sabato 8 dicembre 2012

Libera recensione - 1984, di George Orwell

1984diGeorgeOrwell, detto così, tutto insieme, come fosse una parola sola. Era così che lo conoscevo, "di vista", da sempre. Era così che lo chiamavo nella mia mente quando, mentre macinavo e divoravo libro dopo libro, mi dicevo "Devo assolutamente leggere, prima o poi, 1984diGeorgeOrwell !!". 
Dovevo assolutamente leggerlo, sì, da appassionata quale sono della tematica post-apocalittica , era un libro che da sempre mi attraeva ma che, per un motivo o per l'altro, veniva sempre sostituito da un altro. Ora, finalmente, l'ho letto. Ha soddisfatto le mie aspettative? Oh, sì. Se possibile, a dire il vero, le ha di gran lunga superate. 
Perché? 
Perché 1984diGeorgeOrwell è, a tutti gli effetti, e sotto innumerevoli aspetti, un libro spaventoso. 
E', ad esempio e soprattutto, spaventosamente indicatore delle nostre paure umane, di quelle più sottili e di quelle più eclatanti. 1984, non dimentichiamocelo, è stato scritto nel 1948. Il mondo stava lentamente trascinandosi fuori da uno delle sue peggiori malattie: la seconda guerra mondiale; e se Orwell avesse scritto di quello, o di qualcosa di simile, di non troppo lontano, allora non ci sarebbe stato molto di che stupirsi. Ma invece ha fatto di più, molto di più. Orwell è andato oltre, ha seguito con lo sguardo un'immaginaria linea temporale ed è arrivato a scorgere, nella sua mente geniale, uno dei possibili (più che possibili) futuri dell'umanità. Un futuro nato da uno straziante passato, figlio della morte, dei totalitarismi e degli annientamenti umani interiori, prima che esteriori. 
Immediatamente si percepisce l'idea di stare osservando un mondo falso, basato sul non vero, scevro da qualunque aspetto vitale. Eppure, in quel mondo, si vive. 
E come si può vivere, appunto, senza vita? Come si può vivere senza potersi innamorare? Come si può vivere senza desiderare? Senza, addirittura, permettersi di pensare? 
Orwell riesce benissimo nell'intento di illustrare quello che più volte l'umanità ha sfiorato. Ci fa dare un'occhiata al baratro che, nonostante tutti i nostri apparenti sforzi, continua a circondarci. 
Lo fa mettendoci sotto lo sguardo costante e inquisitore del Grande Fratello, facendoci sentire prigionieri in uno dei modi più spaventosi che si possano immaginare: la nostra vita diventa, in 1984, di proprietà di qualcun altro. A tutti gli effetti, in quel possibile futuro, noi non apparterremmo più a noi stessi. Nulla corrisponderebbe a quello per cui è stato inventato, tutto sarebbe controvertito, violentato, snaturato, a cominciare dal passato, dalla verità e dall'individualità.
Se è vero che un libro non ha mai un unico messaggio, e che molto dipende da quello che riusciamo a vederci noi, allora quello che io ho personalmente recepito è un grido d'allarme e d'aiuto lanciato da Orwell. Tutto il libro ne è pervaso, come un vento che soffia tra le vie desolate che percorrerete qualora decidiate di leggerlo. 
Il grido della vita, che nonostante tutto, si rifiuta di lasciare il campo al nulla e che anche sottomessa spinge e spinge, come un fiore spacca il cemento.
Un grido che non ha sempre la forma che crediamo, o che ci aspettiamo, e che forse può riassumersi benissimo nel bisbigliare appositamente inespressivo e fugace di Winston e Julia, immersi nella folla, vicinissimi l'uno all'altra:
"Mi senti?"
"Sì."
Un grido che prosegue nei gesti, quando dopo essersi scambiati qualche veloce indicazione, le loro mani si sfiorano, nascoste dall'accalcarsi della gente di fronte alla sfilata di carri ricolmi di prigionieri di guerra, per non più di qualche secondo e che Orwell descrive così:
Le loro mani erano rimaste strette per non più di dieci secondi, e tuttavia quel tempo era parso lunghissimo. A Winston fu sufficiente per conoscere ogni dettaglio della mano che lo stringeva. Ne esplorò le dita lunghe, le unghie armoniose, la palma callosa, indurita dal lavoro, la pelle liscia al di sotto dei polsi: ora sarebbe stato capace di riconoscerla a vista.
Vorrei poter dire che libri come questo possono davvero essere utili ad evitare quel baratro. 
Per ora, però, mi limito a sperarlo. 
Il mio giudizio finale, nel caso non si fosse evinto prima: SPAVENTOSAMENTE MAGNIFICO.



Da questo libro:


Quando fai l'amore, consumi energia. Dopo ti senti felice e te ne freghi di tutto il resto, e questo loro non possono permetterlo. Loro vogliono che tu sia sempre lì a scoppiare di energia: tutte queste marce, queste grida di acclamazione, questo sventolio di bandiere, non sono altro che sesso andato a male.


Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci.


Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente.


Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA E' PACE
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'
L'IGNORANZA E' FORZA





giovedì 6 dicembre 2012

L'avete vista, la foto?

L'avete vista, la foto?
Quella comparsa sul New York Post ieri, quella che tutti i telegiornali hanno mostrato sventolandola come un indumento scandaloso e succinto, quella che ci permette di guardare il braccio teso di un uomo appena buttato da un altro sui binari della metropolitana mentre il treno sopraggiunge. Non ho avuto il coraggio di guardarla bene ma, dicono, il viso dell'uomo sui binari è rivolto verso il treno... lo guarda arrivare.
Io ricordo il braccio, invece. E' appoggiato sulla banchina, proteso, ma non troppo. Come se cercasse aiuto, o lo avesse cercato, ma fosse sicuro di non riceverlo. E allora guarda il treno arrivare.
Non mi domando, nemmeno ci provo, cosa possa aver pensato in quegli attimi. Il solo domandarmelo potrebbe risultare una presa in giro alla sua esistenza e alla sua fine lì, sui binari bui di una metropolitana, per il volere di un altro uomo che ha semplicemente deciso così.
Sarebbe una presa in giro chiedersi cosa si pensa quando si vede un treno arrivare verso di noi...e sarebbe straziante saperlo, e sapere cosa si pensa quando ritiriamo leggermente il braccio inizialmente proteso, lo avviciniamo a noi, perché nessuno lo sta afferrando per salvarci.
Ma l'avete vista, quella foto? Io sì. E se l'ho vista, è perché qualcuno l'ha scattata. Un giornalista, appunto. Che, dicono i giornali e il web, avrebbe tentato di segnalare qualcosa al macchinista, scattando diversi flash.
Lo accusano di non aver nemmeno tentato di salvare l'uomo sui binari, di aver pensato solo a scattare quella foto per poi pubblicarla.
Io non lo so cosa ha pensato il giornalista, io non lo so quanto fosse lontano dall'uomo, quanti attimi rimanessero, io non ero lì.
Ma quel braccio, quel braccio rassegnato di un uomo che sta per morire e guarda la morte arrivare, quel braccio che nessuno ha nemmeno provato ad afferrare (nessuno, non solo il giornalista), quella mano che nessuno ha provato a tenere, io non me li dimenticherò mai.
E' una foto che spiega fin troppo bene il mondo di oggi e, forse, il mondo di sempre.
E' una foto che spiega fin troppo bene quanto siamo soli con la nostra parvenza di umanità.
Non avevamo bisogno di un'altra prova di quanto siamo spaventosi.
Davvero, non ne avevamo bisogno.

martedì 4 dicembre 2012

La buona stella


Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che c'è chi è destinato a essere felice.
Nasce sotto una buona stella, non ce n'è, e lì rimane. Poco importa se nella vita crede di attraversare momenti difficili, tra quel che crede e quel che effettivamente è, passerà sempre una distanza infinita. E forse piangerà, forse soffrirà, ma dalla luce della buona stella non si scosterà mai; le sue notti saranno sempre brevi in confronto ai lunghi, caldi e luminosi giorni di successi. Dovrà salire qualche gradino, ma saranno pochi e poco ripidi, lunghe scalinate non attraverseranno mai le sue rette vie pianeggianti e, quando dovrà salire quei pochi gradini, avrà qualcuno a facilitargli il compito. Dovrà rinunciare a qualcosa, sì...potrà capitare, ma sarà qualcosa che non serve a respirare, o a camminare, o a cui aggrapparsi per rialzarsi...sarà molto spesso qualcosa che credeva utile e invece non lo era, alleggerito da quel peso, avrà spazio per accumular tesori preziosi.
E' il destino, è la sua buona stella... è nato così: fortunato.
Eppure, inspiegabilmente, non lo sa.
Eppure, inspiegabilmente, se gli chiederai di parlarti di sé, troverà il modo di elencarti le sue ferite, le sue notti buie, i suoi incommensurabili dolori e, sempre, tralascerà la lunga lista di gioie e risa, di benessere superfluo ed eccedente che, da quando è nato, ha avuto tra le mani. Non lo merita, eppure è felice. Non lo apprezza, non ringrazia, eppure è fortunato. Piange, anche quando dovrebbe ridere e ride quando intorno gli altri piangono.
Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, è che c'è anche chi crede di non meritare di essere felice, e che per queste persone tutto è molto più difficile. Non so ancora dove stia il senso, dove sia il libro che contiene queste strane formule matematiche... So che, senza la buona stella a illuminarti il cammino, si impara meglio a vedere nel buio e, forse, anche questa può essere fortuna.

mercoledì 28 novembre 2012

Le Perle di Stephen King - #3

Non tutte le barche che salpano nelle tenebre non ritrovano più il sole o la mano di un altro bambino; se la vita insegna qualcosa, ti mostrerà allora che le storie a lieto fine sono così numerose che è lecito dubitare della razionalità di chi non crede nell'esistenza di Dio.
[...] Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si spegne, allontanati dal ricordo...ma non dal desiderio. 
Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. 
Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

(Stephen King - IT)

domenica 25 novembre 2012

Il filo dei miei pensieri

Vi è mai successo di agganciare qualcosa con lo sguardo, qualcosa che veleggiava nell'aria ed è capitato, all'improvviso, proprio davanti a voi?
Qualunque cosa, un granello di polvere un po' più grande, quanto bastava per poterlo distinguere, una minuscola bolla di sapone mentre sfuggita dallo sfregare delle vostre mani sul vostro corpo mentre fate la doccia... o un leggerissimo filo staccatosi da qualche sciarpa o maglione, come è capitato, oggi, a me.
Avviene qualcosa di strano, sapete? Quasi una sorta di magia.
Nel consueto divenire e muoversi delle cose ecco che, senza preavviso, qualcosa che osa muoversi più lentamente, senza seguire la bacchetta del maestro d'orchestra, galleggia senza ordine e direzione di fronte a me. Sembra guardarmi, come io guardo lui. E' un filo, un leggerissimo filo bianco che svolazza irrisorio senza curarsi del vento che dovrebbe spingerlo a proseguire più velocemente il suo strano percorso.
Mi sono fermata, e per qualche istante è sembrato fermarsi anche lui, forse risucchiato dallo spostamento d'aria provocato dal mio improvviso arresto. Sono sicura che quel filo, in qualche altra dimensione o logica universale, avesse degli occhi con cui osservarmi incuriosito... forse anch'io dovevo sembrargli strana, ferma lì, in mezzo alla strada. Deve aver pensato che non seguissi gli ordini del direttore d'orchestra, ne sono quasi sicura, deve averlo pensato anche lui, in qualche modo.
Sì.
Qualche frazione di secondo, ecco quant'è durato il nostro scambio di sguardi, ma tanto è bastato a fare avvenire quella magia: per quel brevissimo tempo, tutto mi è apparso un po' più lontano, non troppo, non tanto da sentirmi estranea, ma sufficientemente da sentire più me stessa del mondo esterno; il suono leggero del mio respiro leggermente affannato dalla camminata piuttosto che il rumore delle auto, il battito del mio cuore; il lieve, lievissimo armonioso ronzio dei miei pensieri, chiari, improvvisamente solo miei senza interferenze e intrusioni. Guardando quel filo galleggiante, il mondo appariva vicino, ma faceva da sfondo.
Uno sfondo meno invadente e rumoroso di quanto non fosse di consueto.
Pochi attimi, e il filo leggero ha ripreso a veleggiare sospinto da qualche forza invisibile, ho provato a seguirlo quanto più possibile, ma è svanito presto, confondendosi con i colori dell'immagine alla quale era riuscito a sfuggire per un po'.
Sorridevo quando ho ripreso a camminare, concentrata sul rumore dei miei passi più di quanto non fossi stata da tempo immemore.
Il punto è che io l'ho visto! Il punto che lui è sfuggito all'immagine anche grazie a me, capite?
Il punto è, soprattutto, che io sono sfuggita al mondo grazie a lui. Fermandomi sono rientrata in me, ho smesso di camminare troppo avanti o troppo indietro rispetto al mio respiro, al mio cuore, ai miei pensieri.
Ero lì, ed ero io. Semplice. Grandioso.
Ho continuato a sorridere per parecchia strada, credetemi, non senza lanciare un Grazie al vento, e lasciarlo andare, al ritmo che preferiva, nel mondo.

martedì 20 novembre 2012

Le Perle di Gerald Durrel - #1

Non esiste, a mio parere, un modo migliore per descrivere l'arrivo, la "calata" dell'estate, di quello che Gerald Durrel ha scelto di "dipingere" nelle pagine di uno dei suoi libri più belli.
Se ne avete voglia, immergetevi in queste righe. Vi posso promettere che, se una volta finito di leggere chiuderete gli occhi e inspirerete a pieni polmoni, vi sembrerà di sentire i leggeri fischi dei gufi, il profumo inconfondibile del mare delle sere tiepide d'estate, il dolce gracchiare sommesso delle rane...
Bè, buon viaggio, cari lettori....


La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola con i loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. Gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate.
Sulle colline, tra gli scuri cipressi e l'erica, sciami di farfalle volavano e volteggiavano come coriandoli sospinti dal vento, fermandosi ogni tanto su una foglia per deporre una salva di uova. Le cavallette e le locuste zirlavano come sonerie di orologi sotto i miei piedi; e volavano ubriache in mezzo all'erica, con le ali che scintillavano al sole. Tra i mirti si aggiravano caute le mantidi, con leggerezza, oscillando lievemente, la quintessenza del male. Erano magre e verdi, con le facce senza mento e mostruosi occhi a forma di globo, color d'oro translucido, colmi di un'espressione di intensa e predatoria pazzia. Le braccia ricurve, con le loro frange di denti aguzzi, erano sollevate in un gesto di finta supplica al mondo degli insetti, con tanta umiltà, con tanto fervore, tremando appena appena quando una farfalla volava troppo vicino.
Verso sera, quando cominciava a fare più fresco, le cicale smettevano di cantare; le sostituivano in quel compito le verdi raganelle, appiccicare sulle foglie dei limoni accanto al pozzo. Con gli occhi sporgenti e fissi come se fossero in uno stato ipnotico, i dorsi lustri come le foglie tra le quali erano accovacciate, gonfiavano i loro sacchetti vocali e gracidavano rauche e con tanto impeto da far temere che i loro corpi umidicci fossero sul punto di scoppiare per lo sforzo. Quando il sole calava c'era un breve crepuscolo verde mela che sbiadiva e diventava color malva, e l'aria si faceva più fresca e s'impregnava dei profumi della sera.
[...] Il mare era liscio, caldo e scuro come velluto nero, senza una sola increspatura sulla superficie. La costa lontana dell'Albania era confusamente delineata da un lieve barlume rossastro nel cielo. Gradualmente, di minuto in minuto, quel barlume si faceva più intenso e più vivido, diffondendosi su tutto il cielo. Poi all'improvviso la luna, enorme, color rosso vino, spuntava al di sopra dei bastioni frastagliati delle montagne, e gettava un dritto sentiero rosso sangue sul mare cupo. Allora comparivano i gufi, che vagavano da un albero all'altro silenziosi come scaglie di fuliggine, fischiando stupefatti via via che la luna si alzava nel cielo, prima rosa, poi d'oro, e infine veleggiando tra una nidiata di stelle come una bolla argentea.

(Gerald Durrel - La mia famiglia e altri animali)

venerdì 16 novembre 2012

Country roads, take me home...

Dov'è?
Dov'è casa mia?
E casa tua? Dov'è? La vedi?
Tu, dimmi, riesci a vederla?
Se ci riesci, allora sai che non è fatta di mattoni e non ha muri, né porte.
La vedi? Dimmelo, se ci riesci...perché è importante per me saperlo.
Se la vedo, mi chiedi?
Sì, la vedo. Oh sì, io la vedo...
Io la vedo, forse, da prima ancora di riuscire a parlare o a formulare pensieri che avessero un senso per questo strano mondo. La vedo da sempre, da quando ho aperto gli occhi per la prima volta e ho guardato, in qualche modo offuscato, davanti a me.
Appare, ecco quello che credo, appare davanti a chi è destinato a sognare.
E così sorridi, no? Tu non l'hai fatto? Tu non hai riso? Prova, provaci adesso, prova a chiudere gli occhi e a ricordare.
La mente forse non ci riesce, ma il cuore sì, amico mio. Il cuore ricorda tutto quello che la mente tende a nascondere, perché la mente si adegua al mondo, il cuore invece no.
Oh, stai ridendo!! Allora la vedi! La stai vedendo!
Senti una musica? Sì, lo so...spesso succede, a me succede. Batti il piede, lo vedo, i tuoi occhi sotto le palpebre si muovono, cosa vedono? Hai tirato fuori la lingua e ti sei leccato le labbra...e hai inspirato qualcosa, un profumo, che ti ha fatto allargare il petto più di quanto non avesse mai fatto da quando sei vivo.
Ecco, sì, questi sono i segni.
Hai visto quanto è bella? Annuisci, certo, perché è casa tua.
Una casa che non è fatta di mattoni e non ha muri né porte, ma solo strade e sentieri, e cieli e profumi, e musica e odori, e piedi che camminano, corrono e ballano. E i tuoi polmoni respirano e si riempiono e si riempiono e si odono risate e le fronti non sono corrugate, ma distese...distese...distese di prati in fiore al tramonto o di campi di grano oscillanti nel vento tiepido della sera; Montagne innevate, il sale del mare, milioni di milioni di stelle da contare...
...ma niente muri né porte, niente recinti o cancelli, solo spazio, tanto spazio per essere quello che sei destinato ad essere, amico mio.
La vedi? Dov'è? No! Non dirmelo! Solo tu devi saperlo, o smetterà di essere tua, smetterà di essere unica...
Non preoccuparti amico mio, siamo vicini, molto più di quanto tu creda.
Quelle case, le nostre, quelle vere, non potrebbero essere più vicine di così.
Ti va se balliamo?
Non importa se non seguiamo gli stessi passi, si balla meglio con due ritmi diversi, ci si sente più liberi...
Più liberi, amico mio...
Più liberi.



mercoledì 24 ottobre 2012

Il vento dentro


Non smettere mai di soffiare, 
ecco, ti chiedo in fondo solo questo...per me. 
Questo vento, dentro, che comunque vada non si spegne mai. 
Questo, almeno questo voglio. 
Lo pretendo e lo merito. 
Perché è qualcosa che riesco a sentire 
anche contro al rumore del mondo che mi sta diventando ogni giorno più estraneo. 
Questo, io lo sento. 
Lo sento ancora. 
Questo allora deve restare mio per sempre. 
Ti avviso, te lo ruberò, dovesse essere necessario...e nessuno, nessuno lo giuro, riuscirà a convincermi che non deve essere mio. 
Nessuno, mai, fino alla fine.



mercoledì 17 ottobre 2012

L'ombra che corre

Vi è mai capitato di vedere un fantasma?
Oh... forse voi non ci credete, forse pensate che che chi li vede sia pazzo, che la notte non riservi poi molte sorprese.
Non avete mai guardato un angolo a lungo, nel buio? Così a lungo da essere costretti, a un certo punto, a distogliere lo sguardo perché qualcosa, una qualche forma, cominciava a comparire lì, accucciata a guardarvi?
Lo avete fatto, lo so, lo fanno tutti.
Tutti vedono un'ombra muoversi quando dovrebbe stare ferma, tutti si voltano di scatto al suono di un rumore sconosciuto, e quei sussurri...quelli tra sogno e realtà, quelli che appena svegliati, col sudore sulle tempie, ci respirano ancora addosso per una stridula manciata di secondi folli.
Dai, ammettetelo, anche voi avete visto un fantasma, anche voi.
Perché i fantasmi, sapete, sono fatti di tante cose, tante cose che ci somigliano.
Forse potreste scoprire che quella forma nascosta nell'angolo ha i vostri stessi occhi, socchiusi, intenti a osservare una parte di voi sconosciuta, intenti a scoprire cosa hanno sbagliato, durante il giorno, durante la luce che a volte acceca e rende tutti, in un certo senso, in un certo spaventoso senso, troppo uguali.
Potreste avere la sensazione di riconoscere il vostro profilo in quell'ombra che, improvvisamente, è sfuggita alla presa del vostro sguardo. Se state attenti, molto ben attenti, potreste sentire l'eco dei vostri passi, mentre corre via veloce, scappando da quello che non avete il coraggio di affrontare da troppo tempo, e che da troppo tempo lasciate vincere, accontentandovi di rimanere fermi ad aspettare.
Potreste sentire i sussurri uscire dalle vostre labbra socchiuse mentre la vostra mente rimane aggrappata a quel lembo di sogno penzolante e sdrucito.
Forse voi non ci credete ma, capita che i fantasmi che ci camminano intorno, magari quelli che ci fanno più paura, siano talmente simili a noi da avere la stessa anima, lo stesso respiro, le stesse paure.
Può essere che siano qui per aiutarci.
Ci avete mai pensato?
Può essere che ci urlino qualcosa di importante, a modo loro...
Siete sicuri, davvero, di non aver mai visto un fantasma?
Siete davvero sicuri di non averlo riconosciuto?
No?
Allora provate, stanotte, quando tutti intorno a voi staranno dormendo, a parlare a quella forma rannicchiata nell'angolo della vostra stanza...
Provate a seguire con lo sguardo quell'ombra che corre.
Provate ad ascoltate quell'urlo importante.

martedì 16 ottobre 2012

Premio Simplicity

Come non ringraziare I Libri di Lo per aver scelto anche me come destinataria del "Premio Simplicity": grazie  con tutto il cuore, è un vero onore.

Le regole del premio sono le seguenti:

1- Rispondere alla domanda "Cos'è la semplicità?";
2- Dedicare un'immagine alla persona che ti ha dato il premio;
3- Passare il Premio a 12 blogger;


Perfetto, partiamo? Partiamo...

1 - Trovarsi a spiegare cosa sia la semplicità sembra quasi un paradosso, ed è soprattutto paradossale (o forse, in fondo, logico) trovarsi in difficoltà, nello spiegare cosa sia la semplicità. Forse perché la semplicità non deve essere spiegata, è esattamente quello che vediamo nel momento in cui lo vediamo, scevro da qualsivoglia altra interpretazione personale. La semplicità è quello che non ha bisogno di parole, è quello che appare e non sembra, è quello che ammette un solo tipo di sguardo, non interpretativo, ma concreto; concreto perché semplice. Concreto perché puro.

2 - Ecco perché, Lorenza, l'immagine che voglio dedicarti a proposito di semplicità non può che essere questa: 



3 -  Passo il premio a:














lunedì 1 ottobre 2012

Piovono maschere

Questa notte ho fatto uno strano sogno. Da un cielo nuvoloso e plumbeo cadevano, al posto delle gocce di pioggia, milioni di maschere di carnevale. Erano semplici, di quelle che coprono solo gli occhi, coloratissime e sgargianti. Vederle scendere dal cielo, come se non si rendessero conto di quanto fossero fuori posto, era nauseante, la loro visione non rimandava allegria, tutt'altro, e ognuna di loro sembrava essere accompagnata da un urlo ridanciano e stonato.
Nausea e brividi, era quello che provavo vedendole scendere come fiocchi di neve malformati nel colore e nell'anima. Ricordo di aver sporto la mano oltre il davanzale e averne sentita qualcuna poggiarsi sul mio palmo aperto. Ricordo la sensazione innaturale di quel tocco, ricordo che è stato quello ad avermi svegliato.
Il tocco, non delicato e fresco come solo la neve sa fare, quando come burro si scioglie a contatto con il calore dei nostri corpi. Era un tocco duro, spigoloso e freddo in maniera irrimediabile, quello delle maschere di carnevale. Un freddo che probabilmente mi ha svegliata, facendomi aprire gli occhi alle 4.30 circa del mattino nel buio di una notte troppo silenziosa.
Ho faticato a riaddormentarmi; e anche quando ci sono riuscita, il sonno in cui sono caduta era agitato e teso.
Difficile dormire, dopo aver sentito quel tocco freddo, quelle risa stonate da maschere troppo colorate senza bocca e con buchi al posto degli occhi.
Che brutto quando l'angoscia si infila nei sogni e crea cieli così terribili da lasciar piovere maschere urlanti...
Che brutto quando ci si sveglia in un buio così silenzioso, perché si ricordano ancora meglio le grida.
Che brutto poi, quando la notte viene contro al riposo, senza lasciarti chiudere gli occhi in pace, senza lasciarti qualche ora senza paura.




martedì 25 settembre 2012

Ci serviranno i denti


Torno a casa stanca morta e semi-esaurita dopo una giornata pesante, ceno, poi mi siedo sul divano per leggere il giornale. L'intento era quello di rilassarmi, rimanendo per qualche minuto con me stessa a leggere del mondo che mi circonda, cercando di difendermi, con una tazza di tisana calda, dal primo fastidioso freddino subdolo che solo le prime giornate d'autunno sanno provocare e, invece, ho cominciato a tremare.
No, non è un modo di dire, tremavo sul serio. Un brivido mi ha scosso così violentemente da farmi cadere qualche goccia dalla tazza, e allora l'ho appoggiata sul tavolo di fronte a me e ho chiuso il  giornale. Non so se fosse, quello, un brivido di paura o di freddo. So che sono rimasta per un lungo attimo rannicchiata sul divano a fissare lo schermo del televisore a cui avevo tolto l'audio; immagini di volti sorridenti, pubblicità mute e colorate scorrevano davanti a me.
Parole, solo parole, sempre parole.
Tutti parlano di giustizia, in fila in posta, a far la spesa o sui giornali. Tutti invocano correttezza e civiltà, ma i giornali fanno tremare.
Non si sta più bene, quaggiù, e non si sa più come dirlo a chi sta Lassù. Ti viene da dire che forse sarebbe il caso di smetterla di lasciarci liberi, o di contare su di noi e sulla nostra intelligenza, perché qui, su questo mondo, facciamo proprio schifo.
Non so come altro definire quello che ho letto, tutto quello che ho letto. Un terrificante schifo senza fine. Azioni vergognose insieme ad azioni pericolose, cattiveria insieme a ignoranza, paura insieme a disperazione, tutte a braccetto in una lunga marcia folle e scomposta; una tetra festa della pazzia.
Ma le pubblicità mostrano volti sorridenti e continuano a blaterare di bisogni presunti e soluzioni impossibili, denti bianchi, sempre più bianchi, ci promettono che la nostra vita sarà diversa, con una spazzolata di dentifricio miracoloso.
Non c'è nulla, proprio nulla da ridere, se seduti sul divano di casa nostra ci guardiamo intorno smarriti dopo essere stati attraversati da un brivido. Non c'è nulla da ridere nell'avere la nausea dopo aver letto il giornale, non è divertente tremare, nemmeno quando il primo freddo d'autunno bussa alle porte, si infila dalle fessure degli infissi e si diverte a solleticarti con le sue dita un po' gelide e un po' umide.
La folle banda suona la marcia fuori, di notte e di giorno, per le strade. Suona una marcia stonata e fastidiosa che fa venire voglia di urlare.
Non c'è nulla da ridere, non c'è più nulla da dire.
Solo ricordiamoci di lavarci bene i denti, di renderli sempre più forti e sani.
Ci serviranno.
Ci serviranno i denti, e non per sorridere.




domenica 23 settembre 2012

Una stanza per la cenere


Questa è una di quelle sere in cui ci vorrebbe una stanza per urlare. Una stanza fatta apposta per le grida, con della brutta carta da parati da strappare via dalle pareti solo per trovarne altra, ancora più brutta, a fare capolino tra gli squarci. Un po’ come fa il dolore, quando credi di piangerlo via e lui invece si gonfia come una spugna nutrendosi delle tue lacrime, e non fa altro che sbucare da ogni squarcio del tuo cuore.
Ci vorrebbe una stanza con tanti mobili da spaccare, mobili forti, mobili duri, mobili che serve picchiare forte per terra o contro il muro per spezzarli.
E’ una sera così, come tante altre ne sono venute prima, come tante altre ne verranno, senza che se ne riesca a tenere il conto, senza che si capisca bene dove metterle nell’arco del tempo vissuto perché, in qualche modo distorto, sembrano non farne parte, sembrano uscirne, sembrano esistere in una dimensione che non è fatta di realtà. Per questo, ci vorrebbe una maledetta stronza stanza da distruggere, per questo. Perché se si è fuori dal tempo, allora conviene essere anche fuori dallo spazio, altrimenti si rischia di impazzire. Si rischia di credere che non è vero quello che proviamo, che non lo stiamo sentendo davvero, forte come un uragano, spingere da dentro le pareti della nostra anima.
Ci vorrebbe una stanza, stasera, dove sentirsi a casa. Anche con la carta da parati a brandelli, anche con i mobili fatti a pezzi, anche con la gola in fiamme per le urla, anche con gli occhi arroventati.
Lì dentro si consumerebbe il fuoco della rabbia, e lì rimarrebbe la cenere.
Ci vorrebbe una stanza dove lasciare la cenere, fuori dal tempo, appena un po' oltre lo spazio, dove lasciare la cenere, perché questa… questa è una di quelle sere.

venerdì 21 settembre 2012

Le Perle di Daniel Pennac - #3


L'uomo costruisce case perché è vivo, ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun'altra, ma che nessun'altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcune spiegazione definitiva sul suo destino, ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.
(Daniel Pennac - Come un Romanzo)

domenica 16 settembre 2012

Le Perle di Shakespeare - #1

The friends thou hast, and their adoption tried,
grapple them to thy soul with hoops of steel,
but do not dull thy palm with entertainment
of each unhactch'd, unfledged comrade. Beware
of entrance to a quarrel; but, being in,
bear't that the opposed may beware of thee.
Give every man thine ear, but few thy voice;
[...] Neither a borrower nor a lender be;
for loan oft loses both itself and friend,
[...] this above all: to thine own self be true,
and it must follow, as the night the day,
thou canst not then be false to any man. 

Gli amici che hai gà, e di cui hai messo a prova l'adozione, tienteli ben aggrappati alla tua anima con doghe d'acciaio, ma non render callosa la tua palma a furia di stringer quella d'ogni camerata che non sia ancora uscito dal suo uovo, e sia immaturo all'amicizia.
Sta attento a non entrare in una lite, ma se ti ci dovessi trovare immischiato, conducila in modo che il tuo nemico debba stare lui attento a te.
Concedi ad ognuno il tuo orecchio, ma a pochi la tua voce.
[...] Non prendere a prestito e non prestare, ché un prestito, spesso, perde se stesso e l'amico.
[...] Ma questo rammenta, sopra ogni altra cosa: sii leale verso te stesso, poiché dovrà seguirne, come la notte segue il giorno, che tu non sarai sleale verso nessuno.

(William Shakespeare - Amleto)


sabato 15 settembre 2012

Da nessuna parte



"The men who love you, you hate the most
They pass right through you like a ghost
They look for you, but your spirit is in the air
Baby, you're nowhere..."



Me lo ricordo, lo sai? Mi ricordo di te, mi ricordo quando mi avevi dedicato (cantandolo) questo pezzo. Eravamo seduti su una panchina della stazione, io seduta in mezzo alle tue gambe, appoggiata a te. Era inverno, era pomeriggio inoltrato e faceva freddo e buio, intorno a noi solo le luci dei bus che arrivavano e partivano, il vociare sommesso della gente che tornava da lavorare.
Eravamo così splendidamente giovani...così imbattibili.
Mi sono voltata per osservarti, quando mi hai detto che questa frase sembrava parlare proprio di me. Tu hai smesso di giocare con i miei capelli, quando mi sono voltata, e hai sollevato le mani in segno di resa inarcando le sopracciglia. Poi mi hai baciata, forse per zittirmi, forse per parlarmi. Forse tutt'e due le cose insieme.
E allora sono stata zitta, e ho ascoltato.
Volevo dirti che, anche se da molti anni non so più dove tu sia e cosa stia facendo della tua vita, io di te mi ricordo. Mi ricordo di quel bacio... e di tutti gli altri. Mi ricordo di averti fatto soffrire, di essermene andata via, come faccio sempre quando sento una persona innamorarsi di me e quando mi accorgo di amarla anch'io. Mi ricordo dei nostri passi insieme di quell'inverno e non solo, mi ricordo delle emozioni, una per una, che abbiamo vissuto. Mi ricordo di quella panchina, della tua bellissima voce che cantava sommessa le parole di questa canzone che amavo da sempre...
Ora non puoi baciarmi per zittirmi, e allora te lo dico: avevi ragione. Lo sapevi già, lo sapevo anche io. Io scappo, scappo da chi mi ama, scappo da chi amo. Eravamo molto giovani, ma tu lo avevi già capito. Altri, dopo di te, non lo hanno mai fatto.
Ti ringrazio, per avermi lasciata andare via senza cercare di trattenermi, ti ringrazio di avermi vista, di avermi lasciata essere da nessuna parte perché ne avevo bisogno. Ti ringrazio di avermi insegnato ad ascoltare.
Molti anni dopo, alcuni amori dopo, amori veri e maturi, io non sono ancora da nessuna parte. Nessuno è riuscito a fermarmi, nessuno è riuscito a darmi un luogo e braccia in cui rimanere.
Io, continuo a scappare...
Io continuo a non essere da nessuna parte.

venerdì 14 settembre 2012

Le Perle di Stephen King - #2

Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell'infanzia... sulle sue credenze e i suoi desideri.
Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim'ora , un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po' nel silenzio pulito del mattino, pensare che l'infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell'immortalità: una ruota.
O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi al mattino di buon'ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l'ha vissuta.
(Stephen King - IT)

giovedì 13 settembre 2012

Le Perle di Daniel Pennac - #2


La maggior parte delle letture che ci hanno modellati non le abbiamo fatte per, ma contro.
Abbiamo letto (e leggiamo) per proteggerci, per rifiutare o per opporci. Se questo ci dà un'aria da fuggiaschi, se la realtà dispera di raggiungerci oltre "l'incantesimo" della nostra lettura, siamo però dei fuggiaschi impegnati a costruirci, degli evasi intenti a nascere.
Ogni lettura è un atto di resistenza"
(Daniel Pennac - Come un Romanzo)

mercoledì 12 settembre 2012

Le Perle di Daniel Pennac - #1

Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l'ampiezza del disastro.
Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l'illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato. Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l'orizzonte ostruito dall'imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta. Qualche volta, addirittura, ci si crede felici.
(Daniel Pennac - Il Paradiso degli Orchi)










martedì 11 settembre 2012

11/09/2001 - 11/09/2012

Ormai esiste un prima e un dopo 11 settembre, perché da lì, che lo vogliamo o no, la storia ha cambiato rotta.
In America dicono: "Tutti ricordano dov'erano e cosa stavano facendo l'11 settembre 2001."
Me lo ricordo anch'io.
Quel giorno ero a casa, stavo guardando uno dei film commedia che davano nei pomeriggi di fine estate. l'edizione speciale del telegiornale ha spaccato la calma sonnacchiosa e pigra e, nel giro di poche immagini , di poche concitate frasi, ci ha gettato tutti all'inferno.
Spesso mi sono trovata a dire che quello è stato il giorno in cui ho avuto più paura in tutta la mia vita. Non riuscivo a smettere di guardare il cielo azzurrissimo e terso (era una giornata splendida, me lo ricordo bene) e chiedermi cosa sarebbe successo, chi sarebbero stati i prossimi...eravamo in guerra...era chiaro. Una guerra subdola e infinita che non avrebbe più cessato di mietere vittime nella quotidianità della vita.
Da allora, tutti siamo cambiati, anche se non ce ne rendiamo conto.
Abbiamo cominciato a guardarci intorno con più sospetto, ad avere paure che prima non avevamo, a non fare quasi più caso alle notizie di attacchi terroristici che fanno esplodere migliaia di persone come se fossero palloncini a una festa macabra. Ci siamo abituati a vedere sangue nei telegiornali, e brandelli di corpi malcelati sotto teli improvvisati mentre consumiamo le nostre cene dialogando del più e del meno... quel che è peggio, però, è che ci siamo abituati ad avere paura. Non ci facciamo nemmeno più tanto i conti, ormai, tanto è parte di noi. Forse, non si può più nemmeno chiamare paura ma estremo fallimento, estrema delusione, verso questo mondo che peggiora di giorno in giorno come un malato terminale che ci sforziamo di tenere in vita.
Oggi voglio dire anch'io che non dimentico. Lo voglio dire al mondo della rete, dove ogni giorno si sviluppano e consumano piccole guerre cruente fatte di parole e giudizi e accuse. Lo voglio dire e gettare in questo intricato insieme di voci, volti e mondi nascosti dietro a milioni di milioni di schermi di Pc.
E voglio dirlo anche a me stessa, che non mi sono dimenticata di quel giorno, ma mi sono dimenticata di come ero prima.
E che questo è grave.
Tremendamente grave.
Ogni cosa che ci toglie una parte di noi, è tremendamente grave. Ogni cosa che ci mette paura, è tremendamente grave. Ogni cosa che ci fa guardare intorno e sentire un brivido addosso, un brivido insano e ghiacciato, è tremendamente grave.
Ed è tremendamente grave che ce ne dimentichiamo, che ci servano date e ricorrenze per ricordarci di ciò che ci è stato sottratto per sempre.
Vorrei riuscire a credere che un giorno, magari non troppo lontano, questo mondo guarirà. Miracolosamente si riavrà dal cancro che gli abbiamo procurato con i nostri animi corrotti e sporchi, e tornerà a splendere dell'amore di cui era pregno quando ci fu affidato... ma non riesco più.
Allora prego, senza pensare, senza concedermi di sperare, per chi non c'è più , per chi quel giorno è morto senza motivo, e per chi è morto senza motivo mille e mille anni prima, o il giorno prima, o il giorno dopo, o anni dopo, per chi morirà, senza motivo, da qui all'eternità.
E prego per chi rimane, per chi cerca di fare e dare del proprio meglio in questo mondo malato e infame, anche quando non ci crede più. Per chi non smette di sorridere alla fermata del tram, per chi non ruba agli altri e nemmeno a se stesso, per chi non uccide né corpi, né anime, né speranze. Per chi continua, malgrado tutto, anche se con più paura, a guardare il cielo.
Io non dimentico, ecco tutto.
Non posso proprio dimenticare.

mercoledì 29 agosto 2012

Espandersi ed esplodere - (pensiero del 30/04/2012)

Il fatto è che non sono più la stessa, no, sono cresciuta.
Non sono più la ragazzina che cantava urlando “Siamo solo noi…” di Vasco, mentre seduta dietro al motorino del suo ragazzo di allora sfrecciava per le strade immerse nel buio caldo delle sere d’estate (…e non una versione qualunque, no, quella live di Fronte del Palco, quella del  - Siamo solo noi, quelli che poi muoiono presto, quelli che però è lo stesso…Vuoi farti i cazzi tuoiiiiii????!? -).
No, non sono più quella che correva i 100 metri veloce come la luce (sì, ok, forse non proprio ma quasi), a volte a occhi chiusi, per provare un brivido strano di libertà.
Sono cresciuta. Lo so. Crescono tutti, o quasi, prima o poi.
Non sono più quella dei jeans corti stracciati, o delle bandane, o dei pantaloni a zampa fatti in casa, degli anfibi, della giacca militare, delle sigarette fumate una dietro l’altra, dell’andare in giro senza giubbotto anche d’inverno perché il freddo non lo sentivo (col cazzo! Tremavo, ma andava bene così).
Non sono più la stessa, no. Ci sono cose a cui credevo e a cui non credo più. Ci sono mani su cui contavo, che non ci sono più…che non ci sono mai state, a dire il vero ma….era bello, è stato bello, credere che fossero sincere. 
Sono cresciuta sì, eppure che ricordi, quelli che i miei occhi e la mia anima hanno registrato. Ci penso spesso. A quanta vita ho vissuto nello spessore più estremo. A quanto vivere somigli ad uno strano espandersi ed esplodere, a quanto di questo espandersi ed esplodere sia contenuto negli anni della gioventù, quelli che se non te li sai giocare bene ti ammazzano negli angoli bui dei tranelli improvvisi, a volte tesi anche da te stesso.
E di quell’espandersi ed esplodere non si finisce mai d’esser fatti, anche quando si cresce, anche quando si cambia. 
- Oh, cazzo, Francy, tu sei morta eppure ancora dentro di me ti espandi ed esplodi, non finirai mai di farlo, e non finirai mai nemmeno tu, Lore… -
Io non sono più quella che conoscevate quando facevate parte di questo mondo, no.
Sono cresciuta.
Non sono più, davvero, la stessa?
Più lo dico e meno ci credo, ora che ci penso.
Perché la ragazza ribelle e spesso incosciente, quella che non aveva paura di niente, nemmeno dei coltelli, nemmeno dei pugni, era terrorizzata dalla falsità. Era ossessionata dalla verità. Una parola data era pietra su cui sedersi e riposarsi, per quella ragazza là…e, bé, anche per questa donna qua.
Stronza, sì. Sono stata anche quello, almeno per chi non meritava quelle pietre su cui appoggiarsi, lo sono ancora, e quelle pietre da sotto alcuni culi le ho levate, dopo che ci hanno cagato sopra, invece che riposarsi. E che hanno pensato bene di darmi aria, in cambio. 
Aria e sabbia.
Forse, non sono poi così diversa da quella ragazza là…ho solo paura di un po’ più di cose, adesso. Perché la vita sa essere dura, i pugni hanno cominciato a farmi spavento, e i peggiori sono quelli fatti di avvenimenti, e non di carne e ossa (anche se anche quelli fanno un male cane…lo so, Dio se lo so).
Adesso ho paura. Ne ho avuta per anni, forse ne avrò per sempre.
Vuol dire forse questo, crescere? Avere paura?
Forse sì.
Forse è questo che cambia, oltre al modo di truccarsi e di vestire. Oltre alle gambe che non corrono più veloci come prima, oltre alle prime rughe a circondarmi gli occhi o quei pochi capelli bianchi comparsi all’improvviso, quasi da un giorno all’altro.
Ma se chiudo gli occhi, in certe giornate di vento, o mentre guido sotto alcuni cieli strepitosi, io sono ancora lì, a sfrecciare senza paura lasciandomi portare, senza pensare al domani, fatta di carne e sangue che scorreva caldissimo dentro di me, fatta di sogni e convinzioni vere, fatta di voglia di fuggire da un vuoto che a casa faceva troppo, davvero troppo male. Fatta di parole, magari quelle di una canzone, magari di quella che fa - Siamo solo noi, quelli che poi muoiono presto, quelli che però è lo stesso…VUOI FARTI I CAZZI TUOIIIIIII?????!!?!?! -
Il fatto è che, forse, io sono sempre la stessa, anche se sono cresciuta, purtroppo o per fortuna.
In fondo, non lo siamo tutti? 

sabato 25 agosto 2012

Un sussurro può gridare


Non tenermi troppo stretto il cuore, altrimenti scoppia. Te l'ho già detto.
Te l'ho detto che ogni tanto deve respirare, deve battere senza pensare, senza credere di doversi liberare.
Lascialo...per favore, lascialo andare, almeno per qualche minuto o persino qualche ora. Sarebbe bello, sarebbe bello sentirlo rallentare un po'...soltanto un po'.
Non tenerlo così forte, si fa male. Davvero, non lo senti? Sta urlando...sta urlando e non lo senti. Lo tieni troppo stretto, forse non riesce nemmeno più a parlare eppure...
Eppure io lo sento.
Io lo sento gridare.
Lo fa di notte, di solito. Quando è buio si sente di più.
Non lo senti, almeno, sussurrare? Un sussurro può gridare.
"Non lasciarlo troppo solo, potrebbe non tornare." ti hanno detto, è per questo che quando lo trovi, lo tieni così stretto?
Hai paura che se ne vada via, lontano? Hai paura che non torni, nemmeno quando piangi?
Quando piangi perché ti svegli all'improvviso e tutto intorno sembra diverso, il tempo sembra quello di mille anni fa, le voci ancora piene di realtà e vita, le ore ancora da passare, i giorni da arrivare, mille cose da trovare.
Hai paura?
Hai paura, vero?
Io lo so, anche se non lo dici. E' quando non lo dici, che ne hai di più. Io ti conosco, tu lo sai, ti conosco come nessun altro.
Ma adesso basta, lascialo stare...apri la mano, lascialo andare. Non servirà a tenerlo qui, non servirà a non farsi più male. Se ne andrà, sì, ma vorrà tornare.
Torna sempre, il cuore, me lo hanno detto e io ci credo.
Fallo, perché sta per scoppiare.
Non lo senti, davvero?
Non ti fa paura, sentirlo sussurrare?
Lascialo, ti prego, lascialo andare...
Un sussurro può gridare.

giovedì 23 agosto 2012

Le Perle di Stephen King - #1

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella nostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori.
Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i nostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

Stephen King - Stagioni diverse, Ricordo di un'estate (Stand by me)

domenica 19 agosto 2012

Le Perle di Antoine de Saint-Exupéry - #1

La cara notte.
Nella notte la ragione dorme, e le cose semplicemente sono. Quelle che importano davvero riprendono la loro forma, sopravvivono alle distruzione dell'analisi del giorno. L'uomo ricompone i suoi pezzi e ridiventa un albero calmo.

Antoine de Saint-Exupéry





sabato 18 agosto 2012

Libera recensione - Le avventure di Oliver Twist

Apri il libro e, immediatamente, ha inizio. Cosa? Ma la storia di Oliver, naturalmente. Ti si dipana davanti, quasi fosse un rotolo di pergamena contenente immagini e parole che ti si srotola davanti agli occhi senza più riuscire ad arrestarlo. Perché le avventure di Oliver, altro non sono che la sua vita, incredibile e difficile, imprevedibile vita. Ecco la sensazione che si prova, diversa, forse, da quella che si incontra nella maggior parte dei libri, nei quali lentamente si entra in un mondo sconosciuto e parallelo al nostro: con Oliver, veniamo accompagnati non in un mondo, non in un luogo, ma in una persona, la sua persona. Attraverso i suoi occhi, attraverso la voce dell'immenso Dickens narratore, noi scoviamo e scopriamo luoghi e animi. Ci sembra di vederlo, il volto di quel bimbetto, ci sembra di sentire il sapore delle sue innumerevoli lacrime o il suono meraviglioso delle sue risate, la sensazione di rinascita delle sue gioie; i suoi respiri, fin dal primo, sembrano essere i nostri. Perché non a tutti, ma a tanti di noi, è capitato di avvertire forte come l'odore di carne marcia, la presenza del male dietro agli occhi di alcune persone; a tanti di noi è successo di aver voce inudibile di fronte a ingiustizie grandi come gli oceani, ma racchiuse in apparentemente piccoli gesti o brevi file di parole; a tanti di noi è venuto da piangere come bambini - da bambini o da adulti - quando il buio che ci circondava sembrava non avere mai fine né inizio, ma essere eterno, come il tempo una volta che scocca la sua freccia alla partenza delle nostre vite.
A tanti di noi è capitato di essere Oliver Twist, persi nelle strade di una città improvvisamente sconosciuta e avversa, con stracci come vestiti - per l'anima o per il corpo, non fa molta differenza - a cercare qualcosa che, ne siamo sicuri, da qualche parte esiste.
Le avventure di Oliver Twist, sono le sue lacrime, le sue risate, le sue corse, le sue speranze, la sua anima pura, i suoi occhi alzati verso il Cielo, e il corollario di anime e cuori che lo circonda, ghermendolo o abbracciandolo, strattonandolo o schiaffeggiandolo, carezzandolo o ignorandolo. E' questo il vortice in cui tutto si muove, in questo immenso romanzo, è questo il vortice in cui la potenza narrativa e la grandezza del pensiero di Dickens si fondono insieme generando qualcosa che lascia perfettamente intendere ciò che questo potentissimo scrittore sarebbe diventato. Dickens era, è e rimarrà per sempre unico nel suo genere.
Unico, soprattutto, nel dare voce ai deboli. Una voce non fatta solamente di parole (pungenti e perfette, peraltro), ma anche e maggiormente di fatti, di eventi del destino, di giustizia e perseveranza.
Di fede.
Fede pura e vera nella vita, prima che in qualunque altra cosa.
Meraviglioso.

Ti voglio bene, Oliver, chiunque tu sia, ovunque tu sia, voglio bene alle parti di te che riconosco nelle persone che incontro.

Da questo libro:

"Vorrei che qualche filosofo ben nutrito, nel cui corpo cibo e bevande si tramutano in bile, il cui sangue è di ghiaccio e il cuore è di ferro, avesse potuto vedere Oliver Twist divorare gli squisiti avanzi trascurati dal cane. Vorrei che avesse potuto assistere all'avidità orribile con la quale Oliver masticava quel cibo, manifestando tutta la ferocia della fame autentica.
Una sola cosa mi piacerebbe ancora di più: vedere quel filosofo consumare quello stesso pasto con lo stesso gusto."


"La dignità, e talora persino la santità, dipendono a volte, più di quanto taluni possano immaginare, dalla giubba e dal cappello."

"Ahimè, il nostro è un mondo di delusioni; non di rado per le speranze a noi più care, e per le speranze che ci fanno più onore."

"...e, senza una grande capacità di affetto, senza un cuore colmo di umanità e di gratitudine nei confronti di quell'Essere la cui legge è la misericordia, e il cui grande attributo è l'amore  per tutte le creature che respirano, la felicità non può mai essere conseguita."


lunedì 6 agosto 2012

Solo ricordi, oltre la bruma


Da dove salpano le decisioni? Qual è il porto dal quale si staccano per prendere il largo?
Certe volte non lo ritrovi più, quel porto da cui sono salpate, sai solo che hanno navigato abbastanza a lungo da diventare giorni, mesi, anni…vita.
Salpano di notte, di solito, quando le ore sono buie e le menti sembrano lavorare più chiaramente e più furbescamente e invece no, non lo fanno mai davvero. E’ solo un’impressione, è solo l’istinto che parla attraverso i pensieri tradotti in parole. Ma dietro a quelle cime sciolte e quelle vele spiegate, spesso c’è solo la voglia o il bisogno di scappare da qualcosa che inspiegabilmente, inaspettatamente, ci sta facendo male. Un male cane.
Si salpa di notte, per le decisioni più difficili, come per le terre più lontane.
È così che si fa, senza stare troppo a pensarci su, senza lasciare che le onde del mare in tempesta spaventino la nostra anima sconvolta da qualcosa che si è trasformato da sorriso a ghigno spietato e crudele, da parole che non intendiamo più, da volti che non riconosciamo perché trasfigurati da qualcosa che in qualche modo ce li ha portati via per sempre.
E allora a volte le mozziamo, quelle cime, in fretta e furia, dopo essere saltati sulla barca senza voltarci indietro a guardare quel porto sicuro in cui ci sentivamo a casa, in cui abbiamo abitato giorni felici e generato ricordi destinati a vivere per sempre lì, anche quando la bruma che viene dal mare li avvolgerà di antico e di irreale, loro continueranno a esistere, laggiù.
Ma gli addii sono addii, e in quel porto noi non ci torneremo mai, lo abbiamo deciso tanto tempo fa, quando siamo salpati nella notte senza avere una direzione precisa ma limitandoci a seguire le stelle, quelle che riuscivamo ancora a vedere attraverso tutto quel buio.
Solo, a volte, in certi strani momenti delle nostre navigazioni, quando l’aria della sera ha un particolare profumo, o il vento ci solleva i capelli in un modo a noi familiare; quando attraversiamo luoghi che ne ricordano altri, quando ridiamo in una certa maniera…qualcosa ci colpisce all’improvviso nello stomaco.
Ed è qualcosa che somiglia alla nostalgia, anche se non lo è. Perché là, in quel porto ormai lontano, noi non ci torneremmo mai, ora. Non dopo tutta questa vita in mezzo, non dopo che la nostra barca è diventata sempre più sicura nell’affrontare le onde anche lontana dalla riva, da quella terraferma in cui una volta abbiamo camminato credendo di essere al sicuro da tutto. Non ci torneremmo, ora, no. Non dopo aver scoperto quanto fosse fragile quel terreno…solo vorremmo sapere dove si trova. Avere le coordinate per poterlo vedere, almeno sulla mappa, mentre proseguiamo a vele spiegate verso quello che ci aspetta.
Avere una puntina da fissare sulla cartina, e guardarla ogni tanto per dire - Io lì, ci sono stata…ci ho vissuto per un po’…e per quel po’ è stato bello, ed è stato tutto vero. Mai una bugia, mai…mai una bugia. Era tutto vero. –
Sarebbe bello ecco, avere una mappa delle nostre rotte, no? Sarebbe bello riconoscere ancora da lontano, quei porti oltre la bruma, fare un fischio passando essendo certi che dal Faro ci riconoscano e salutarci, così…
Ma quei porti sono deserti. Quei porti non esistono più.
Quei Fari inabitati non illuminano più la rotta di nessuno, le loro luci sono spente. Sono partiti tutti, ognuno sulla propria imbarcazione, ognuno con le proprie scelte e le proprie cime da sciogliere o mozzare, ognuno con una direzione da seguire e bagagli più o meno pesanti da portare.
Solo ricordi, solo ricordi oltre la bruma…
Noi, forse, ci incontreremo e ci saluteremo per mare.
Nel frattempo, continuiamo a navigare. 

sabato 28 luglio 2012

14/07/2012, h 3.25

Lo so, è da qualche settimana che non scrivo qui, che non entro qui, che non apro la porta dietro la quale ho nascosto il mio mondo "segreto".
Ma non potevo farlo. Qualcosa di immenso mi tratteneva di là.
E' qualcosa di immenso che è arrivato dopo mesi di attesa, respirando per la prima volta l'aria di questo mondo il 14/07/2012, alle 3.25 di una notte piena di preghiere e sguardi apprensivi lanciati verso il cielo stellato. 
E' qualcosa di immenso che porta il nome di Gabriele, è nato con gli occhi aperti, la fronte corrugata e un'espressione interrogativa sul volto. 
Ora c'è. Punto. 
Ora c'è. 
Ora ci sono i suoi occhi nuovi a cercare di sgranare le ombre per vedere ciò che lo circonda, per dare un viso alle voci che per nove mesi ha sentito ovattate da dentro la favolosa casa a forma di pancia in cui abitava; ora ci sono le sue mani, incredibilmente forti per essere così piccole, ad aggrapparsi a tutto ciò che incontrano, a volte persino a loro stesse, per avvicinare o allontanare le cose, tutte queste migliaia di migliaia e ancor più cose che si svelano giorno dopo giorno; ci sono i suoi piedini, scalcianti, freschi e rosa, quando li guardo mi chiedo quali e quante strade percorreranno e Dio, Dio ti prego fa che sian o tutte sicure e valide, senza trappole, senza troppi angoli bui...; cè la sua bocca, la sua voce che grida quello che vorrebbe dire ma ancora non può farlo a parole...c'è la sua anima, quella che più di nove mesi fa è scesa, come una stella cadente dal cielo (ma il cielo vero, quello nascosto dietro il velo di stelle, dietro la luce del sole, quello che ha un nome talmente grande da non poter trovare nessuna vera definizione), pescata tra miliardi di miliardi di possibilità dalle mani sapienti di Qualcuno che sapeva già della sua esistenza ancora prima che lo sapessero i suoi genitori.
Ora è qui, ora c'è, punto. E mi piace pensare che l'Universo sapesse del suo arrivo, come di quello di ogni altro bambino, ogni altra vita scelta e inviata quaggiù, tra queste notti insonni e questi cieli sporchi, tra queste strade e queste case polverose e spaventate, dove tutto, ma proprio tutto sembra tremare, fuori e dentro di noi. 
L'Universo sì, lo sapeva del suo arrivo, perché tutto si è fermato, l'ho sentito, quando è nato, forse proprio nell'attimo in cui per la prima volta ha pianto, urlando la sua presenza:  un immenso, gigantesco sospiro del mondo, che spazza via tutto, tutto l'errore, tutto il tremore, tutto lo sporco...un soffio che spolvera, un soffio che riempie, un soffio che ti scuote e respirando a pieni polmoni ti fa guardare in alto e sbarrare gli occhi perché...perché...eccolo!!! Eccolo lì, lì, dove è sempre stato! Dietro e dentro un cielo pulito e profondo, uno sguardo infinito, un contatto prezioso e raro, una mano lontana che disegna tutto e che tutto risveglia, un sorriso ineffabile ricolmo di promesse...e che, sì...ha un nome talmente grande da non poter trovare nessuna vera definizione. 
In quella notte di preghiere, cavalcando quel soffio, ho urlato un grazie infinito. 

Come ho già detto, come dirò sempre, benvenuto Gabry, benvenuto nipotino mio. Ti prometto che, sempre, nella tua vita, ogni volta che tenderai la mano, incontrerai la mia. 






sabato 7 luglio 2012

Quella stanza in cima alle scale...

Oh...i pomeriggi d'estate sembrano fatti apposta per pescare ricordi dalle sacche del tempo. Il passato è una grande, immensa soffitta impolverata che contiene ogni secondo della nostra vita.
Vi capita mai di farci un giro, in quella soffitta? Vi capita mai di entrarci quasi in punta di piedi, nella penombra calda e odorosa di polvere? 
Vi capita? 
Vi capita di sfiorare i ricordi come fossero cassetti di legno massiccio incastonati uno accanto all'altro?
No, non si tratta di vivere nel passato, non si tratta nemmeno di non aver voglia di vivere il presente o di pensare al futuro, si tratta solo di salire delle scale che a un certo punto, per qualche strana ragione compaiono dentro di noi, arrivare di fronte a una vecchia porta che non cambia mai, di cui solo noi abbiamo la chiave giusta per far scattare l'antica serratura, aprirla, tirare un profondo respiro e richiuderla alle nostre spalle.
In cima a quella scala, oltre quella porta, c'è e ci sarà sempre la parte più vera di noi. Quell'incancellabile, indelebile impronta in questo mondo e in questo tempo che abbiamo lasciato vivendo gli attimi che ci sono stati dati. 
E' l'unica stanza che appartiene davvero, nel senso più puro e stretto, forse nell'unico senso realmente possibile in un'esistenza. E per quanto - psicologi e non - possano dirvi che tornarvi troppo spesso possa farvi male, io credo che aiuti a non perderci mai di vista. A non perdere di vista i nostri occhi, la profondità del nostro sguardo e cosa è riuscito a vedere, le mareggiate dei nostri sentimenti, le guglie di paura, gli arcobaleni di gioia, i mille sobbalzi del cuore 
Bum-bum
Bum-bum
Bum-bum
...e poi...
...
...e poi quegli attimi in cui il cuore si è fermato, quelli in cui abbiamo trattenuto il respiro. Che fosse per paura, per gioia o per amore, ognuno di quegli attimi è un colpo di martello sullo scalpello che ha scolpito la nostra persona. 
Sono lì dentro, credetemi, sono tutti in quella stanza, e lo sappiamo solo noi dove sono nascosti, in quali cassetti, sotto quali fotografie o profumi. 
Non è così?
E' così. 
Cosa serve per far comparire la scala? A volte basta una canzone...e tutto prende il via. Chiudi gli occhi, respiri, e lì, in un angolo della casa, dove prima c'era magari il frigorifero, o il mobile del televisore, ecco emergere degli scalini di pietra (pietra sì, pietra solida e forte) e un corrimano di legno. Li vedete, sì, lo so che li vedete, anche se vi sembra impossibile perché ormai i vostri occhi sono aperti, la scala è lì, non vi resta che salirla e aprire la porta che vi troverete davanti. 
Stateci tutto il tempo che volete, perché quel tempo è solo vostro, di nessun altro. 
I pomeriggi d'estate sembrano fatti apposta sì...e sorrido ancora, adesso, mentre scrivo dopo aver ridisceso gli ultimi gradini e aver nascosto la mia chiave in tasca. 
Sorrido perché oggi il mio ricordo era magico, aveva la musica di un vecchio film, uno di quelli in cui poteva succedere di tutto perché il mondo in cui si svolgeva si chiamava Fantàsia; esiste un nome più bello, dico io, per un mondo? 
Oh... no,davvero non esiste. 
Ad ascoltare quella musica oggi, con me nella stanza in cima alle scale, c'era una bambina dai capelli chiari e leggermente mossi, se ne stava raggomitolata in un nascondiglio di fortuna creato con oggetti e coperte trovati in giro per casa...un vecchio telo da campeggio. E' buio, nel suo nascondiglio, la bambina ha una torcia in mano e illumina le pagine di un libro aperto sulle sue ginocchia. 
Sta cercando di concentrarsi. Sa che se sarà abbastanza brava, riuscirà a volare via da questo mondo, almeno per un po', magari sul dorso di un FortunaDrago bianco di nome Falkor e...e lei potrà fare la sua parte per salvare il mondo di Fantàsia, salvarlo dal terribile Nulla. 
Voi non lo sapete, ma io sì: quella bambina c'è riuscita, a volare via. 
Anche se il libro che leggeva nel suo nascondiglio era Zanna Bianca, anche non era la protagonista di un film, sul FortunaDrago lei ci è stata...più e più volte. 
E io, oggi, ho volato con lei. 


venerdì 29 giugno 2012

Libera recensione - I ponti di Madison County, di Robert James Waller

Non amo, generalmente, i romanzi d'amore. Li trovo per la maggior parte ridicoli e insulsi, poveri, paradossalmente, dei sentimenti più veri e profondi; quelli difficili da spiegare a parole e convincerli ad animare le pagine di un libro, quelli troppo vicini al nocciolo più interno di noi, quelli che rifiutano ogni forma data.
Ma questo libro, questo libro ne è straordinariamente avvolto.
Narra ed esprime quel sentimento così arduo da provare in una vita, così folle da credere di impazzire. Quel genere di sentimento che ti stravolge il volto (lo scolpisce fino a rivelarne la vera unica essenza, il volto che ha la nostra anima), che ti cambia il corpo mentre lo attraversa. Un sentimento che raggiunge vette così elevate da essere impossibile da mantenere se non in quel breve momento della sua vita...un sentimento che non avrebbe senso se vissuto nell'ordinarietà degli anni e della convivenza, ma destinato a rimanerci dentro per sempre e che per sempre terrà stretta nel pugno una parte di noi, tanto da farci credere di non aver mai vissuto davvero prima di lui.
Se almeno una volta abbiamo amato così, allora la nostra vita, senza alcuna ombra di dubbio, ha meritato di essere vissuta.
E per quanto male possa avermi fatto, sono felice di essere tra chi può dire di averlo provato.

Da questo libro:

"Se, in ogni caso, vi accosterete alle pagine che seguono con una compiacente sospensione dell'incredulità,  [...] sono certo che vivrete anche voi la mia stessa esperienza. Forse, negli spazi d'indifferenza del vostro cuore, ne troverete perfino uno, come accadde a Francesca Johnson, per ballare ancora."

"Ma, ragazzi, sono ossessionato dalla storia che mi raccontò, la storia sua e della donna. E' per questo che ogni martedì sera tiro fuori il mio sax e suono il pezzo che ho composto per lui. Lo suono qui, tutto solo. E mentre suono, guardo la fotografia che lui mi regalò. C'è qualcosa, in quella foto, non so che cosa sia, ma quando suono la sua canzone non riesco a smettere di guardarla. Me ne sto lì, verso il crepuscolo, e faccio piangere il mio sax e suono per un uomo che si chiamava Robert Kincaid e una donna a cui lui dava il nome di Francesca."

martedì 26 giugno 2012

Il futuro, per ora, non esiste


Il fatto è, temo, che quando si comincia a parlare della propria vita, si potrebbe non smetter più. Forse non si dovrebbe smetter più, perché non si può vivere senza ricordare, e per ricordare bisogna parlare. 
Il fatto è, temo, che poche volte si può star certi di non perdere tempo, purtroppo. Ché parlare di sé non è certamente come bere del té, non lo si fa per passare il tempo o ingannarlo, si fa per celebrarlo, e forse, in qualche modo, ritrovare il filo che s'era perduto in qualche anno, qui o là.
il fatto è, temo, che il tempo non è sufficientemente capiente da comprendere il passato ed il presente.
E il futuro?
Il futuro, per ora, non esiste.

lunedì 25 giugno 2012

Adesso, San Francisco è ancora più lontana

Ci sono cose che fanno parte di noi molto più di quanto avremmo potuto immaginare. Fanno parte di noi perché esistevano prima che noi nascessimo; noi siamo sbucati in un mondo in cui alcuni suoni, alcuni rumori o presenze, componevano l'ordine delle cose già da tempo. Quei suoni, quei rumori, quelle forme, le abbiamo assimilate, fatte nostre, respirate...ci sono entrate dentro senza fatica. E così, quando poi a un certo punto spariscono, un piccolo infinitesimale tassello se ne va da noi, per sempre. E ci mancano, ci mancano con una tale violenza da risultare quasi inconcepibile.
Bè, c'è una cosa che ha fatto parte di me fin da quando ero tanto piccola da non arrivare a guardare oltre la ringhiera del balcone della vecchia casa in cui abitavo, e così ci guardavo attraverso: il tram. Me le ricordo benissimo quelle vecchie carrozze verdi traballanti ma rassicuranti, passare davanti a casa salutando con un fischio singhiozzato e poi sparire verso le loro destinazioni. Avvertivo il vibrare sordo dei binari, le scintille dei cavi, il fischio in lontananza e correvo fuori aggrappandomi alla ringhiera, gli occhi sempre pieni di meraviglia che non si spegneva mai. I tranvieri rallentavano vedendomi, e mi dedicavano un bel fischio, così saltellavo rispondendo loro tutta felice. "Mamma, mamma!! il tram mi ha salutato!!", dicevo, e a dire il vero la frase usciva più o meno così: "Il tam mi ha talutato!". Le carrozze si sono avvicendate negli anni, il tram ha cambiato forma, misura e colore...io sono cresciuta, tante cose sono successe, molte altre cambiate, ma il suo fischio e quel vibrare energico dei binari sono sempre rimasti gli stessi. Ho cambiato casa, anima e "vestito", ma il tram eccolo là a sferragliarmi davanti.
Puntuale ogni giorno, senza mancare un colpo.
E' passato anche quel lunedì mattina di tanto tempo fa, inconsapevole del fatto che il mio mondo fosse appena andato distrutto, che la parte migliore di me se ne fosse andata poche ore prima per non tornare mai più. Inconsapevole del fatto che il suo fischio, quel giorno, fosse stata la prima cosa che avessi sentito davvero.
E ora...ora non c'è più.
L'hanno "soppresso" qualche mese fa, per lasciare posto, dicono, a un mezzo più efficiente e moderno, più silenzioso...
Più silenzioso.
Ed è proprio il silenzio che mi pesa. Tanto che qualche volta, nei giorni strani che capitano come frutti insospettabilmente amari, a me il fischio pareva ancora di sentirlo rimbalzare tra i muri del paese. Forse perché le rotaie erano rimaste, salde e aggrappate al terreno, arrugginite, certo, ma forti e diritte a promettere che lui sarebbe tornato. Almeno fino a qualche giorno fa, quando improvvisamente hanno tolto anche quelle. Le hanno tolte con ruspe e camion, e loro sono venute su come se fossero morbide come burro, leggere come una piuma, come se fossero state solo appoggiate per sbaglio. Come se non avessero portato per decenni il peso di carrozze sempre più pesanti cariche di persone con i loro bagagli di paure, gioie, sogni, speranze e dolori.
Qualcosa si è spezzato. Il fischio se n'è andato, per sempre.
Per qualche strana ragione ho pensato "Adesso, San Francisco è ancora più lontana...", come se quelle vecchie rotaie potessero attraversare regioni, nazioni e oceani per approdare oltre la baia e correre attraverso la città più bella del mondo (almeno per me) insieme ai suoi favolosi e coloratissimi tram. Come se bastasse solo percorrerle, per arrivare lontano, anche solo un po' più lontano. I solchi lasciati dalla loro esistenza per ora si stagliano netti tra i sassi, come ferite aperte. Per ora posso ancora vederli, per ora posso crederci, ma tra non molto la terra si appianerà, crescerà erba, i sassi si assesteranno, e la loro traccia scomparirà, per sempre.
Non ci vorrà molto, prima che diventino ricordo. Non ci vuole mai molto, purtroppo o per fortuna.

"Mamma, mamma!! Il tam!! Il tam mi ha talutato!!"

martedì 12 giugno 2012

Le Perle di Virginia Woolf - #1

Tutto era immobile nel salotto o nella sala da pranzo o sulle scale. Ma attraverso i cardini arrugginiti e i battenti gonfi e impregnati di salsedine, certi aliti, staccatisi dal corpo del vento (la casa era in fin dei conti in sfacelo) strisciarono attorno agli angoli e si avventurarono all'interno. Li si poteva quasi immaginare entrare nel salotto, interrogativi e perplessi, e giocare coi lembi penzolanti della carta da parati, chiedendosi per quanto ancora sarebbe rimasta appesa, quando sarebbe caduta. Poi sfiorando lievemente le pareti, passavano oltre come per chiedere alle rose rosse e gialle della carta da parati se sarebbero avvizzite, e per interrogare (adagio, perché avevano tempo a disposizione) le lettere strappate nel cestino della carta straccia, i fiori, i libri ora tutti chiusi per loro: erano alleati? o nemici? per quanto tempo ancora sarebbero durati?
Così guidati a caso dalla luce di una qualche stella scoperta, o di una qualche nave vagante, o fors''anche del Faro, che col suo pallido passo risaliva le scale o calpestava la stuoia, gli aliti montavano leggeri le scale e curiosavano dietro le porte delle camere. Ma lì dovevano arrestarsi. Se anche ogni altra cosa perisse e sparisse, ciò che giace lì è immutabile. Qui si poteva dire a quegli aliti brancolanti che spiravano e si curvavano persino sul letto: qui non potete né toccare né distruggere. Al che, stancamente, spettralmente, come avessero dita leggere come piume e la lieve insistenza delle piume, essi avrebbero guardato per una volta quegli occhi chiusi, quelle dita mollemente giunte, e piegati stancamente i loro abiti sarebbero scomparsi. E così, curiosando, strusciando, andarono presso la finestra delle scale, nelle camere della servitù, nei bauli delle soffitte; scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, scompigliarono i petali delle rose, misero alla prova il quadro sul cavalletto, sfiorarono la stuoia e con un soffio sparsero un po' di sabbia sul pavimento. Alla fine, desistendo, insieme cessarono, insieme si radunarono, sospirarono tutti insieme e tutti insieme emisero una raffica improvvisa, lamentosa, a cui rispose una porta della cucina; si spalancò; non lasciò entrare nulla; si richiuse di botto.
[A quel punto Carmichael, che leggeva Virgilio, soffiò sulla candela. Era passata mezzanotte.]
(Tratto da "Gita al faro", Virginia Woolf)