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sabato 8 dicembre 2012

Libera recensione - 1984, di George Orwell

1984diGeorgeOrwell, detto così, tutto insieme, come fosse una parola sola. Era così che lo conoscevo, "di vista", da sempre. Era così che lo chiamavo nella mia mente quando, mentre macinavo e divoravo libro dopo libro, mi dicevo "Devo assolutamente leggere, prima o poi, 1984diGeorgeOrwell !!". 
Dovevo assolutamente leggerlo, sì, da appassionata quale sono della tematica post-apocalittica , era un libro che da sempre mi attraeva ma che, per un motivo o per l'altro, veniva sempre sostituito da un altro. Ora, finalmente, l'ho letto. Ha soddisfatto le mie aspettative? Oh, sì. Se possibile, a dire il vero, le ha di gran lunga superate. 
Perché? 
Perché 1984diGeorgeOrwell è, a tutti gli effetti, e sotto innumerevoli aspetti, un libro spaventoso. 
E', ad esempio e soprattutto, spaventosamente indicatore delle nostre paure umane, di quelle più sottili e di quelle più eclatanti. 1984, non dimentichiamocelo, è stato scritto nel 1948. Il mondo stava lentamente trascinandosi fuori da uno delle sue peggiori malattie: la seconda guerra mondiale; e se Orwell avesse scritto di quello, o di qualcosa di simile, di non troppo lontano, allora non ci sarebbe stato molto di che stupirsi. Ma invece ha fatto di più, molto di più. Orwell è andato oltre, ha seguito con lo sguardo un'immaginaria linea temporale ed è arrivato a scorgere, nella sua mente geniale, uno dei possibili (più che possibili) futuri dell'umanità. Un futuro nato da uno straziante passato, figlio della morte, dei totalitarismi e degli annientamenti umani interiori, prima che esteriori. 
Immediatamente si percepisce l'idea di stare osservando un mondo falso, basato sul non vero, scevro da qualunque aspetto vitale. Eppure, in quel mondo, si vive. 
E come si può vivere, appunto, senza vita? Come si può vivere senza potersi innamorare? Come si può vivere senza desiderare? Senza, addirittura, permettersi di pensare? 
Orwell riesce benissimo nell'intento di illustrare quello che più volte l'umanità ha sfiorato. Ci fa dare un'occhiata al baratro che, nonostante tutti i nostri apparenti sforzi, continua a circondarci. 
Lo fa mettendoci sotto lo sguardo costante e inquisitore del Grande Fratello, facendoci sentire prigionieri in uno dei modi più spaventosi che si possano immaginare: la nostra vita diventa, in 1984, di proprietà di qualcun altro. A tutti gli effetti, in quel possibile futuro, noi non apparterremmo più a noi stessi. Nulla corrisponderebbe a quello per cui è stato inventato, tutto sarebbe controvertito, violentato, snaturato, a cominciare dal passato, dalla verità e dall'individualità.
Se è vero che un libro non ha mai un unico messaggio, e che molto dipende da quello che riusciamo a vederci noi, allora quello che io ho personalmente recepito è un grido d'allarme e d'aiuto lanciato da Orwell. Tutto il libro ne è pervaso, come un vento che soffia tra le vie desolate che percorrerete qualora decidiate di leggerlo. 
Il grido della vita, che nonostante tutto, si rifiuta di lasciare il campo al nulla e che anche sottomessa spinge e spinge, come un fiore spacca il cemento.
Un grido che non ha sempre la forma che crediamo, o che ci aspettiamo, e che forse può riassumersi benissimo nel bisbigliare appositamente inespressivo e fugace di Winston e Julia, immersi nella folla, vicinissimi l'uno all'altra:
"Mi senti?"
"Sì."
Un grido che prosegue nei gesti, quando dopo essersi scambiati qualche veloce indicazione, le loro mani si sfiorano, nascoste dall'accalcarsi della gente di fronte alla sfilata di carri ricolmi di prigionieri di guerra, per non più di qualche secondo e che Orwell descrive così:
Le loro mani erano rimaste strette per non più di dieci secondi, e tuttavia quel tempo era parso lunghissimo. A Winston fu sufficiente per conoscere ogni dettaglio della mano che lo stringeva. Ne esplorò le dita lunghe, le unghie armoniose, la palma callosa, indurita dal lavoro, la pelle liscia al di sotto dei polsi: ora sarebbe stato capace di riconoscerla a vista.
Vorrei poter dire che libri come questo possono davvero essere utili ad evitare quel baratro. 
Per ora, però, mi limito a sperarlo. 
Il mio giudizio finale, nel caso non si fosse evinto prima: SPAVENTOSAMENTE MAGNIFICO.



Da questo libro:


Quando fai l'amore, consumi energia. Dopo ti senti felice e te ne freghi di tutto il resto, e questo loro non possono permetterlo. Loro vogliono che tu sia sempre lì a scoppiare di energia: tutte queste marce, queste grida di acclamazione, questo sventolio di bandiere, non sono altro che sesso andato a male.


Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci.


Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.


Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA E' PACE
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'
L'IGNORANZA E' FORZA





giovedì 6 dicembre 2012

L'avete vista, la foto?

L'avete vista, la foto?
Quella comparsa sul New York Post ieri, quella che tutti i telegiornali hanno mostrato sventolandola come un indumento scandaloso e succinto, quella che ci permette di guardare il braccio teso di un uomo appena buttato da un altro sui binari della metropolitana mentre il treno sopraggiunge. Non ho avuto il coraggio di guardarla bene ma, dicono, il viso dell'uomo sui binari è rivolto verso il treno... lo guarda arrivare.
Io ricordo il braccio, invece. E' appoggiato sulla banchina, proteso, ma non troppo. Come se cercasse aiuto, o lo avesse cercato, ma fosse sicuro di non riceverlo. E allora guarda il treno arrivare.
Non mi domando, nemmeno ci provo, cosa possa aver pensato in quegli attimi. Il solo domandarmelo potrebbe risultare una presa in giro alla sua esistenza e alla sua fine lì, sui binari bui di una metropolitana, per il volere di un altro uomo che ha semplicemente deciso così.
Sarebbe una presa in giro chiedersi cosa si pensa quando si vede un treno arrivare verso di noi...e sarebbe straziante saperlo, e sapere cosa si pensa quando ritiriamo leggermente il braccio inizialmente proteso, lo avviciniamo a noi, perché nessuno lo sta afferrando per salvarci.
Ma l'avete vista, quella foto? Io sì. E se l'ho vista, è perché qualcuno l'ha scattata. Un giornalista, appunto. Che, dicono i giornali e il web, avrebbe tentato di segnalare qualcosa al macchinista, scattando diversi flash.
Lo accusano di non aver nemmeno tentato di salvare l'uomo sui binari, di aver pensato solo a scattare quella foto per poi pubblicarla.
Io non lo so cosa ha pensato il giornalista, io non lo so quanto fosse lontano dall'uomo, quanti attimi rimanessero, io non ero lì.
Ma quel braccio, quel braccio rassegnato di un uomo che sta per morire e guarda la morte arrivare, quel braccio che nessuno ha nemmeno provato ad afferrare (nessuno, non solo il giornalista), quella mano che nessuno ha provato a tenere, io non me li dimenticherò mai.
E' una foto che spiega fin troppo bene il mondo di oggi e, forse, il mondo di sempre.
E' una foto che spiega fin troppo bene quanto siamo soli con la nostra parvenza di umanità.
Non avevamo bisogno di un'altra prova di quanto siamo spaventosi.
Davvero, non ne avevamo bisogno.

martedì 4 dicembre 2012

La buona stella


Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che c'è chi è destinato a essere felice.
Nasce sotto una buona stella, non ce n'è, e lì rimane. Poco importa se nella vita crede di attraversare momenti difficili, tra quel che crede e quel che effettivamente è, passerà sempre una distanza infinita. E forse piangerà, forse soffrirà, ma dalla luce della buona stella non si scosterà mai; le sue notti saranno sempre brevi in confronto ai lunghi, caldi e luminosi giorni di successi. Dovrà salire qualche gradino, ma saranno pochi e poco ripidi, lunghe scalinate non attraverseranno mai le sue rette vie pianeggianti e, quando dovrà salire quei pochi gradini, avrà qualcuno a facilitargli il compito. Dovrà rinunciare a qualcosa, sì...potrà capitare, ma sarà qualcosa che non serve a respirare, o a camminare, o a cui aggrapparsi per rialzarsi...sarà molto spesso qualcosa che credeva utile e invece non lo era, alleggerito da quel peso, avrà spazio per accumular tesori preziosi.
E' il destino, è la sua buona stella... è nato così: fortunato.
Eppure, inspiegabilmente, non lo sa.
Eppure, inspiegabilmente, se gli chiederai di parlarti di sé, troverà il modo di elencarti le sue ferite, le sue notti buie, i suoi incommensurabili dolori e, sempre, tralascerà la lunga lista di gioie e risa, di benessere superfluo ed eccedente che, da quando è nato, ha avuto tra le mani. Non lo merita, eppure è felice. Non lo apprezza, non ringrazia, eppure è fortunato. Piange, anche quando dovrebbe ridere e ride quando intorno gli altri piangono.
Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che c'è anche chi crede di non meritare di essere felice, e che per queste persone tutto è molto più difficile. Non so ancora dove stia il senso, dove sia il libro che contiene queste strane formule matematiche... So che, senza la buona stella a illuminarti il cammino, si impara meglio a vedere nel buio e, forse, anche questa può essere fortuna.