" di vita. E' bella anche questa definizione. No, inutile che ci pensiate a mente lucida, questi mattoni hanno ben poco a che fare con la ragione... dal momento in cui nascono si radicano al centro del petto, non voglio dire che siano vicino al cuore ma, tant'è, la posizione sembra essere proprio quella. Come ho detto, saltano fuori all'improvviso, mentre siete in posta, magari, o mentre parlate con un vostro vicino, mentre tornate a casa la sera e ve ne state seduti in macchina con lo sguardo imbambolato nel vuoto aspettando che il cancello automatico si apra per poter entrare in box... Solitamente è qualcosa che non abbiamo condiviso con nessuno o quasi con nessuno perché risulta difficile trovare le parole per definirlo. E, bé, uno dei miei mattoni, dei miei gradini, uno dei miei scampoli oggi è saltato fuori... E' un momento che batte le otto del mattino, all'incirca, ed è estate. Un'estate di tantissimi anni fa. E' un momento in cui ho voltato un angolo, con la gola annodata in un magone sconosciuto e nuovo e la luce del sole di prima mattina mi ha colpita dritta in faccia come un pugno di caldo sciroppo al miele... Ero da sola, e quel tipo di strana stretta al petto non la conoscevo ancora, prima di allora. Non voglio dire altro, perché gli scampoli in qualche modo vanno anche un po' protetti. Solo che era estate, erano le otto del mattino, c'era il sole e avevo in mente questa canzone, mentre cercavo di riprendere a respirare... e l'avrei avuta in mente per giorni e giorni.
Tutto qui...

mercoledì 20 giugno 2018

Gli Ipocriti

Gli ipocriti sono come panni stesi, male, al buio di un vicolo.
Non profumeranno mai di sole e di aria pulita, nonostante i loro sforzi.
Il puzzo di ombra e umido rimarrà loro addosso come una firma.
Perché stare al sole è rischioso, e loro non amano il rischio...
Perché stare al sole richiede coraggio e fatica, e loro sono vigliacchi pigri.

venerdì 25 maggio 2018

Dovevo trovare il modo di dirti addio, papà...

Un ricordo. Uno di quelli forti, uno di quelli sepolti e che, ogni tanto, rimescolati nel calderone degli eventi, tornano a galla e ribollono un po'. Se li assaggi, e non ti ricordi di soffiarci bene bene sopra, ti scotti.
Stasera sono stata incauta e ho assaggiato un po' di quel ricordo frettolosamente, senza prepararmi. Mi sono bruciata e adesso mi brucerà per un bel po' ancora.
Una stanza d'ospedale, la luce fioca della lampada sopra il tuo letto e il tuo viso, papà, appoggiato sul cuscino e girato verso di me, seduta accanto al tuo letto.
Era il giorno prima o forse due prima che morissi, avevo in mano un bicchiere d'acqua e te lo porgevo, ogni tanto, con una cannuccia infilata dentro da cui tu bevevi qualche piccolo sorso.
Mi guardavi. Tanto. Mi guardavi e basta e io guardavo te.
A un certo punto hai allontanato con la mano la cannuccia e mi hai fatto segno di appoggiare la mia testa sul cuscino. Io l'ho fatto. E siamo rimasti così per tanti lunghissimi minuti. Volevo che il tempo passasse lentamente e, alcmeno in questo (e a ben vedere in molto altro) Dio mi ha accontentata.
Avevo paura. Una paura muta, sorda e pulsante. Una paura metallica. E tu lo sapevi. Ora l'ho capito. Mi hai guardato e allora io quel tuo sguardo non potevo capirlo fino in fondo, l'ho soltanto bevuto fino all'ultima goccia perché sapevo che mi saresti stato concesso ancora per poco. L'ho intuito, sì, ma adesso, solo adesso l'ho compreso del tutto. Avevi paura anche tu, e non solo per te, ma anche per me, per noi, per la tua famiglia che eri costretto a lasciare così presto.
Hai lottato come un leone, papà. Hai rubato il tempo alla morte, pur di regalarci ancora qualche mese. Hai vinto mille battaglie e lo hai fatto per noi. Ma sei morto spaventato, papà. Avevi paura non della tua morte, ma della nostra vita senza te. In quei minuti me l'hai detto, silenziosamente. Me l'hai detto guardandomi con un paio d'occhi che non tremavano nemmeno lì, in quel letto d'ospedale. E io, appoggiata su quel cuscino, con il cuore a metà, ho detto a te che io non sapevo cosa ne sarebbe stato della mia vita, senza di te. Te l'ho detto, anche se non volevo. L'ho fatto perché ero piccola e non sapevo cosa bisogna fare quando qualcuno se ne va per sempre.
Dovevo trovare il modo di dirti addio e l'ho fatto.
Scusami, papà.
Scusami se una delle ultime cose che hai sentito è stato il mio grido d'aiuto. Scusami se non sono riuscita a nascondertelo ma se lo avessi fatto, probabilmente sarei esplosa in miliardi di pezzi.
Brucia. Brucia, quel ricordo. Quel cuscino su cui ti ho detto addio, quel dialogo di sguardi galleggia, adesso, dentro di me e mi fa un male del diavolo.
Ti amo, papà. E te l'ho detto troppo poco mentre eri qui perché a quell'età l'amore è strano e non ha nome né parole.
Tra poco me ne andrò da quella stanza d'ospedale e staccherò il mio viso da quel cuscino perché fa troppo male... ma sono una donna adesso e, prima di andare via, voglio farti una carezza e dirti quello che se fossi stata adulta allora ti avrei detto...
Vai, papà. Non avere paura per me.
Non avere paura per noi.
Vai, papà... non preoccuparti, sono forte abbastanza.
Vai...papà.
Dormi bene, dormi sereno... qui, andrà tutto bene.
E anche se non era vero, a te sarebbe servito.
Anche se non era vero, non saresti morto spaventato.
Anche se non era vero, forse, sarebbe bastato.

domenica 13 maggio 2018

Sei stata brava. Brava e forte

Mentre sto per alzarmi dal divano per appoggiare sul tavolo la tazzina di caffè mi arriva negli occhi il ricordo di un vecchio posacenere... L'avevo rubato in un bar insieme agli amici di allora, era azzurro e bianco, disegnato sopra campeggiava lo stemma colorato e sorridente di una nota marca di gelati. Mi chiedo vagamente che fine possa aver fatto, lui come tante altre cose, deve essersi rotto durante lo scorrere di qualche giorno passato.
Sorrido... ripenso alla serata in cui l'avevo rubato, al senso di colpa misto a eccitazione che avevo provato. Me la ricordo, bene, quella sera d'estate rovinata dal solito temporale.
Ripenso a quando lo riempivo di sigarette spente, negli anni in cui fumavo... e fumavo troppo. Ripenso, senza deciderlo, a quegli anni lì... quelli più duri, quelli che se me li avessero descritti prima di viverli io sarei fuggita via senza remore, spaventata a morte, convinta che non avrei mai e poi mai potuto affrontarli. L'immagine della mia mano che si abbassa avvolta nell'ultimo sbuffo di fumo soffiato fuori dalla mia bocca e spegne, sempre con troppa foga, la sigaretta nel posacenere azzurro e divertente... e poi quella stessa mano che sale e cerca la croce appesa al collo... e l'immagine di me che guardo la strada dal balcone, cercando come sempre una soluzione. Mi risiedo sul divano, oggi, a 37 anni, e porto con me la ragazza che ero, obbligandola a sedersi vicina a me e parlarmi perché non lo facciamo da un bel po'.
E se non ci parliamo è merito di un amore... un bell'amore arrivato quando ormai non ci credevo più e che, senza paura, mi ha preso la mano e ha cominciato ad accompagnarmi verso il futuro senza permettermi di guardare dietro, là, dove lei è rimasta a fissarmi. La guardo, adesso, quella ragazza con i capelli lunghi e color rame. Lei, guarda me. Le guardo le mani, sono più forti delle mie, il tempo passa... anche se non ci sembra vero. Più forti sono le braccia e le sue gambe infilate nei jeans strappati. Marina, fidati di me ragazza, hai fatto un bel lavoro, nonostante tutto. Hai fatto in fondo soltanto quello che hai potuto, con quel niente che ti hanno dato in mano e con quegli strappi che arrivavano di notte o di giorno, per farti gridare e stare male... Marina, hai fatto un bel lavoro. E lei annuisce, i suoi occhi sono più grandi, disegnate intorno hanno meno rughe ma i segni di quelle future si vedono già... Parlano chiaro di quello che ha vissuto e vivrà. Annuisce e prende una sigaretta, le unghie lunghissime e smaltate (una di loro ha un orecchino a cerchiolino infilato in un buchino fatto con la punta di un compasso) la sfilano dal pacchetto di chesterfiled light, la portano alla bocca e l'accendono. Respira il fumo, Marina, si scosta i capelli e li sbatte da un lato, poi mi sorride in un modo che conosco perché, ogni tanto, mi capita di farlo ancora. Allunga una mano verso il mio viso e ce l'appoggia addosso. Non è una carezza, e quasi una sberla lenta... lei, allora, non era capace di accarezzare né di lasciare che lo facessero con lei. Io, invece l'accarezzo e lei per un attimo si ritrae... Mi guarda stupita e le dico con lo sguardo che sì, ho imparato a farlo. Hai imparato, Marina, nonostante la vita. Hai imparato, anche se allora non lo sapevi. E in quel tocco tutto, tanto, risale su... milioni di immagini e di rumori. Migliaia di grida e sospiri; frammenti di conversazioni strozzate dal pianto, stralci di preghiere disperate; batticuore di paura, batticuore di adrenalina, batticuore di silenzi. Mani...mani al petto, mani a stringere le mie per farmi coraggio, mani a indicarmi, mani a condannarmi, mani chiuse a pugno contro le facce di chi per strada era mio nemico, mani strette a pugno di notte, impossibili da rilassare. Passi... passi di corsa, passi che si allontanano, passi che ritornano, passi di me che provo ad andare via.... valigie riempite a notte fonda, nella confusione più totale, porte sbattute, porte riaperte e richiuse. Rumore di chiavi, chiavi che chiudono una gabbia.
Marina mi guarda, piange. Lo fa come lo faceva allora, da arrabbiata. La bocca non le trema, lo sguardo è cattivo, gli occhi sono aperti e le lacrime scendono senza ostacoli ma la faccia non si arrende al pianto. Piange così soltanto chi viene mangiato dalla rabbia ogni secondo della sua vita e questo, Marina, allora non lo sapeva.
Mary, Bella, hai fatto un bel lavoro, davvero, nonostante tutto... E allora lei si addolcisce. Mary, Bella, hai vinto un milione di battaglie.
Mary, spegni quella sigaretta e guarda in faccia la donna che sarai. Non so quanto vivremo, ma adesso siamo qui, sedute sul divano io e te. Non avere rimpianti, non distruggerti l'anima, non rimproverarti troppe cose, assolviti... Assolviti.
Sparisce, quella Marina di tanto tempo fa, si dissolve sorridendo nonostante le lacrime... forse l'ho convinta...
Un attimo prima che sparisca le sue unghie aprono il pacchetto e lo avvicinano alla bocca. Pizzica con le labbra il filtro di una sigaretta e la sfila. Sorride, mentre l'accende mi fa l'occhiolino e io rido...
...e ride anche lei. Ride anche lei.
Forse fa in tempo a sentirmi mentre la ringrazio per avermi salvato la vita; per non essersi arresa mai, nemmeno quando diceva che lo avrebbe fatto.
Grazie, ragazza.
Sei stata brava e forte.
Grazie...
Grazie.

13/05/2017

lunedì 9 aprile 2018

Fuggite, donne.

Picture by Luca Di Miceli
Fuggite.
Fuggite da chi vi vuole dome, da chi vi vuole imporre cosa dire, come dirlo e quali parole usare;
Fuggite, donne, da chi si scandalizza per le vostre parole dure, da chi non capisce la vostra ira, da chi vi giudica per l'apparire e non per il vostro essere.
Scappate da chi crede di conoscervi, ma vi vuole uguali a tutte le altre; scappate da chi si spaventa di fronte alla vostra forza, da chi non comprende quanta durezza debba avere un fiore, per rimanere tale, quaggiù.
Scappate, da chi crede che la donna sia una gonna con un corpo dentro ma senza cervello un bel po' sopra la cintura.
Diffidate di chi crede che la volgarità sia nascosta nei vaffanculo e non nelle azioni; evitate gli uomini bisognosi di vedervi fragili e morbide, soltanto per poter sembrare più forti.
Liberatevi dalla gabbia, strappate le catene, sciogliete i capelli dalle code, svolgete le trecce, spettinatevi la testa e non abbiate paura di gridare, quando ne avete voglia.
E ridete.
Ridete in faccia a chi pensa di potervi sminuire, insegnare, comandare, dirigere, giudicare, imporre, educare, riordinare, redarguire, sono persone molto sole, di solito.
E imparate. Da chi non pretende di sminuire, insegnare, comandare, dirigere, giudicare, imporre, educare, riordinare, redarguire, sono le persone più vere, di solito.
Siete (siamo) creature selvagge, come i fiori non coltivati che hanno l'ardire di crescere nei prati incolti; come i cavalli che corrono con criniere lunghe sulle praterie inondate di sole; come l'acqua dei fiumi che scorre sopra le rocce prendendole in giro per la loro stupida staticità; selvagge come la risata spontanea, come le lacrime non silenziose, come le urla del vento, come le nubi in tempesta, come i tuoni che esplodono poco dopo il bagliore del fulmine... e come mille altre forze della natura che, di fronte alle sbarre (siano esse fatte di ferro, terra, abiti, pregiudizi, recinti) sorridono... e le attraversano

lunedì 2 aprile 2018

Ricette golose rivisitate in Low Fodmap - Muffin Pasquali

Picture by Luca Di Miceli
Mi rendo conto di essere andata un pochino sul lungo con i tempi, con questa ricetta: i muffin sono Pasquali e, oggi, è pasquetta (no, non volevo fare rime scontate ), ma credo che siano comunque una piccola bontà dal gusto piacevolmente primaverile, ottimo per la colazione o la merenda. Cercavo il modo di poter mangiare la colomba, o avvicinarmici, pur soffrendo di una malattia infiammatoria cronica (vedi qui, spiegazione nel primo post sul tema) e vagolando nel web mi sono imbattuta in questa bellissima e semplicissima ricetta che ho deciso, semplicemente, di tradurre in Low Fodmap.
Il risultato è stato ottimo, i dolcini sono venuti soffici e profumati e mi hanno fatto sentire un pochino meno sola al momento del dolce del pranzo di Pasqua.
Come sempre, la parola agli ingredienti e alla preparazione, buon divertimento e buon appetito!!

La ricetta originale indica gli ingredienti per 6 muffin, ma a me ne sono usciti 8 di medie dimensioni, anche perché preferivo un dolcino abbastanza piccolo che non riempisse troppo, e dunque:

- 180 g di farina di riso
- 80 g di zucchero semolato
- 60 g di burro (personalmente, in queste ricette, preferisco usare quello morbido da spalmare)
- 80 ml di latte di riso
- 2 uova
- scorza di un piccolo limone (mi raccomando accertatevi che la buccia sia edibile) 
- 50 g di farina di mandorle
- una manciata di canditi all'arancia
- 25 g di zucchero a velo
- circa 20 mandorle
- granella di zucchero
- 1/2 bustina di lievito

1) unite 25 g di farina di mandorle, 25 g di zucchero a velo e un albume e mescolate bene fino ad ottenere un composto cremoso omogeneo e senza grumi, poi mettetelo in frigo: servirà per la glassa.

2) montate con le fruste elettriche burro e zucchero, poi aggiungete il tuorlo avanzato dall'albume utilizzato in precedenza e l'uovo intero.

3) passate alla frusta a mano (io mi sono trovata bene e ho fatto così, ovviamente siete liberi di procedere nel modo che ritenete più opportuno) e aggiungete la farina di riso e la restante parte di farina di mandorle, entrambe setacciate. Amalgamate bene l'impasto.

4) Una volta che il composto si presenta morbido e omogeneo, unite la scorza del limone, i canditi, il lievito setacciato ed il latte di riso; continuate ad amalgamare bene il composto.

5) riempite i pirottini (io utilizzo quelli in stagnola per la cottura, poi li trasferisco in quelli decorativi una volta pronti e raffreddati) per poco più di metà e aggiungete sopra ad ogni muffin un cucchiano di glassa (sì, proprio quella che avevamo messo in frigo a riposare).

6) in ultimo, distribuite su ogni muffin una bella manciata di granella di zucchero e qualche mandorla a piacere (ricordatevi di non esagerare per la questione Fodmap, quindi vi consiglio di non metterne più di 3!)

7) infornate i muffin a 180° per circa 15/20 minuti. (Nel mio forno a cottura ventilata sono stati sufficienti 15 minuti, verificate la cottura con uno stuzzicadenti e state attenti a che non brucino!)

Le nostre mini-colombe sono pronte! Profumano di mandorla, limone e arancia e sono tutte per noi! Buona Pasqua e Buona Primavera, LowFodmappers!




giovedì 12 ottobre 2017

Interi abbastanza da camminare...

Non credere a chi ti dice che non si può guarire.
Si può.
Si può, anche da noi stessi, o meglio da quelli che volevano che fossimo.
Si può guarire da quello che abbiamo assorbito, da quello che abbiamo respirato, da quello in cui abbiamo nuotato e che credevamo ci sarebbe rimasto addosso per sempre come una viscida patina fangosa.
Si può uscirne tutti interi, o quasi... Interi abbastanza da camminare.
Interi e abbastanza forti per ricominciare.

domenica 10 settembre 2017

Muffin fragole e cioccolato ripieni di marmellata - Ricetta rivisitata in Low Fodmap

picture by Luca Di Miceli
Non avrei mai creduto, quando ho aperto questo blog anni fa, di arrivare (tra le altre cose) a parlare anche di "cucina". Sì, cucina tra virgolette, perché non mi voglio prendere titoli che non ho (e nemmeno merito). Così come non voglio farla troppo lunga e tediare chi capiterà qui per caso o volontà, parlando di "ciancerie" noiose e personali. Mi limiterò a dire che un lungo pellegrinaggio per studi medici e ospedali, passando per infiniti esami diagnostici (alcuni per nulla simpatici😁😅) mi ha portata a scoprire di soffrire di una malattia infiammatoria cronica che mi impedisce di mangiare alimenti ad alto contenuto di Fodmap: farlo mi farebbe stare moooolto male. So di non essere l'unica a soffrirne, so che ne esistono diverse e di diverse forme (una delle più comuni è indubbiamente l' IBS o Sindrome dell'intestino irritabile, anch'essa trova sollievo nella dieta a basso contenuto di Fodmap) e so, soprattutto, quanto sia terribilmente difficile dover rinunciare a nutrirsi di alimenti che fino al giorno prima (letteralmente) erano parte della tua quotidianità. So quanto sia terribilmente difficile rinunciare ai sapori, al gusto di sedersi a tavola serenamente perché il rischio di guardare di sottecchi il piatto e vedere il cibo come infido nemico è sempre in agguato. Lo scopo di queste ricette rivisitate in Low Fodmap è solo e soltanto quello di regalarci la possibilità di assaporare qualcosa di buono. Un piccolo momento di gioia e gusto per chi credeva (come me) di non poter mai più addentare un muffin, una torta o un biscotto.
Alcune ricette (tra cui questa) sono semplicemente tradotte in Low Fodmap... che sostanzialmente significa che mi sono messa a cercare online ricette golose, sostituendo quegli ingredienti High Fodmap, che avrebbero potuto danneggiarmi, con ingredienti Low Fodmap e personalizzandole a mio gusto. In questi casi sarà mia premura indicare la fonte della ricetta originale, per rendere giustizia dovuta a chi l'ha pubblicata. Ma, se vi fidate, ve ne proporrò anche di mie... 😊😉.
Un'ultima doverosa precisazione: queste ricette non hanno, ovviamente, nessun tipo di carattere medico/scientifico. Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono, purtroppo, personalissime e diverse tra loro. Chi conosce la dieta Low Fodmap sa che molta della sua efficienza è data soprattutto dal rispetto di determinate quantità per alimento consentito (chi non la conosce, invece, può informarsi in merito anche attraverso i link inseriti in questo stesso post, che son quelli ai quali io sono solita attingere, o a qualunque altra fonte possa essere ritenuta utile), ma è anche vero che molte reazioni e sensibilità sono del tutto individuali. Ritengo anche che chi pensa di soffrire di queste sindromi debba, prima di ogni cosa, rivolgersi a un medico competente. Ognuno si senta libero di modificare la ricetta a suo piacimento e, innanzitutto, sulla base delle proprie reazioni testate.

Che dire, penso di aver già parlato a sufficienza... lascio spazio ai muffin fragole e cioccolato, che mi hanno fatta innamorare al primo morso!
Buon appetito amici! 😘

Ingredienti utilizzati:

picture by Luca Di Miceli
- 300 g di fragole fresche;
- 260 g di farina di riso;
- 160 g di zucchero;
- 90 ml di olio di semi;
- 2 uova;
- 50 ml di latte di riso;
- 100 g di cioccolato fondente a pezzetti;
- un cucchiaio di cacao amaro;
- mezza bustina di lievito per dolci;
- un pizzico di bicarbonato;
- marmellata di fragole  q.b. ;

1) Tagliate il cioccolato fondente a tocchetti di piccole dimensioni;

1) Frullate le fragole dopo averle ben lavate e aver tolto loro il picciuolo e le foglioline;

2) Aggiungete il frullato di fragole in una ciotola in cui avrete già mescolato il latte di riso, l'olio di semi e le uova;

3) In un'altra ciotola setacciate farina di riso, zucchero, cacao amaro, lievito e bicarbonato;

4) Unite quest'ultimo composto al primo, lentamente, continuando a mescolare per non creare grumi e ottenere un impasto cremoso;

5) Aggiungete il cioccolato a pezzetti e mescolate ancora per distribuirlo uniformemente nell'impasto.

Io preferisco cuocere i muffin in pirottini di alluminio, non so quanto possa essere fondata questa convinzione, ma ho la sensazione che cuociano meglio...
E dunque...

picture by Luca Di Miceli
6) riempite i pirottini per 1/3 e poi, aiutandovi con un cucchiaino, appoggiatevi sopra una bella gocciolona di marmellata di fragole (fate attenzione che gli ingredienti della marmellata siano Low Fodmap! e non abbia, in aggiunta, dolcificanti o addensanti a noi dannosi! Io ho usato semplicemente quella di marca Esselunga)

7) ricoprite la marmellata con un altro strato di impasto, in modo da ottenere il ripieno una volta cotti. Non riempite mai i pirottini oltre i 2/3 , mi raccomando!

8) Infornate i muffin a 180° per circa 20 minuti;

una volta sfornati, lasciateli intiepidire per meglio estrarli dai pirottini di alluminio e infilarli in quelli ben più divertenti e colorati....

9) Sedetevi. Prendete un muffin e annusatelo. Guardatelo, pigiatelo, sorridete e... MORDETELO!! 

picture by Luca Di Miceli





(qui potete trovare, qualora lo voleste, la ricetta originale da cui ho preso spunto 😋)














mercoledì 6 settembre 2017

Libera recensione: "Da dove la vita è perfetta", di Silvia Avallone - (Blasting News)

Da dove la vita è perfetta,
Silvia Avallone
 "Da dove la vita è perfetta" è, a mio avviso, un insieme di voci. No, non un coro, nessuna delle voci si pronuncia in assonanza con le altre e anzi, tutte sembrano arrivare da punti ben diversi del corollario emozionale e umano delle esperienze di vita. Voci e suoni differenti, che però al contempo non creano caos e confusione, ma un insieme di esperienze che camminano in equilibrio sulla vita. Lo sfondo è quello di... vedi tutto

venerdì 18 agosto 2017

Dopo l'ultimo gradino di una contrada...

Salgo l'ultimo gradino della scala di una contrada ombrosa e sbuco nel sole e nel vociare di un vicolo di Varenna.
Qualche gridolino, qualche risata, dei bambini che si rincorrono e io che cerco di abituare gli occhi alla luce improvvisa. Mi volto verso le persone che ormai sono tutte di spalle e davanti a me compare lui.
E' un bimbo piccolo, di circa 4 anni, è biondo come il grano e ha le guancine tonde tonde e un braccino ingessato, il destro. Cammina con lo sguardo rivolto a terra, impossibile capire a quale labirintico pensiero bambinesco sia dedicata la sua mente, ma qualcosa di quel lavorìo mi arriva al cuore.
Alzo la Canon, inquadro, allargo, scatto...
E lui, adesso è qui.
E' qui che cammina nel vicolo soleggiato di Varenna, appena fuori da una contrada ombrosa da cui spira un vento fortissimo ma piacevole e fischiante.
E' qui che cammina con la testa piccola avvolta nei suoi pensieri piccoli e, forse, ancora non lo sa quanto poi possano diventare grandi, se la vita ci si mette.
Lo guardo e penso che gli auguro ogni infinito bene del mondo.
Se non altro perché è un bimbo, e ai bimbi si dovrebbe confezionare qualche cosa di decente, anziché questa società perdente; e poi perché non ha paura di rimanere indietro con il passo, se deve pensare. E poi perché ha un braccino rotto che gli impedisce di giocare come avrebbe voluto fare.
E poi...
Poi perché in quel vicolo, in quel preciso momento, lui era l'essere più vivifico di tutti. Più di me, più del mio compagno, più dei suoi genitori, più dei suoi fratellini più grandi, urlanti e gioiosi poco più avanti.
Perché la vita è inversamente proporzionale allo spazio che occupa, è così che funziona.
Più è piccolo il corpo che la contiene e più lei esplode, potente.
E lo dice, se guardate bene la fotografia, lo dice...
Lo dice il suo brillare, lo dice il suo splendore quasi uguale a quello del sole. Lo dicono i suoi passi, piccoli e precisi.
Lo dice la sua ombra... nitida e netta, scura e definita.
Definita più delle cose ferme nonostante lui si muova, nitida più dei muri, nonostante lui sia di carne soffice.
Vai, bimbo biondo...
Ti prego prova a cambiare, nel tuo piccolo, questo mondo.
Sii forte e coraggioso.
Sii onesto e sicuro.
Fai sempre il tuo dovere e non avere paura di piangere, quando ti capiterà di tremare.
Non saprai mai chi sono, ma vivrai per sempre qui... nella fotografia in bianco e nero di un vicolo bagnato dal sole tiepido di un tardo pomeriggio, mentre poco distante un lago parla, piano, di quel che conosce e che noi non sappiamo.