martedì 6 settembre 2016

La vita è dopo i puntini di sospensione...

...non lasciate che i puntini di sospensione vengano seguiti dal vuoto, dite anche quello che viene dopo, perché le cose che dovrebbero venire dopo i puntini di sospensione sono sempre le più importanti. Sono quelle che ci spezzano il fiato e per paura non diciamo, o per il cervello, il maledetto cervello che si mette in mezzo a fotterci le cose con la sua mente. Ma no, quando arrivano i puntini di sospesnsione fate un bel respiro e girate la manopola della testa su off, e poi parlate. Come una cascata, come una porta che si spalanca per la corrente...via, via, lasciate che esca il cuore. La vita è fatta per questo, ne sono sicura. La vita è fatta per quello che viene dopo i puntini di sospensione. E allora trovatevi una persona che sia lì, dopo quei puntini...qualcuno che si incastri perfettamente con voi quando vi abbracciate, o quando appoggiate la testa sulla sua spalla ed è subito giusto così, è giusto il posto senza che cambiate posizione; il posto è giusto per le vostre labbra quando si baciano, è giusto il posto delle vostre mani quando si tengono, si cercano, senza che il cervello dica loro di farlo. Senza le parole dopo i puntini di sospensione, non troveremo mai questa persona. Senza le parole dopo i puntini di sospensione, senza quel coraggio del salto nel vuoto, non atterreremo mai nella vita. Tutto quello che viene prima non ha senso se dopo il fiato sospeso non segue il respiro. Se dopo il silenzio non esce il cuore, tutto quello che abbiamo taciuto non ha senso.
Così, tanto per dire...
Tanto per dire.

lunedì 5 settembre 2016

Le Perle di Alessandro Baricco #1

- "Madame Deverià... Io come farò a riconoscerla, quella donna, la MIA, quando la incontrerò?"
[...]
- "Chiudete gli occhi, Bartleboom, e datemi le vostre mani."
Bartleboom ubbidisce. E subito sente sotto le sue mani il volto di quella donna, e le labbra che giocano con le sue dita, e poi il collo sottile e la camicia che si apre, le mani di lei che guidano le sue lungo quella pelle calda e morbidissima e se le stringono addosso, a sentire i segreti di quel corpo sconosciuto, a stringere quel calore, per poi risalire sulle spalle, tra i capelli e di nuovo tra le labbra, dove le dita scivolano avanti e indietro fino a quando non arriva una voce a fermarle e a scrivere nel silenzio: - "Guardatemi, Bartleboom."
La camicia le è scesa sul grembo. Gli occhi le sorridono senza nessun imbarazzo.
- "Un giorno vedrete una donna e sentirete tutto questo senza nemmeno toccarla."


Oceano Mare, Alessandro Baricco

giovedì 18 agosto 2016

Libera Recensione - L'altro capo del filo, Andrea Camilleri

L'altro capo del filo, Andrea Camilleri
L'altro capo del filo è il mio primo libro di Camilleri, premessa doverosa. Da tempo lo osservavo da lontano, dicendo tra me e me "Prima o poi, io un libro di Camilleri lo devo leggere..." e nella mia mente, Camilleri è quasi sinonimo di Montalbano, l'ormai celeberrimo commissario siciliano che tutti, in un modo o nell'altro, amiamo e conosciamo. E, va detto, con questa semplicistica associazione mentale, lungi da me togliere qualcosa alla carriera stellare del Maestro Andrea Camilleri e alla sua incredibilmente prolifica produzione di opere con le quali ha arricchito notevolmente il mondo letterario italiano; ma tant'è, Montalbano è la prima cosa a cui penso se sento nominare Camilleri e credo di poterlo affermare senza tema di offenderlo: i personaggi che inventiamo e che vivono, poi, di vita propria grazie a noi, sono inestimabilmente preziosi per ogni scrittore.
Ma torniamo a noi, ovvero alla recensione del libro l'altro capo del filo... Che libro è? E', a mio avviso, un libro di difficile definizione. No, non in senso negativo, tutt'altro: le vicende si srotolano senza fermarsi mai, senza un attimo di sosta o riposo, dall'inizio alla fine. Non si assiste a un racconto, ma al vero e proprio prendere forma di persone e storie che si intrecciano fra loro sullo sfondo di una Sicilia dolorosamente partecipe dell'immenso dramma umano che è la migrazione.
Il "caso" che impegnerà il Commissario Montalbano, l'uccisione violenta e crudele di una donna bellissima e affascinante (una sarta, che circondata da meravigliose stoffe e tessuti riercati sembra confezionare, insieme agli abiti di stupenda fattura, anche la sua stessa aura di fascino screziato da qualcosa di oscuro che la segue, nascondendosi tra le pieghe della sua vita) si inserisce con violenza nella vita già tesa all'inverosimile del commissariato e spinge alla ricerca di significati e indizi apparentemente inesistenti la mente provata ma brillante del Commissario. Quello che si trova  all'altro capo del filo è un luogo, è una persona, è un mondo, è la risposta a mille domande, è una direzione e una voce.
E' la fine della ricerca e al contempo l'inizio della vicenda che forma quel gomitolo di vita nel quale il Commissario e i suoi uomini si trovano impigliati durante la risoluzione del caso.
Leggerlo significa partecipare alle domande, alla frustrazione della stanchezza, allo scandalo della violenza che irrompe nei giorni qualsiasi, alla lotta per trovare la strada giusta. Leggerlo significa cercare ciò che si trova, sempre, all'altro capo del filo.




mercoledì 17 agosto 2016

Ricomincia da qui: tu, sei così.

È già successo altre volte, vero? L'aria che si sposta un soffio più in là senza un'apparente ragione valida e lascia dietro di sé qualcosa di sospeso che, in un attimo, ti corre addosso.
Ha forme e nomi diversi, ogni volta, ma parla una lingua che non ti lascia il tempo di pensare.
Sei lì e ascolti, perché ti piomba contro con una violenza tale da farti dimenticare dove ti trovi e dove sei stato negli ultimi scampoli di vita. E quello che senti ti gonfia il petto e ti soffia dentro ossigeno strano; ti scuote le spalle e ti grida in faccia la realtà che una forza sbagliata cercava di negare.
È già successo altre volte, vero? Ti sei dimenticato chi sei. E tutti i passi che mettevi davanti andavano a sbattere contro muri che non vedevi e ancora non vedi. Inciampavi nel sottobosco buio di quell'ombra sotto cui ti muovevi furtivo pensando di non poter appartenere alla luce del mondo che ti escludeva. E obiettivi mangiati dal tempo, traguardi bruciati dal sole nel deserto del niente.
È già successo altre volte, e dovevi saperlo. Dovevi sapere che funziona così, che questi sono i trucchi di quel mago marcio che è il destino avverso, quello che non esiste se tu non glielo permetti; quello che è costretto a vivere a metà se tu gli strappi di mano il cilindro e lo butti nel fuoco di quello in cui credi. Ti sorride benevolo ma mentre lo fa, sputa un odore dolciastro e stantio; ti tende la mano e ti porta a sederti su poltrone ripiene di vermi che, se non stai attento, prima o poi divoreranno tutto quello che hai, a cominciare dalla tua carne. Ti osserva da lontano ma ti fa credere di essere vicino perché senti il suo fiato sul collo dal sole che sorge al mattino fino al tramonto della sera. E piange, il destino. Lo fa e ti consola quando piangi tu, con le sue mani fredde a ghermirti la vita, la vita del corpo e la vita del tempo, ti dice che non è giusto mentre dal cilindro tira fuori un'altra partita persa.
È già successo altre volte, sì, dovevi capirlo, ma è andata così. Anche di questo si nutre il destino cattivo: di rimpianto e paura di non fare più in tempo. Lascialo andare, ricomincia da qui, da quest'aria che cambia e si sposta e trova la forza di dirtelo ancora: tu, sei così.
E ti descrive, in note e colori e dettagli di luce. Ti descrive e colora di forza potente, quella che contieni e la contieni da sempre. L'hai raccolta sui campi di mille battaglie, nei pianti e nei cori dei dolori affrontati: cori di vittoria, cori di sconfitta, cori di vita che squarcia la notte di guerre in salita.
Ricomincia dal corpo, dalle vene e dal sangue. Ricomincia dal volto che ogni mattina hai di fronte. Ricomincia dalla vita che ti è corsa incontro una volta scavalcato il burrone dell'inferno e del suo girotondo. Ricomincia dal vento, e dall'odore di terra e di erba tagliata.
Ricomincia dal cielo di una notte stellata. Ricomincia dal soffio di quell'anima tua, così tua e così forte con la sua armatura. Forte e poi dolce, dolce e poi dura: la vita che esplode e la vita che suda.
E' già successo, è così che funziona. Raccogli le tue armi e riparti da dove ti hanno costretto a fermarti. Ritrova la strada e percorrila con tutta la sete che senti nella gola e nella mente.
Alzati, scrolla la terra di dosso; scuoti le scarpe o toglile e corri. Sposta dal viso i capelli, libera gli occhi dal sonno dell'incantesimo di quel mago marcio. Apri le mani, raccogli la vita. Aggrappati al vento, dai un occhio alla vetta: sorridi, lo fai, è il sapore del fuoco che riprende a bruciare.
E parti di corsa, parti e non voltarti a guardare il burrone d'inferno.
Lascialo lì, lascialo indietro, lascia che soffochi nel suo fuoco spento.
È successo altre volte, ritorni a lottare. Conosci i tuoi limiti ma anche la forza.
La forza potente.
Quella che contieni e la contieni da sempre.
Ricomincia da qui: tu, sei così.

domenica 26 giugno 2016

Libera Recensione: Mattatoio n. 5, Kurt Vonnegut


"E alla moglie di Lot, naturalmente, fu detto di non voltarsi indietro a guardare il luogo dove prima c’era tutta quella gente con le sue case. Lei invece si voltò, e per questo io le voglio bene: perché fu un gesto profondamente umano.

Così fu trasformata in un pilastro di sale. Così va la vita.
La gente non dovrebbe mai voltarsi indietro. Sicuramente, io non lo farò più.

Ora ho finito il mio libro sulla guerra. Il prossimo che scriverò sarà divertente.

Questo è un disastro, e non poteva essere altrimenti, perché è stato scritto da una statua di sale.” (Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5)

Questa è solo una parte, quella finale, del capitolo introduttivo di questo libro ed io a questo punto ero già sicura che fosse un libro di rara bellezza e di rara (seppur peculiare) saggezza.
Mi aveva convinta, mi aveva già detto tanto, quasi tutto, di quello che mi aspettavo quando l’ho comprato.
Mattatoio n. 5 è un libro sulla guerra, quindi? Sì. Lo è. Lo è, a mio parere, in un modo non convenzionale e, proprio per questo, in maniera completa. Non è quel genere di libro che racconta e descrive strategie militari e narra nel dettaglio questa o quella battaglia. Non è un libro per gli “appassionati” di guerra. E’ un libro CONTRO, la guerra. Ed è contro in maniera profonda e dolorosa. In maniera reale e senza fronzoli. E’ indubbiamente contro ed è indubbiamente dentro, la guerra.
Dentro.
Sì, dentro.
Questa è la sensazione che ho avuto leggendo e quindi guardando attraverso la stranissima vita di Billy Pilgrim e i suoi improbabili viaggi nel tempo. La guerra permea questo libro dall’inizio alla fine: la seconda guerra mondiale e la terribile devastazione di Dresda, ma anche una guerra rimasta artigliata all’interno dell’animo.
Sì, dunque, Mattatoio n. 5 è un libro sulla guerra. E un libro CONTRO, la guerra.
E’ un libro che a me ha detto, forte e chiaro, che dalla guerra non si torna mai. Che ci si rimane impigliati per sempre. Che per quanto ci si sforzi, per quante impalcature si possano mettere intorno, anche soltanto parlarne diventa una missione di incredibile difficoltà.
Vonnegut dice di volere bene alla moglie di Lot, per aver volto lo sguardo indietro dove prima c’era tanto e poi più niente. E’ stato un gesto umano, dice, e lo credo anch’io, lo credo profondamente.
E allora io “voglio bene” a Vonnegut, non solo per essersi voltato a guardare… ma anche e soprattutto per aver avuto il coraggio di scavare.
E no, questo libro non è un disastro.



domenica 13 marzo 2016

Una mano è sempre protesa verso di me. Vuole prendermi. Non so se mi spiego.



"Perché essere guardati da lei è terribile, sapete?
È qualcosa che somiglia al rumore del gesso nuovo sulla lavagna, o del vetro quando si incrina, solo che a rompersi è sempre qualcosa dentro di me.
Ogni notte di più.
Ogni notte, sì, lei viene da me tutte le notti.
Ho paura che prima o poi la mia mente comincerà davvero a sciogliersi, e allora forse lei smetterà di venire.
È per quello che viene, per farmi impazzire.
Lei, con i suoi occhi che vedono mentre dovrebbero essere ciechi.
Lei, con le sue gambe rigide che dovrebbero star ferme, e invece la fanno camminare.
Come fa? Come fa a camminare?
Come fa?
Eppure la sento… sembra strisciare. Sento il rumore di qualcosa che sfrega il pavimento, ma ogni volta che la guardo è ferma.
Ferma in un posto, ogni volta diverso, con il suo sorriso stupido e demente e i suoi occhi spalancati e impolverati.
Una mano è sempre protesa verso di me.
Vuole prendermi.
Non so se mi spiego.
Vuole prendermi per trascinarmi nell’inferno da cui viene e da cui, chissà come, è riuscita a scappare.
Cosa vuole da me?
Oh, gliel’ho chiesto, ma non mi risponde. Lei ride. Ride e basta. Ride sempre.
Sottovoce… ride."

Tratto da Magdalene, di Marina Lizzi

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