domenica 28 agosto 2016
Terremoto nel centro Italia: abitiamo in un Paese che trema - La nostra bella, fragile e al contempo fortissima Italia trema, ma resiste: la speranza non muore. (il mio articolo su Blasting News)
Crollano le persone. Si fermano, a volte per sempre, i loro respiri...E tutto si arresta in un immenso fiato sospeso che tace, tace ma grida,
in quelle immagini ogni volta profondamente diverse ma terribilmente
simili di orologi congelati per sempre in quel secondo di assoluto
dolore....(continua a leggere su Blasting News)
giovedì 18 agosto 2016
Libera Recensione - L'altro capo del filo, Andrea Camilleri
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| L'altro capo del filo, Andrea Camilleri |
Ma torniamo a noi, ovvero alla recensione del libro l'altro capo del filo... Che libro è? E', a mio avviso, un libro di difficile definizione. No, non in senso negativo, tutt'altro: le vicende si srotolano senza fermarsi mai, senza un attimo di sosta o riposo, dall'inizio alla fine. Non si assiste a un racconto, ma al vero e proprio prendere forma di persone e storie che si intrecciano fra loro sullo sfondo di una Sicilia dolorosamente partecipe dell'immenso dramma umano che è la migrazione.
Il "caso" che impegnerà il Commissario Montalbano, l'uccisione violenta e crudele di una donna bellissima e affascinante (una sarta, che circondata da meravigliose stoffe e tessuti riercati sembra confezionare, insieme agli abiti di stupenda fattura, anche la sua stessa aura di fascino screziato da qualcosa di oscuro che la segue, nascondendosi tra le pieghe della sua vita) si inserisce con violenza nella vita già tesa all'inverosimile del commissariato e spinge alla ricerca di significati e indizi apparentemente inesistenti la mente provata ma brillante del Commissario. Quello che si trova all'altro capo del filo è un luogo, è una persona, è un mondo, è la risposta a mille domande, è una direzione e una voce.
E' la fine della ricerca e al contempo l'inizio della vicenda che forma quel gomitolo di vita nel quale il Commissario e i suoi uomini si trovano impigliati durante la risoluzione del caso.
Leggerlo significa partecipare alle domande, alla frustrazione della stanchezza, allo scandalo della violenza che irrompe nei giorni qualsiasi, alla lotta per trovare la strada giusta. Leggerlo significa cercare ciò che si trova, sempre, all'altro capo del filo.
mercoledì 17 agosto 2016
Ricomincia da qui: tu, sei così.
È già successo altre volte, vero? L'aria che si sposta un soffio più in là
senza un'apparente ragione valida e lascia dietro di sé qualcosa di sospeso
che, in un attimo, ti corre addosso.
Ha forme e nomi diversi, ogni volta, ma parla una lingua che non ti lascia il tempo di pensare.
Sei lì e ascolti, perché ti piomba contro con una violenza tale da farti dimenticare dove ti trovi e dove sei stato negli ultimi scampoli di vita. E quello che senti ti gonfia il petto e ti soffia dentro ossigeno strano; ti scuote le spalle e ti grida in faccia la realtà che una forza sbagliata cercava di negare.
È già successo altre volte, vero? Ti sei dimenticato chi sei. E tutti i passi che mettevi davanti andavano a sbattere contro muri che non vedevi e ancora non vedi. Inciampavi nel sottobosco buio di quell'ombra sotto cui ti muovevi furtivo pensando di non poter appartenere alla luce del mondo che ti escludeva. E obiettivi mangiati dal tempo, traguardi bruciati dal sole nel deserto del niente.
È già successo altre volte, e dovevi saperlo. Dovevi sapere che funziona così, che questi sono i trucchi di quel mago marcio che è il destino avverso, quello che non esiste se tu non glielo permetti; quello che è costretto a vivere a metà se tu gli strappi di mano il cilindro e lo butti nel fuoco di quello in cui credi. Ti sorride benevolo ma mentre lo fa, sputa un odore dolciastro e stantio; ti tende la mano e ti porta a sederti su poltrone ripiene di vermi che, se non stai attento, prima o poi divoreranno tutto quello che hai, a cominciare dalla tua carne. Ti osserva da lontano ma ti fa credere di essere vicino perché senti il suo fiato sul collo dal sole che sorge al mattino fino al tramonto della sera. E piange, il destino. Lo fa e ti consola quando piangi tu, con le sue mani fredde a ghermirti la vita, la vita del corpo e la vita del tempo, ti dice che non è giusto mentre dal cilindro tira fuori un'altra partita persa.
È già successo altre volte, sì, dovevi capirlo, ma è andata così. Anche di questo si nutre il destino cattivo: di rimpianto e paura di non fare più in tempo. Lascialo andare, ricomincia da qui, da quest'aria che cambia e si sposta e trova la forza di dirtelo ancora: tu, sei così.
E ti descrive, in note e colori e dettagli di luce. Ti descrive e colora di forza potente, quella che contieni e la contieni da sempre. L'hai raccolta sui campi di mille battaglie, nei pianti e nei cori dei dolori affrontati: cori di vittoria, cori di sconfitta, cori di vita che squarcia la notte di guerre in salita.
Ricomincia dal corpo, dalle vene e dal sangue. Ricomincia dal volto che ogni mattina hai di fronte. Ricomincia dalla vita che ti è corsa incontro una volta scavalcato il burrone dell'inferno e del suo girotondo. Ricomincia dal vento, e dall'odore di terra e di erba tagliata.
Ricomincia dal cielo di una notte stellata. Ricomincia dal soffio di quell'anima tua, così tua e così forte con la sua armatura. Forte e poi dolce, dolce e poi dura: la vita che esplode e la vita che suda.
E' già successo, è così che funziona. Raccogli le tue armi e riparti da dove ti hanno costretto a fermarti. Ritrova la strada e percorrila con tutta la sete che senti nella gola e nella mente.
Alzati, scrolla la terra di dosso; scuoti le scarpe o toglile e corri. Sposta dal viso i capelli, libera gli occhi dal sonno dell'incantesimo di quel mago marcio. Apri le mani, raccogli la vita. Aggrappati al vento, dai un occhio alla vetta: sorridi, lo fai, è il sapore del fuoco che riprende a bruciare.
E parti di corsa, parti e non voltarti a guardare il burrone d'inferno.
Lascialo lì, lascialo indietro, lascia che soffochi nel suo fuoco spento.
È successo altre volte, ritorni a lottare. Conosci i tuoi limiti ma anche la forza.
La forza potente.
Quella che contieni e la contieni da sempre.
Ricomincia da qui: tu, sei così.
Ha forme e nomi diversi, ogni volta, ma parla una lingua che non ti lascia il tempo di pensare.
Sei lì e ascolti, perché ti piomba contro con una violenza tale da farti dimenticare dove ti trovi e dove sei stato negli ultimi scampoli di vita. E quello che senti ti gonfia il petto e ti soffia dentro ossigeno strano; ti scuote le spalle e ti grida in faccia la realtà che una forza sbagliata cercava di negare.
È già successo altre volte, vero? Ti sei dimenticato chi sei. E tutti i passi che mettevi davanti andavano a sbattere contro muri che non vedevi e ancora non vedi. Inciampavi nel sottobosco buio di quell'ombra sotto cui ti muovevi furtivo pensando di non poter appartenere alla luce del mondo che ti escludeva. E obiettivi mangiati dal tempo, traguardi bruciati dal sole nel deserto del niente.
È già successo altre volte, e dovevi saperlo. Dovevi sapere che funziona così, che questi sono i trucchi di quel mago marcio che è il destino avverso, quello che non esiste se tu non glielo permetti; quello che è costretto a vivere a metà se tu gli strappi di mano il cilindro e lo butti nel fuoco di quello in cui credi. Ti sorride benevolo ma mentre lo fa, sputa un odore dolciastro e stantio; ti tende la mano e ti porta a sederti su poltrone ripiene di vermi che, se non stai attento, prima o poi divoreranno tutto quello che hai, a cominciare dalla tua carne. Ti osserva da lontano ma ti fa credere di essere vicino perché senti il suo fiato sul collo dal sole che sorge al mattino fino al tramonto della sera. E piange, il destino. Lo fa e ti consola quando piangi tu, con le sue mani fredde a ghermirti la vita, la vita del corpo e la vita del tempo, ti dice che non è giusto mentre dal cilindro tira fuori un'altra partita persa.
È già successo altre volte, sì, dovevi capirlo, ma è andata così. Anche di questo si nutre il destino cattivo: di rimpianto e paura di non fare più in tempo. Lascialo andare, ricomincia da qui, da quest'aria che cambia e si sposta e trova la forza di dirtelo ancora: tu, sei così.
E ti descrive, in note e colori e dettagli di luce. Ti descrive e colora di forza potente, quella che contieni e la contieni da sempre. L'hai raccolta sui campi di mille battaglie, nei pianti e nei cori dei dolori affrontati: cori di vittoria, cori di sconfitta, cori di vita che squarcia la notte di guerre in salita.
Ricomincia dal corpo, dalle vene e dal sangue. Ricomincia dal volto che ogni mattina hai di fronte. Ricomincia dalla vita che ti è corsa incontro una volta scavalcato il burrone dell'inferno e del suo girotondo. Ricomincia dal vento, e dall'odore di terra e di erba tagliata.
Ricomincia dal cielo di una notte stellata. Ricomincia dal soffio di quell'anima tua, così tua e così forte con la sua armatura. Forte e poi dolce, dolce e poi dura: la vita che esplode e la vita che suda.
E' già successo, è così che funziona. Raccogli le tue armi e riparti da dove ti hanno costretto a fermarti. Ritrova la strada e percorrila con tutta la sete che senti nella gola e nella mente.
Alzati, scrolla la terra di dosso; scuoti le scarpe o toglile e corri. Sposta dal viso i capelli, libera gli occhi dal sonno dell'incantesimo di quel mago marcio. Apri le mani, raccogli la vita. Aggrappati al vento, dai un occhio alla vetta: sorridi, lo fai, è il sapore del fuoco che riprende a bruciare.
E parti di corsa, parti e non voltarti a guardare il burrone d'inferno.
Lascialo lì, lascialo indietro, lascia che soffochi nel suo fuoco spento.
È successo altre volte, ritorni a lottare. Conosci i tuoi limiti ma anche la forza.
La forza potente.
Quella che contieni e la contieni da sempre.
Ricomincia da qui: tu, sei così.
domenica 26 giugno 2016
Libera Recensione: Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut
"E alla moglie di Lot, naturalmente, fu detto di non voltarsi indietro a guardare il luogo dove prima c’era tutta quella gente con le sue case. Lei invece si voltò, e per questo io le voglio bene: perché fu un gesto profondamente umano.
Così fu trasformata in un pilastro di sale. Così va la vita.
La gente non dovrebbe mai voltarsi indietro. Sicuramente, io non lo farò più.
La gente non dovrebbe mai voltarsi indietro. Sicuramente, io non lo farò più.
Ora ho finito il mio libro sulla guerra. Il prossimo che scriverò sarà divertente.
Questo è un disastro, e non poteva essere altrimenti, perché è stato scritto da una statua di sale.” (Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5)
Questa è solo una parte, quella finale, del capitolo introduttivo di questo libro ed io a questo punto ero già sicura che fosse un libro di rara bellezza e di rara (seppur peculiare) saggezza.
Questa è solo una parte, quella finale, del capitolo introduttivo di questo libro ed io a questo punto ero già sicura che fosse un libro di rara bellezza e di rara (seppur peculiare) saggezza.
Mi aveva convinta, mi aveva già detto tanto, quasi tutto, di quello che mi aspettavo quando l’ho comprato.
Mattatoio n. 5 è un libro sulla guerra, quindi? Sì. Lo è. Lo è, a mio parere, in un modo non convenzionale e, proprio per questo, in maniera completa. Non è quel genere di libro che racconta e descrive strategie militari e narra nel dettaglio questa o quella battaglia. Non è un libro per gli “appassionati” di guerra. E’ un libro CONTRO, la guerra. Ed è contro in maniera profonda e dolorosa. In maniera reale e senza fronzoli. E’ indubbiamente contro ed è indubbiamente dentro, la guerra.
Dentro.
Sì, dentro.
Questa è la sensazione che ho avuto leggendo e quindi guardando attraverso la stranissima vita di Billy Pilgrim e i suoi improbabili viaggi nel tempo. La guerra permea questo libro dall’inizio alla fine: la seconda guerra mondiale e la terribile devastazione di Dresda, ma anche una guerra rimasta artigliata all’interno dell’animo.
Sì, dunque, Mattatoio n. 5 è un libro sulla guerra. E un libro CONTRO, la guerra.
E’ un libro che a me ha detto, forte e chiaro, che dalla guerra non si torna mai. Che ci si rimane impigliati per sempre. Che per quanto ci si sforzi, per quante impalcature si possano mettere intorno, anche soltanto parlarne diventa una missione di incredibile difficoltà.
E’ un libro che a me ha detto, forte e chiaro, che dalla guerra non si torna mai. Che ci si rimane impigliati per sempre. Che per quanto ci si sforzi, per quante impalcature si possano mettere intorno, anche soltanto parlarne diventa una missione di incredibile difficoltà.
Vonnegut dice di volere bene alla moglie di Lot, per aver volto lo sguardo indietro dove prima c’era tanto e poi più niente. E’ stato un gesto umano, dice, e lo credo anch’io, lo credo profondamente.
E allora io “voglio bene” a Vonnegut, non solo per essersi voltato a guardare… ma anche e soprattutto per aver avuto il coraggio di scavare.
E no, questo libro non è un disastro.
domenica 13 marzo 2016
Una mano è sempre protesa verso di me. Vuole prendermi. Non so se mi spiego.
È qualcosa che somiglia al rumore
del gesso nuovo sulla lavagna, o del vetro quando si incrina, solo che a
rompersi è sempre qualcosa dentro di me.
Ogni notte di più.
Ogni notte, sì, lei viene da me
tutte le notti.
Ho paura che prima o poi la mia
mente comincerà davvero a sciogliersi, e allora forse lei smetterà di venire.
È per quello che viene, per farmi
impazzire.
Lei, con i suoi occhi che vedono
mentre dovrebbero essere ciechi.
Lei, con le sue gambe rigide che
dovrebbero star ferme, e invece la fanno camminare.
Come fa? Come fa a camminare?
Come fa?
Eppure la sento… sembra
strisciare. Sento il rumore di qualcosa che sfrega il pavimento, ma ogni volta
che la guardo è ferma.
Ferma in un posto, ogni volta
diverso, con il suo sorriso stupido e demente e i suoi occhi spalancati e
impolverati.
Una mano è sempre protesa verso di
me.
Vuole prendermi.
Non so se mi spiego.
Vuole prendermi per trascinarmi
nell’inferno da cui viene e da cui, chissà come, è riuscita a scappare.
Cosa vuole da me?
Oh, gliel’ho chiesto, ma non mi
risponde. Lei ride. Ride e basta. Ride sempre.
Sottovoce… ride."
Tratto da Magdalene, di Marina Lizzi
disponibile in ebook e cartaceo anche al seguente link:
http://www.amazon.it/Magdalene-Marina-Lizzi/dp/8893068508/ref=sr_1_9?ie=UTF8&qid=1457717062&sr=8-9&keywords=magdalenedomenica 28 febbraio 2016
Povertà: l'abisso in cui non è difficile precipitare (il mio articolo su Blasting News)
"C'è poco da fare, se s'incontra quell'abisso e lo si vede rappresentato in un mucchio di coperte, non si può fare a meno di chiedersi come può essere così semplice "sgusciare fuori" dalla società
e da ciò che (almeno in apparenza) la compone. Viene da chiedersi anche
quali passaggi possano portare a quello e, se si ha il coraggio di
chiedere, si scopre che..."
continua a leggere blastingnews:
continua a leggere blastingnews:
http://it.blastingnews.com/opinioni/2016/02/poverta-l-abisso-in-cui-non-e-difficile-precipitare-00787483.html
mercoledì 6 gennaio 2016
Libera recensione - Acciaio, di Silvia Avallone
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| Acciaio, di Silvia Avallone |
Sta bene.
Ed è questo che mi fa sorridere e piangere al tempo stesso. Non dico altro, a lei. Ma dentro, qualcosa si smuove. Il domino dei ricordi si è messo in azione. A volte rimane immobile e stabile sotto anni di polvere, nonostante l'equilibrio apparentemente precario e poi... poi una voce, un nome, un viso riemerge dal passato e la prima tessera cade, senza esitazione alcuna, dando inizio alle danze. Rimango così, per qualche minuto in silenzio. Non sono al tavolo di un pranzo Agennaio e non è il 2016. Sto urlando, sto urlando qualcosa di indefinibile in una sera d'estate di quasi 20 anni fa... il buio ancora non è sceso del tutto, è rimasto a metà strada tra l'imbrunire e la notte, fa caldo, e la vita è appena esplosa dentro di me e dentro gli amici che mi circondano. Sono seduta su un motorino sospeso sul suo cavalletto, intorno impazza il casino che solo noi eravamo in grado di produrre e generare. Il motorino non è mio...di un amico o del mio ragazzo di allora. Ridiamo. Ridiamo. Ridevamo anche quando non c'era quasi nulla da ridere, noi. E non era manacanza di rispetto, ma soltanto voglia di vivere.
Soltanto voglia di vivere.
Mia madre mi riscuote dai pensieri, mi chiede se voglio il caffè, adesso, nel 2016. Dico di no scuotendo la testa, mi alzo e accendo il pc: oggi è il giorno giusto per recensire Acciao. - penso - e così lo faccio. Lo spritz è finito e il calore dell'estate di vent'anni fa è più forte del sole svogliato del gennaio del 2016.
Io non conosco Silvia Avallone, della sua vita non so nulla. Ho provato blandamente a cercare notizie su di lei, volevo capire... capire se qualcosa potesse rimandare a dove e come è cresciuta, se da qualche parte si accennasse almeno lontanamente a qualche sua esperienza di gioventù. L'ho fatto perché solo chi ha vissuto "la strada", solo chi ci è cresciuto, solo chi ci ha lasciato amici sull'asfalto o sotto terra, sa parlarne. Solo chi ha provato a starci in mezzo in un certo modo, sa riconoscerla e darle sembianze abbastanza credibili da poter essere raccontate. Non ho trovato nulla, su di lei, ma c'è da dire che io sono una pessima ricercatrice, senza nemmeno una briciola di pazienza e metodo... mi affido quindi alla sua opera, e parlo di questa.
Acciaio è, senza troppi giri di parole, un capolavoro.
E a dirlo è una ragazza di periferia, a dirlo è una ex ragazza che per strada ha stretto legami, amori e patti di sangue. A dirlo sono io, che non sono nessuno, certo, ma che alcune cose almeno in parte le ho vissute e qui, tra queste pagine, io le ho riconosciute.
Ho riconosciuto la fatica, l'immensa fatica che appesantisce le spalle di alcune persone; e lo fa con costanza e tenacia. Ho riconosciuto la lontananza. La lontananza dell'irrangiungibile, quello che ad altri è concesso e a te invece no, e nessuno ti ha mai spiegato davvero perché. Ho visto la forza, potente e sanguigna, di chi quella fatica la vive ma vive anche altro, vive anche tutto quello che sta nel mezzo e che è fatto (specie ad una certa età che si aggira tra i 13 e i 15 anni) soprattutto di sogni astratti e aspirazioni titaniche. Ho riconosciuto l'amicizia. Quel tipo di amicizia. Quello che nelle grandi ville e nei bei giardini non esiste, e nemmeno nei curati appartamenti di città con i loro ordinatissimi parchi giochi. Ho visto la rabbia e la disperazione, la lotta della vita che vuole spaccare il cemento (o l'acciaio) come i fiori che in primavera si ostinano a sbocciare dove nessuno scommetterebbe mai su di loro. Ho visto gli errori. Indimenticabili, irrimediabili errori che si commettono in quella dimensione tutta fatta di vita allo stato puro e brado, quasi animalesco e selvaggio. Ho visto la rassegnazione triste di chi soccombe senza troppe grida, cade e rimane a terra e a terra impara a sopravvivere senza più pretese.
Ho visto il VERO.
In questo libro, Silvia Avallone dice semplicemente il VERO.
Dice il vero su una realtà di cui l'Italia è purtroppo maestra. Maestra in un senso primario, senza titoli o vane glorie. Maestra e narratrice di questi angoli di mondo grandi intere città ed intere generazioni. Come dice la stessa autrice nel libro: "Cosa significa crescere in un complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocanno accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano? Che genere di visione del mondo ti fai, in un posto dove è normale non andare in vacanza, non andare al cinema, non sapere niente del mondo, non sfogliare il giornale, non leggere i libri, e va bene così?"
Non riesco ad esprimere diversamente ciò che provo per questo libro, mi sento solamente di dire grazie all'autrice. Se l'ha vissuto, almeno in parte, quell'intricato e complciato mondo fatto di sopravvivenza e sguardi aggrappati al futuro, per aver avuto il coraggio di parlarne; e se non l'ha vissuto, per aver avuto la capacità di scorgerlo, comprenderlo, raccontarlo così tanto bene da smuovere le terre nascoste di chi l'ha fatto.
E grazie, in ultimo, anche per la dedica all'inizio del libro: "a Eleonora, Erica e Alba le mie migliori amiche.... e a tutti quelli che fanno l'acciaio."
Perché io, qualcuno che in qualche modo e in parte "faceva" l'acciaio, l'ho conosciuto.
Era mio padre.
E' morto 21 anni fa.
Leggetelo, sono assolutamente certa che non ve ne pentirete...
Da questo libro:
"E una risata così violenta che anche da quella distanza, anche soltanto guardandola, ti scuoteva. Sembrava di entrarci davvero, tra i denti bianchi. E le fossette sulle guance, e la fossa tra le scapole, e quella dell'ombelico, e tutto il resto."
"Il mare e i muri di quei casermoni, sotto il sole rovente del mese di giugno, sembravano la vita e la morte che si urlano contro. [...] via Stalingrado, per chi non ci viveva, vista da fuori, era desolante. Di più: era la miseria."
"Perenne desiderio di scopare, là dentro. La reazione del corpo umano nel corpo titanico dell'industria: che non è una fabbrica, ma la materia che cambia forma."
"Alessio rise. Risero insieme, abbracciati e stanchi, alla luce della lampadina che pendeva dal soffitto e dell'alba che stava sorgendo. In quel momento, da dietro lo spigolo della porta, apparve Anna. Non disse niente. Rimase lì, pulita e scalza. Li guardava, non vista, come un piccolo angelo in pigiama estivo. Nel suo alfabeto, quella era una cosa molto bella. La sua mamma con il viso nell'incavo tra il collo e la spalla di suo fratello, era forse la cosa più bella. Quella per cui valeva la pena, nella vita, non barare."
"Non è qualcosa che perdi. E' qualcosa che perde te."
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