sabato 1 giugno 2013

Non sono mai stata capace di tornare a casa...

Non lo so quante persone possono dire di appartenere a certi luoghi... Lo pensavo stasera quando, rientrando da una serata, mi sono concessa un lungo giro in auto per la mia città. Era un'abitudine che avevo anni fa, quando salutati gli amici sentivo che la strada verso casa era troppo breve per bastare a me stessa. Ho sempre avvertito questo bisogno di pensare, ho sempre cercato lo spazio per farlo, purtroppo o per fortuna. Allora l'ho fatto anche stasera, e le strade erano splendidamente vuote e silenziose, invitanti. Ho sfiorato parcheggi e parchetti, prati un tempo incolti trasformati in parchi giochi, case ristrutturate, cancelli ridipinti che ancora nascondono, sotto qualche strato di vernice, le mie impronte di ragazzina. Strade asfaltate di fresco, angoli bui che solo io conoscevo. E' strano trovarsi a passare per un luogo che ti ha vista in mille età e mille stati d'animo, qualcosa di te rimane aggrappato per terra, ogni volta che ci passi, anche se non te ne accorgi rimane lì, pronto a fare da testimone al tuo prossimo passaggio; un'ombra, un leggero movimento agli angoli della normale percezione delle cose, una mano alzata a salutarti che ti dice "Sono io, e sono te. Sono te quando eri qui l'ultima volta e ora sarò te per la prossima volta."
Sono viaggi, questi vagabondaggi serali, che anche se non sembra portano lontano.
Ed è bella e tremenda al tempo stesso la sensazione di toccare (anche solo con lo sguardo) alberi, panchine, pietre e muri e sapere - averne la certezza - di essere riconosciuti.
Sì, certo, io ho sempre avuto voglia di scappare e, per qualche strano scherzo del destino, la vita ha voluto inchiodarmi qui senza permettermi di respirare. Qui sono vissuta e vivo. Qui ho provato e provo ancora a permettermi di sognare, di sperare. Da qui ho visto gente partire, altra arrivare. Qui, sempre qui, ho combattuto battaglie dure come l'acciaio...dure come l'acciaio.
Alla fine del viaggio ho messo la freccia e ho svoltato nella mia via, quella che mi porta a quella casa che non ho mai sentito mia, quella che prima di tornarci dovevo metterci spazio e tempo.
La vita ha voluto inchiodarmi qui, e a questi luoghi io ora in qualche modo appartengo. Perché non sono capace di vivere senza consumarmi, senza regalare a tutto ciò che tocco qualcosa di me.
E soprattutto non sono capace, non sono mai stata capace e forse non lo sarò mai, di tornare a casa.

domenica 17 marzo 2013

Strappi di dolore


Tutto ti fa crescere, tutto ti ferisce, anche le cose belle, quando hai il difetto di guardare dove non dovresti. E il -dove- non è sempre un luogo, ma un quando. Non si può scappare, nemmeno se ci provi, da quel tuo voler guardare interno, intimo, che spinge, tira, strappa e non ricuce.
A ricucire ci devi pensare tu dopo aver visto, dopo aver pianto per qualche minuto nel ritaglio di tempo che rubi alla vita.
Rubare il tempo per piangere, quando in casa non c'è nessuno, quando nessuno può vedere o sentire. Rubare il tempo per ricucire l'ennesimo strappo.
Che doloroso modo, questo, di vivere.


martedì 12 marzo 2013

Arcobaleni


Una giornata di sole, calda ma non troppo, io ero protagonista ma al contempo spettatrice. Osservavo una bimba bellissima con la testa piena di riccioli scuri e occhi grandi e nerissimi, vestita in un leggero abito bianco di cotone, che correva avanti e indietro trascinando nel cielo tantissimi aquiloni coloratissimi. Erano tutti a forma di pesciolini, e ogni aquilone aveva tutti i colori dell'arcobaleno. Si avvicinava l'imbrunire, il cielo era azzurro ma ai bordi stava cominciando a sfociare nell'arancione e nel rosso. Per qualche tempo ho udito solo le grida di gioia e i risolini della bimba, e il rumore come di tantissime vele percosse dal vento dei mille aquiloni.
Solo alla fine una voce profonda e delicata al tempo stesso si è mescolata con dolcezza al mazzo di suoni. Era la voce di un uomo, la voce del papà della bimba, anch'esso vestito di bianco e sorridente. "Corri!!! Corri!!!" Le diceva "Corri!!! E gli aquiloni voleranno sempre più in alto, non si poseranno mai più."
Non so chi fossero, quel padre e quella bimba, ma sono felice di averli osservati per un po', stanotte.
Per qualche istante sono stata felice, ho creduto anch'io, davvero, che quegli aquiloni potessero non posarsi mai più.

domenica 24 febbraio 2013

Libera recensione - Il Seggio Vacante, di J.K. Rowling

Io mi fidavo di J.K. Rowling.
Mi fidavo ciecamente quando ho preso il suo libro dallo scaffale della libreria e, dando solo un'occhiata fugace alla trama, mi sono diretta rapidamente, senza alcun ripensamento, alla cassa a pagare.
Non avevo sentito critiche particolarmente entusiaste, e, come d'abitudine, non ci avevo fatto caso. Non voglio mancare di rispetto verso i critici, dico davvero, solo che, semplicemente, a volte non ci azzeccano. A volte non leggono come dovrebbero leggere, guardano le parole e non le assaporano, dimenticano di essere, prima di ogni cosa, lettori.
Ma lasciamo il passo al Seggio Vacante, e alla mia fiducia nella Rowling, la madre di uno dei più grandi capolavori letterari di sempre (Harry Potter), del quale ancora rimpiango le pagine intrise di magia e familiarità che ormai erano entrate a fare parte della mia vita, come della vita di ognuno dei lettori delle sue vicende. Non poteva deludermi, ne ero profondamente sicura. Certo, gli scrittori a volte lo fanno, è normale, quasi fisiologico, non sempre mantengono le promesse fatte tra le righe dei loro precedenti romanzi, quelle che ci hanno fatto sognare, piangere o imprecare infuriati per quello che stava succedendo senza che noi potessimo intervenire.
Ma della Rowling, come ho detto, mi fidavo. Sapevo che avrebbe mantenuto la parola, nonostante fosse una prova tutt'altro che semplice: uscire dall'incanto di Harry Potter, dal mondo magico e pregno di gustose invenzioni fantasiose (invenzioni che ci hanno nutrito il cuore come golosi dolcetti ricoperti di panna e cioccolato e scaldato l'anima come grandi camini scoppiettanti in sale colme di poltrone nelle quali affondare mentre fuori nevica) per mettersi a discorrere di "banale" realtà.
Mi fidavo, ciecamente, e lei infatti non mi ha deluso.
Il Seggio Vacante è un capolavoro di rara sincerità. Perché è, a mio avviso, prima di tutto questo: un libro estremamente sincero.
Dal momento in cui ho iniziato a leggerlo ho desiderato di poterne parlare, e questo capita solo con i libri migliori che si possa avere l'onore di leggere. Il desiderio di sottolineare frasi e collegamenti di rara maestria, la testa che annuisce e gli occhi che si spostano di lato come si fa quando qualcosa ci sovviene alla mente: non è forse vero che quel personaggio ci ricorda profondamente qualcuno?
Bé, lei in questo è sempre riuscita. Farci sentire parte del mondo che racconta è la sua prerogativa migliore.
Qui, però, fa ancora di più.
Qui parla del mondo che noi effettivamente abitiamo, parla di persone che tutti abbiamo incontrato, anche se con nomi o volti diversi, e lo fa dopo averli guardati da ogni angolazione possibile e immaginabile. Così una madre diventa anche figlia; la figura professionale diventa privata, spiata nei suoi pensieri più nascosti e onesti (onesti ma bui; perché può essere, la maggior parte delle volte, che lo siano), i forti vengono smascherati e filtrati attraverso le loro debolezze, i deboli, quelli che non riescono ad avere voce, parlano più chiaramente di quanto ci potremmo aspettare. Tutto è collegato, in questo libro, tutto è legame, un intricato ma evidentissimo legame di prospettive tridimensionali. Un legame che forma, volenti o nolenti, una comunità di persone. E' attraverso questo legame che ogni cosa viene sviscerata, il male e il bene, l'ipocrisia e la sincerità, l'onestà degli intenti e l'opportunismo, la verità e la menzogna, la lealtà e il tradimento, il decoro (finto) e il degrado (vero) e, in tutto questo continuo divenire, l'inevitabile cambiamento che si abbatte su un sistema, qualunque esso sia, quando gli equilibri vengono scossi o rimescolati.
Molte cose mi hanno colpito di questo libro, ma una più di tutte dovrebbe far riflettere chi vi si avvicina: i figli. I figli di questa società, i figli nostri o degli altri, cosa stanno capendo? Cosa si porteranno dietro negli anni? Con quali occhi ci guardano? Con quali parole o gesti cercando, disperatamente, di parlarci?
Lo so, sono tutte domande, queste.
Ma non è forse vero che sono i libri migliori, a generarle?
Alle risposte, ovvio, dovremo sempre pensarci noi.
Qualora lo vogliate, buona lettura!

Da questo libro:

"[...] che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi; i figli non avrebbero mai saputo, e non avrebbero tollerato di saperlo, quanto si soffriva a vederli crescere."

"- Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? - pensò, guardando il cielo notturno; - C'è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte? -" 

martedì 12 febbraio 2013

Però mi sono fermata


Stamattina in macchina sono passata di fianco a un campo, uno di quelli vicini a casa mia, uno di quelli che i miei occhi hanno visto durante le estati e gli inverni da quando ero piccola, uno di quei luoghi familiari che, messi tutti insieme, costituiscono la tua personale terra d'origine. Uno spillo di luce solare stava facendosi largo tra le nuvole, ma ancora dal cielo scendeva qualche svogliato fiocco di neve soffice. Mi sono fermata, non ho potuto resistere, in mezzo alla strada e ho guardato. Avrei voluto fare una foto ma nessuno l'avrebbe capita tranne me e alcuni miei compagni di viaggio, uno di loro in particolare. La neve intonsa e che si colorava di luce, la leggera foschia sospinta via dal calore che anche quello spillo di sole riusciva a generare, i pochi alberi in fondo, lontani, a salutarmi con i loro rami resi paffuti dalla neve... Ho sorriso, ma non ho scattato nessuna foto. Alcune immagini sono e devono rimanere solo per il nostro sguardo, private, custodite, con tutto quello che risvegliano dentro di noi, con la memoria di tutti i nostri sguardi precedenti lanciati da occhi più giovani di quelli che abbiamo ora.
Però mi sono fermata, ecco, questo conta. Mi sono fermata e quell'immagine l'ho raccolta. Non è più lì, ora, ma dentro di me, per sempre.

martedì 5 febbraio 2013

Le Perle di Italo Calvino - #1

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d'intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s'estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Esser Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, Dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Quasi Tutti Hanno Letto Dunque E' Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza
i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,
i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,
i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,
i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,
i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate,
i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,
i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.
Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli davvero.
Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d'un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all'interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D'Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D'Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l'attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).
Tutto questo per dire che, percorsi rapidamente con lo sguardo i titoli dei volumi esposti nella libreria, hai diretto i tuoi passi verso una pila di Se una notte d'inverno un viaggiatore freschi di stampa, ne hai afferrato una copia e l'hai portata alla cassa perché venisse stabilito il tuo diritto di proprietà su di essa.
Hai gettato ancora un'occhiata smarrita ai libri intorno (o meglio: erano i libri che ti guardavano con l'aria smarrita dei cani che dalle gabbie del canile municipale vedono un loro ex compagno allontanarsi al guinzaglio del padrone venuto a riscattarlo), e sei uscito.

(Italo Calvino - Se una notte d'inverno un viaggiatore)

Libera recensione - La gatta che suonava il piano di Nicola Nicodemo

Avevo promesso questa recensione ad un mio caro vicino di Blog: Blog novel: Il Romanzo, bé, eccola.

Sembra di sbirciare attraverso uno squarcio del tempo, leggendo questo racconto. Sembra che il legno duro, invecchiato e scricchiolante che ci separa dal dolore di un'epoca tra le più brutte attraversate dal mondo e in special modo dall'Europa, si apra in un punto da cui provengono voci e rumori.
E allora cosa si fa, con i buchi delle vecchie stanze che confinano col passato? Ci si accosta, e si guarda attraverso.
Io l'ho fatto.
L'ho fatto e ci ho visto la vita, la voglia di vita, la paura, la voglia di non averne più, di quella tremenda paura, e la spinta a combatterla come si combatte il nemico, magari mentre si combatte il nemico. Ho visto la confusione, la disperazione, ho incrociato sguardi furtivi e impauriti, domande sui volti e nelle mani degli uomini, ho sentito spari, ho udito colpi, colpi...come quelli leggeri, soffici e tremanti di una bambina, sul volto di sua madre mentre invoca il suo nome in una notte scura.
E' uno squarcio nel tempo, e tutto quello che contiene, a parlare da queste pagine.
Accostatevi a quel legno duro, accostatevi a quel buco nel muro e guardate...
Alcuni volti e voci vi racconteranno la loro storia e poi, in qualche modo, apparterranno un po' anche voi i loro ricordi.
Ricordi che vale sempre la pena di conoscere, sguardi che vale la pena di incrociare.
Un bello e delicato sguardo quello dell'autore, bello e delicato il suo modo di narrare.
Lo consiglio.