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sabato 21 dicembre 2013

Gli zampognari se ne sono andati

Ma voi ve li ricordate, gli zampognari?
Io sì. Comparivano da nulla, poco prima di Natale. Camminavano lenti per le strade suonando le loro zampogne, indossavano mantelli neri e strani cappelli. Le loro facce erano rosse e dure, ma gli occhi erano dolci e liquidi, suonavano un po’ sognando e un po’ pregando, questa era l’impressione. Tornavano ogni anno, arrivavano sempre da paesi lontani, erano una promessa mantenuta. Erano lo spirito del Natale che cominciava a soffiare per le strade, insieme con la prima neve, con le luci che si accendevano, una volta, ovunque alle finestre e appese ai lampioni di quasi ogni strada della città.
Noi bambini eravamo affascinati, dagli zampognari. Io li guardavo appesa in punta di piedi alla ringhiera del balcone  mentre percorrevano a lenti passi la via dove abitavo. Li salutavo, e loro salutavano me. A volte si fermavano sotto casa mia per qualche minuto e, in quel momento, quella musica era solo per me. Lo facevano per ogni bimbo o bimba che incontravano sul loro cammino. - Natale sta arrivando, bambini…-
dicevano con la loro splendida musica. Natale sta arrivando.
E…adesso?
Adesso non ci sono più.
Lentamente hanno cominciato a sparire. Venivano sempre meno numerosi, respinti dagli sguardi freddi della gente, dai cuori induriti degli adulti che non hanno più nemmeno il tempo di far ascoltare una musica lontana ai loro bambini dagli occhi sgranati e meravigliati. Le città adesso sono quasi spente, poche luci hanno il coraggio di ornare le città…i comuni dicono che costano troppo, e poi a tante persone, addirittura, danno fastidio.
Fastidio.
Le luci di Natale.
Sapete io rispetto tendenzialmente ogni opinione, almeno ci provo, anche quando è dura. Ma non ci riesco, proprio non ci riesco, a credere che sia meglio il buio di mille e mille lampadine colorate accese. 
Che sia più bello il silenzio di una musica magica e straniera. 
Se non stiamo attenti, se diamo troppo retta ai cinici, rischiamo di spegnere luci ben più vivide e importanti di quelle delle lampadine colorate appese ai lampioni o alle finestre. Magari quelle che bruciano e brillano ricche di speranza dietro agli occhi dei bambini, le stesse luci che animano i loro cuori forti e coraggiosi.
Perché ci vuole coraggio, parecchio coraggio, a guardare noi adulti di oggi e trovarci degli esempi di speranza e gioia e bontà.
Ci vuole coraggio a vedere la magia e la forza dello Spirito della bellezza nonostante noi, nonostante le nostre facce buie, i nostri cuori cupi.
Gli zampognari se ne sono andati, le luci di Natale sono sempre meno, le musiche che ogni tanto sbocciano qua e là per le strade come fiori dal cemento vengono zittite da mille volti ingrugniti…ma gli sguardi dei bambini resistono, resistono ancora.
Quelli non si sono ancora spenti, almeno per ora.








sabato 14 dicembre 2013

Lei sta sognando, la sentite?

Questo era, più o meno, il periodo in cui da bimba scrivevo la letterina a Babbo Natale. Non le ricordo tutte, ma una sì. Se vado indietro a sbirciare negli anni e mi faccio strada tra i ricordi, mi vedo piccola, inginocchiata di fronte a un tavolino di legno, con un vestitino di lana rosa e una calzamaglia bianca. Davanti a me ho un foglio, in mano una penna, non ho ancora scritto niente. Devo pensarci bene perché, quella, è la lettera per Babbo Natale. In un qualche magico modo, i miei genitori sarebbero riusciti a farla avere proprio a lui, attraverso quel modo particolare di comunicare con i sogni, quelle rotaie invisibili ma salde, sulle quali viaggiano le merci più importanti. Se mi guardo adesso, mentre assorta e concentrata osservo il foglio bianco con la manina stretta intorno alla penna, mi viene voglia di dire a quella bimba che ero di far durare quel momento il più a lungo possibile, di non mettere giù la penna fino all’ultimo minuto prima di dormire. Ma quella bambina non mi può sentire, e forse è meglio così. Perché qualcosa le ha appena attraversato la mente e ha preso a scrivere, veloce quanto riesce, i suoi desideri sul foglio bianco.
Sta attenta a non chiedere cose troppo costose, sa che non le avrebbe. Sa che Babbo Natale deve accontentare tutti i bambini e quindi non può esagerare. Non importa se poi i suoi amichetti avranno le loro cose costose pronte sotto l’albero. Per qualche strana ragione quella bimba non chiede perché. Non a voce alta, almeno. Ha paura, lo so, che anche quel sogno possa finire. E allora scrive, fiduciosa, nel suo vestitino di lana rosa. Arriverà poi la notte di Natale, arriverà il momento di uscire sul balcone insieme alla mamma per mettere una candelina accesa fuori nella notte. Babbo Natale la deve vedere, deve sapere che deve passare anche da lì. “E se si spegne, mamma?” – “Non si spegne, Bella. Questa luce non si spegne mai.”
Certo. E così era.
Babbo Natale e Gesù Bambino non hanno mai saltato una vigilia, non si sono mai dimenticati di me.
Incredibile quanto strato metta la vita sopra ricordi così belli, sopra perle così rare. Quasi che fossero di secondaria importanza, quasi credesse che non ne dipenda, in fondo, lei stessa. O almeno quella parte di vita più vera, quella che cresce dentro, quella che parla poco, quella che è quella che non se ne va mai.
E allora, per questa sera, io me ne torno lì…
Mollo tutto e corro da quella bambina inginocchiata che scrive spostandosi, di tanto in tanto, i capelli dal viso. Mi piace il rumore della penna sul foglio di carta, mi piace sapere che in quel momento quella bimba non è sola. Non fa niente…non fa niente se io so già quello che verrà dopo. Lei ancora non lo sa.
Lei sta sognando, la sentite?
I sogni, quelli più tenaci, fanno rumore.





sabato 30 novembre 2013

La luce che brilla nel nero

Non ce l'hai fatta Ison, anche se tutti ci speravamo. 
Avevamo bisogno di vederti lì, ferma e brillante nel cielo, con la tua coda di cometa a dipingere di luce l'universo buio. Avevamo bisogno che ci dicessi che l'infinito esiste, e che lo facessi nel modo più semplice possibile: la luce che brilla nel nero, e che si muove, che va, che non sta ferma, che arriva da non si sa dove e che, sfioratici, arriverà lontano. Avresti portato con te un pezzo di noi, Ison. Un pezzo dei nostri cuori appesi a mille immagini di sogni infranti o appena nati, mille sospiri di anime perse, miliardi di voci, di dita, ad indicarti lassù.
Non ce l'hai fatta, Ison. 
Mentre viaggiavi veloce nel silenzioso infinito e gettavi uno sguardo, solo un rapidissimo sguardo ridente alla Terra, il Sole ti ha fermata.
Non lo sapevi, Ison. 
Non lo sapevi dei nostri battiti del cuore, della paura dei nostri figli, degli sguardi d'oro dei nostri bambini, preziosi più dei gioielli. Non lo sapevi, perché se lo avessi saputo saresti stata più attenta.
Non ce l'hai fatta, Ison. 
A dirci come viaggiare, a consigliarci dove andare. Sei svanita nell'immenso calore che ci dona le albe e i tramonti dei giorni, senza che facessimo a tempo a capire che cosa volessi dirci mentre passavi per caso di qua.
Non ce l'hai fatta, Ison, e miliardi di braccia e di sguardi si sono abbassati quaggiù, perché non sanno più guardare il Cielo senza che qualcuno gliene consigli il motivo.
La luce che brilla e sconfigge il nero, Ison, miliardi di sguardi e di cuori, quaggiù, non la vedono più.

martedì 19 novembre 2013

Le perle di Victor Hugo - #1

L'onda e l'ombra

Un uomo in mare!
Che cosa importa! La nave non si ferma. Il vento soffia, quel tetro vascello ha una rotta che è obbligato a continuare. E va innanzi.
L'uomo sparisce, poi riappare, si tuffa e risale alla superficie, chiama, tende le braccia, non lo si ode; la nave, fremendo sotto l'uragano, è completamente assorta nella sua manovra, i marinai e i passeggeri non vedono neppure l'uomo sommerso; la sua miserabile testa non è che un punto nell'enormità delle onde.
Egli lancia grida disperate nell'immensità. Quale spettro, quella vela se che se ne va! La guarda, freneticamente. Essa si allontana, impallidisce, svanisce. Egli era là, poco fa: faceva parte dell'equipaggio, andava e veniva sul ponte cogli altri, aveva la sua parte di aria e di sole, era un vivente. Ora, che cos'è dunque accaduto? E' scivolato, è caduto. E' finita.
E' nell'acqua mostruosa: non ha più sotto ai piedi che fuga e rovina. I flutti rotti e frastagliati dal vento l'attorniano orribilmente, i moti dell'abisso lo portano via, tutti i brandelli dell'acqua si agitano intorno alla sua testa, una plebaglia di onde sputa su di lui, confuse aperture lo divorano per metà; ogni volta che si inabissa intravede dei precipizi pieni di oscurità; orribili vegetazioni sconosciute lo attanagliano, gli legano i piedi, lo trascinano a sé; sente che diventa abisso, fa parte della schiuma; i flutti se lo gettano l'un l'altro, beve l'amarezza, l'oceano vile si accanisce ad annegarlo, l'enormità gioca con la sua agonia. Gli sembra che tutta questa acqua sia odio.
Tuttavia lotta, cerca di difendersi, cerca di sostenersi, fa degli sforzi, nuota. Lui, questa povera forza subito esaurita, si oppone all'inesauribile.
Dov'è dunque la nave? Là in fondo. Appena appena visibile nelle pallide tenebre dell'orizzonte.
Le raffiche soffiano; tutte le schiume lo soffocano. Alza gli occhi e non vede che il livido delle nubi. Assiste agonizzando alla immensa pazzia del mare. E' suppliziato da questa stessa pazzia. Sente dei rumori estranei all'uomo che sembrano venire da oltre la terra e da non si sa quale spaventoso aldilà.
[...]
La notte scende, sono ormai ore che nuota, le sue forze sono al termine; quella nave, quella cosa lontana sulla quale ci sono degli uomini, è sparita; egli è solo nel formidabile baratro crepuscolare, vi sprofonda, si irrigidisce, si storce, sente sopra di sé le onde immani dell'invisibile; chiama.
Non ci sono più uomini, Dov'è Dio?
Egli chiama. Qualcuno! Qualcuno! Chiama ancora. Niente all'orizzonte. Niente in cielo.
[...]
Intorno a lui l'oscurità, la nebbia, la solitudine, il tumulto tempestoso e incosciente, l'increspamento indefinito delle acque selvagge. In lui, l'orrore e la stanchezza. Sotto di lui l'abisso. Non un punto di appoggio. Pensa alle avventure tenebrose del cadavere nell'ombra illimitata.
Il freddo intenso lo paralizza, le sue mani si contraggono, si chiudono e afferrano il nulla. Vento, nembi,turbini, soffi, stelle inutili! Che fare? Il disperato si abbandona, stanco, si rassegna a morire, si lascia travolgere, si lascia andare. lascia che il destino si compia, ed ecco che rotola per sempre nelle profondità lugubri della voragine.
O marcia implacabile delle società umane! Perdite di uomini e di anime lungo il cammino! Oceano dove cade tutto ciò che lascia cadere la legge! Sparizione sinistra del soccorso! O morte morale!
Il mare è l'inesorabile notte sociale  dove la legge penale getta i suoi dannati. Il mare è l'immensa miseria.
L'anima, alla deriva in questo gorgo, può diventare un cadavere! Chi la risusciterà?

Victor Hugo - I Miserabili

domenica 3 novembre 2013

Quell'arrivederci che ti rimane impigliato nell'anima...

Non è facile accettare di essere nati in autunno. In qualche modo astratto, questo, l'ho sempre pensato fin da bambina. Odiavo l'autunno, anche se portava con sé il mio compleanno. Odiavo il fatto che l'estate dovesse finire, che il verde dei prati e delle foglie degli alberi dovesse ingiallire fino a morire, che il sole divenisse pian piano meno caldo, che il buio avanzasse ad obbligare il giorno a spegnersi presto anticipando la sera.
Eppure è da lì, che vengo.
E' in uno di quei giorni dagli alberi di mille colori che sono nata e in cui mi è stato messo il nome Marina, ed è sempre in uno di quei giorni che sono stata battezzata. In un certo senso io gli appartengo, all'autunno. Che sia da questo che nasce la mia malinconia? Dal fatto che sono figlia di quel periodo dell'anno in cui le foglie si infiammano roventi prima di cadere? In cui il sole getta i suoi ultimi, dolcissimi raggi tiepidi prima di nascondersi dietro alla coltre dell'inverno? Il periodo della vendemmia, in cui gli ultimi frutti scendono dai rami; il periodo in cui i campi lentamente si dispongono all'arrivo del freddo.
Non è facile, no, accettare di essere nati nell'ultimo soffio di vento caldo. Qualcosa di quell'arrivederci ti rimane impigliato tra i capelli e nell'anima, ti scherma gli occhi formando la lente con la quale osserverai il mondo.
Non è facile, ma adesso io l'autunno lo amo. Amo i suoi tappeti di foglie gialle sparsi ovunque per le strade e il modo in cui ridanno vita anche ai cementi più grigi o alle terre più brulle, amo la sorpresa che senti quando una di loro ti sfiora cadendo dal suo ramo e sembra portarsi dietro una risata e un sospiro. Amo quella forza vitale che si sprigiona e che puoi respirare quando guardi il sole attraverso i rami colorati e ondeggianti.
Ma più di ogni cosa amo la promessa che fa... Che non è la fine, che il buio che arriva non durerà per sempre, che tutto è eterno ed eternamente tuo, se lo vuoi. Che nulla, e nessuno, muore davvero.
Non è facile accettare di essere nati in autunno, e nemmeno di appartenergli.
Ma è bello.

sabato 26 ottobre 2013

Che ci salvi l'amore

Oggi, mentre ero ferma ad un semaforo una macchina si è affiancata alla mia e io, come spesso si fa senza pensarci, mi sono voltata a osservarne il conducente. Era un uomo sulla cinquantina, capelli grigi, occhiali e occhi azzurri. Accanto a sé era seduto un altro uomo, più piccolo di statura e di corporatura, aveva anche lui i capelli grigi, gli occhiali e gli occhi azzurri. Pochi istanti sono stati sufficienti a capire che erano padre e figlio, la somiglianza era impressionante. Se ne vedono in giro, a migliaia, di padri e figli... ma questi due uomini mi hanno colpito; nell'abitacolo di quell'auto stava succedendo qualcosa... Stavano in silenzio, ma le loro emozioni stavano parlando. Il figlio guardava lontano dal padre, nella direzione opposta, le sopracciglia corrugate, gli occhi preoccupati, a cercare di scrutare qualcosa che gli dicesse che andava tutto bene, che le preoccupazioni non durano per sempre, che c'è ancora tempo per sperare di essere sereni. Piedi incerti si nascondevano, in quell'uomo. Piedi abituati a muoversi su terreni troppo mobili per riuscire a stare in piedi troppo a lungo. Mentre il padre... il padre guardava il figlio.
Io l'ho visto, come lo guardava. 
Piccolo, sembrava scomparire nel sedile. Eppure sono certa che doveva esser stato un uomo forte, sicuro di sé e protettivo. Lo sguardo dolce, di una dolcezza quasi struggente, era puntato sulla nuca del figlio, come a chiamarlo in silenzio:  "Figliolo..." sembrava dire "...figliolo, sono qui. Sono ancora qui." E riflessa nei suoi occhi la nuca del figlio era quella di un bambino di tanti anni fa, mentre muoveva i suoi primi passi incerti  ma coraggiosi con la mano saldamente serrata nella presa forte di quella del padre. L'amore infinito, nello sguardo del padre. La paura, in quella del figlio.
- Che brutto mondo -, ho pensato allora, un attimo prima che il semaforo si tingesse di verde spingendoci ad andare ognuno verso le nostre giornate. Che brutto mondo quello che toglie ai figli la sicurezza dei primi passi nel mondo, quelli che si rischia di cadere ogni mezzo metro ma qualcuno - una fede incrollabile te lo dice - ti risolleva sempre e ti soffia sulle ginocchia sbucciate e brucianti.Che brutto mondo quello che fa diventare piccoli, fisicamente piccoli, i genitori. Così piccoli da avere l'impressione che abbiano consumato così tanta vita per cercare di darla ai figli, di attaccargliela addosso per far sì che non si stacchi mai; che li abbia bruciati dentro così tanto doloroso amore nel tentativo di soffiare sempre, ancora, ogni giorno, sulle ferite sempre più difficili da guarire dei propri figli.
Che ci salvi l'amore, ho pensato. Che ci salvi l'amore, Dio ti prego, perché ne abbiamo un disperato bisogno. 
Ho premuto sull'acceleratore e sono ripartita, in questo venerdì grigio e umido di pioggia caduta e ancora da cadere. 
Che ci salvi l'amore. 

mercoledì 9 ottobre 2013

9 ottobre 1963

Io sono nata nel '79, e il 9 ottobre del '63 probabilmente non ero altro che un pensiero, una possibilità nella mani di Dio, eppure... Eppure quella notte, non so perché, mi sembra quasi di ricordarla. Mi sembra di aver sentito in qualche modo il suono terrificante e cupo della montagna che si spezza e cade con un tonfo orrido nell'acqua della diga; mi sembra di aver sentito il sibilo del vento e poi l'ombra incombente dell'onda di fango arrivare a coprire tutto.
E' una tragedia, quella del Vajont, che sembra superare i confini dello spazio e del tempo, come se facesse parte del cuore di tutti, di chi c'era e di chi non c'era più, anche di chi, come me, non era ancora nato. Come se il grido soffocato delle persone sommerse fosse arrivato fino al cielo, raggiungendo chi stava tornando a Casa e chi invece stava per essere mandato giù, nel mondo. Come se la cima della montagna caduta avesse fatto vibrare l'Universo intero, sprigionando un'eco eterna.

Non potrebbe essere altrimenti, in fondo. Nulla è più eterno e irremovibile dell'aver causato la morte di migliaia di persone, di notte, mentre la calma della sera scaldava i focolari delle case di pietra e le finestre chiudevano i loro occhi sulla valle. Nulla è più grave.
Buon riposo, allora, a voi che ancora giacete lì, nella terra che adesso ha cominciato a fiorire. Buon riposo alle persone dalle lapidi senza nome e a quelle che un nome ce l'hanno e lo portano scritto per non dimenticarlo mai. Noi non vi abbiamo dimenticato.
L'eco del vostro grido e di quello delle persone a voi sopravvissute ma con il cuore e la vita in frantumi, più potente del rombo della montagna caduta, risuonerà per sempre tra le valli della terra e del cielo.





sabato 10 agosto 2013

Semplicemente grazie...

Solo una cosina, ecco...
...semplicemente grazie.
Dopo più di un anno di blog, dopo gli alti e bassi e l'inguaribile scostanza che mi vive dentro e che si riversa in ogni cosa che faccio e, quindi, anche in questo blog, quello che mi sento è di dire grazie.
A tutti i miei lettori fissi, e anche a chi passa di qua per una lettura veloce e poi esce in punta di piedi, senza fermarsi.
Grazie a tutti, tutto qui.
Perché nulla di ciò che si scrive avrebbe senso senza qualcuno che lo legge e, in qualche modo, qualsiasi modo, lo mescoli un po' ai suoi pensieri, alla sua anima.
Grazie a chi commenta, che poi è la cosa più bella perché mi permette di sentire quello che provate, e grazie anche a chi non lo fa e preferisce tenersi tutto per sé o magari non ha nulla da dire.
Grazie, perché dietro a questa porta c'è molto della mia anima più nascosta, e perché è stato il primo passo per uscire da una "stanza" in cui un po' da sola e un po' per colpa delle spinte mi ero chiusa.
Grazie, a tutti.
Proprio a tutti.

domenica 4 agosto 2013

Libera Recensione - Joyland, Stephen King

Ho atteso questo libro con ferocia, come ogni nuovo romanzo di "Zio Stevie", pregustando già, spinta dalla mia immaginazione e dai pochi ma forti suggerimenti che la trama e la copertina lanciavano, l'atmosfera agrodolce del Luna park; quell'impareggiabile sensazione drammatica che, nonostante le luci, la musica, le risate, le giostre e i colori, in qualche magico modo riesce sempre a trasudare da un parco dei divertimenti. Come la condensa di goccioline che si forma quando un'ambiente caldissimo e luminoso circonda un nucleo buio e freddo, nascosto.
Con ferocia l'ho atteso e con ferocia ho tentato inizialmente di leggerlo, per poi scoprire che non era il modo giusto di farlo. No, perché Stephen King questa volta va inspiegabilmente piano non tanto nella narrazione, che invece sembra non perdersi in inutili descrizioni abbandonando ogni tipo di fronzoli, quanto più che altro nella parte di "pelle" che vuole lasciarti vedere, che vuole scoprire e lasciarti toccare.
Sembra che voglia trattenersi, sembra che voglia che tu conosca solo le linee guida, che tu colga l'importanza di quello che ti sta raccontando ma che non ne diventi del tutto padrone perché, forse, è giusto che la storia sia, almeno qualche volta, solo di chi la racconta e di chi l'ha vissuta.
Inizialmente sono rimasta perplessa da questo suo nuovo modo di raccontare, quasi delusa. Poi, ho capito.
Se avesse fatto diversamente, con tutta probabilità la vicenda avrebbe perso gran parte del suo fascino più profondo, sarebbe divenuta la "solita storia di fantasmi" con il cliché (cliché sempre bello, lasciatemelo dire, certe cose non subiscono l'impoverente potere dell'inflazione) del Luna Park infestato dagli spettri.
Joyland invece non è una storia di fantasmi, anche se il fantasma c'è, forse più d'uno, se contiamo quelli che albergano dentro ognuno di noi e che hanno nomi che alla maggior parte della gente a volte sembrerebbero ridicoli. Joyland è, forse più di ogni altra cosa, la storia di una crescita. La storia di qualcosa che il narratore protagonista tiene serbato nel suo cuore da una vita intera e che ha voglia di provare a spiegare in parole da cui traspare con dolorosa evidenza, la malinconia. Sembra quasi una confessione, uno svuotare l'anima, un parlare tra sé e sé
E noi, da lettori, abbiamo l'impareggiabile onore di osservarla e ascoltarla e, perché no, in qualche modo viverla. Joyland è un bel libro?

Indubbiamente sì.
Buona lettura a tutti i Fedeli Lettori di King, non resterete delusi, se si apre il proprio cuore mentre si sfogliano le pagine di un romanzo, non lo si resta mai.


Da questo libro:

"Il nostro è un mondo in rovina, funestato da guerre, atrocità e assurde tragedie. A ogni suo abitante, uomo o donna che sia, è toccata una razione di infelicità e di notti insonni. Quelli di voi che ancora ne sono all'oscuro, lo scopriranno presto. Considerata questa triste ma innegabile verità della condizione umana, avete appena ricevuto un dono inestimabile: vi trovate qui per vendere divertimento."

"...dovete capire che all'epoca non avevo nessun termine di confronto. Anche quello è essere giovani."

"I giovani crescono, mentre gli anziani invecchiano e basta, sempre più convinti di essere dalla parte della ragione."

"Nessuna estate dura per sempre."

martedì 16 luglio 2013

Libera Recensione - Il tempo è un dio breve, Mariapia Veladiano

Questo è un libro sulla fede, sì, si può dire.
Si può dire anche che è un libro sul dolore; così come si può dire che è un libro sulla vita e sulla morte, sulla paura, sul dubbio, o sulla speranza.
Si può dire tutto questo ed altro ancora ma, sopra ad ogni cosa, credo, si può dire (o perlomeno si dovrebbe, a mio parere) che sia un libro sull'Amore.
E no, non è un caso che l'abbia scritto con la "A" maiuscola. La parola amore è ormai sciupata, sgualcita, sbattuta lì in ogni circostanza, senza che ci si soffermi più a comprenderne il vero, splendido e terribile al tempo stesso, significato.
Bé, questo libro (grazie alla penna della sua formidabile autrice) invece ci è riuscito, a spiegarlo. Ci è riuscito attraverso tutto quello che un'anima tumultuosa e costantemente in ricerca della verità, incontra durante il suo cammino.
Mariapia Veladiano riesce in qualcosa in cui riescono in pochi: attanaglia. Attanaglia senza la necessità di ricorrere a trucchetti narrativi. Nelle riflessioni profonde che percorrono le pagine ti ci immergi come in una piacevole e densa crema, anche quando sono dolorose, anche quando parlano di rivelazioni difficili da comprendere, o di domande tormentate, più che di risposte.
Riesce a farti calare dietro il paio d'occhi dei quali desidera farti avere una prospettiva, e lo fa delicatamente, senza violenza, senza dirti come fare o quando. Ti invita a entrare, ti appoggia sul viso degli speciali occhiali rivelatori senza lasciarli mai con le mani. Puoi andartene, se vuoi, in qualunque momento. Puoi toglierli, ma non lo fai.
Non lo fai perché quello che vedi è troppo vero e interessante per andartene e sai, in più parti di te, che in qualche modo quello che stai vedendo riguarda o potrà riguardare anche te.
Non dico altro, perché questo è un caso in cui non mi sento di parlare di trama per non impoverirne la natura. La trama è una, forse sì, ma migliaia o forse più, in fondo. Dipende tutto da quel paio d'occhi e da quanto avrete voglia di guardarci attraverso, da quanto avrete voglia di essere onesti con voi stessi, quando lo farete.
Buona lettura a tutti e, ovviamente, consigliatissimo.

Da questo libro:

"Perché l'amore capita e occupa i pensieri e il corpo senza che gli abbiamo insegnato la strada. perché c'è sempre spazio per un nuovo amore."

"Non so dire se le affinità siano già presenti e si tratta solo di riconoscerle quando le si incrocia oppure se nel corso di alcuni incontri particolari si verifichi un aggiustamento spontaneo del nostro spirito, una specie di accordatura che ci permette, proprio a partire da quel momento, di viaggiare insieme."

"La paura è una malattia dello spirito, [...] è il cuore di tutti i dolori: paura di perdere chi si ama, di morire, di soffrire. Non ha bisogno di sventure concrete per alimentarsi, le bastano i fantasmi della nostra immaginazione. Guai a sentirsi davvero soli."

"Certe paure somigliano a un bruciore: non impediscono la vita ma la rendono un inferno."

"E' una grazia essere vicino alla vita quando si compie. Si compie? Sì, la morte è la porta del cielo e ogni tanto quando qualcuno muore il Signore si affaccia e ci dice qualcosa se siamo lì vicino. Che cosa? A ciascuno quel che gli serve, in quel momento."

"Si tratta di accogliere ciò che arriva come rivolto a noi e solo a noi. Si tratta di vivere questo senza il pensiero di farlo. Un puro aderire alla vita. Ma c'è anche qualcosa di più segreto, come una fiducia che tutto riposi in mani così sicure da non dover temere nulla."

venerdì 12 luglio 2013

Un uragano stabile

E quando ti metti a sedere e ti capita di pensare a un tornado di colori e suoni e luci e venti tiepidi, allora significa che hai un'anima sveglia, che non vuole dormire.
E' difficile prendere sonno quando hai di questi pensieri.
E' difficile credere che non esistano davvero quei colori, che non ci sia, da qualche parte, un cielo sotto il quale corrono tornado come quello che si muove, come un uragano stabile, da anni e anni, da quando probabilmente riesci ad avere memoria della tua esistenza, dentro le tue vene.
E' un senso d'appartenenza, quello che si prova riguardo a quei luoghi infiniti. E' qualcosa che si apre dentro una stanza chiusa, è un sole di notte che acceca chi non lo guarda dalla giusta angolazione.
E' qualcosa di cui, strano a dirsi, non riesci a parlare. Tu, tu che puoi parlare quasi di tutto. Tu, che non hai in fondo paura di niente anche quando hai paura di tutto, e sempre tu, che vivi di parole.
Non si sa da dove vengono, non si sa dove vadano, si sa solo che esistono e che ci abiti, in un modo del tutto personale e unico, ci abiti più di quanto tu non abiti nella tua casa fatta di mattoni.
Come si fa a parlare di certi luoghi? Come si fa a spiegare l'esistenza di quei venti tiepidi... della luce che sprigionano quei raggi colorati.
Che cos'è, non lo so.
Assomiglia solo al rumore che vorrei sentire per non pensare, alla luce che vorrei vedere al posto di questo mondo qua. Assomiglia alla libertà che inseguo da troppo tempo su strade cieche e bagnate e buie che mi fanno perdere senza trovare mai la via.
Assomiglia a quello che mi scorre nelle vene .
Non si può parlare, di quei luoghi.

sabato 1 giugno 2013

Non sono mai stata capace di tornare a casa...

Non lo so quante persone possono dire di appartenere a certi luoghi... Lo pensavo stasera quando, rientrando da una serata, mi sono concessa un lungo giro in auto per la mia città. Era un'abitudine che avevo anni fa, quando salutati gli amici sentivo che la strada verso casa era troppo breve per bastare a me stessa. Ho sempre avvertito questo bisogno di pensare, ho sempre cercato lo spazio per farlo, purtroppo o per fortuna. Allora l'ho fatto anche stasera, e le strade erano splendidamente vuote e silenziose, invitanti. Ho sfiorato parcheggi e parchetti, prati un tempo incolti trasformati in parchi giochi, case ristrutturate, cancelli ridipinti che ancora nascondono, sotto qualche strato di vernice, le mie impronte di ragazzina. Strade asfaltate di fresco, angoli bui che solo io conoscevo. E' strano trovarsi a passare per un luogo che ti ha vista in mille età e mille stati d'animo, qualcosa di te rimane aggrappato per terra, ogni volta che ci passi, anche se non te ne accorgi rimane lì, pronto a fare da testimone al tuo prossimo passaggio; un'ombra, un leggero movimento agli angoli della normale percezione delle cose, una mano alzata a salutarti che ti dice "Sono io, e sono te. Sono te quando eri qui l'ultima volta e ora sarò te per la prossima volta."
Sono viaggi, questi vagabondaggi serali, che anche se non sembra portano lontano.
Ed è bella e tremenda al tempo stesso la sensazione di toccare (anche solo con lo sguardo) alberi, panchine, pietre e muri e sapere - averne la certezza - di essere riconosciuti.
Sì, certo, io ho sempre avuto voglia di scappare e, per qualche strano scherzo del destino, la vita ha voluto inchiodarmi qui senza permettermi di respirare. Qui sono vissuta e vivo. Qui ho provato e provo ancora a permettermi di sognare, di sperare. Da qui ho visto gente partire, altra arrivare. Qui, sempre qui, ho combattuto battaglie dure come l'acciaio...dure come l'acciaio.
Alla fine del viaggio ho messo la freccia e ho svoltato nella mia via, quella che mi porta a quella casa che non ho mai sentito mia, quella che prima di tornarci dovevo metterci spazio e tempo.
La vita ha voluto inchiodarmi qui, e a questi luoghi io ora in qualche modo appartengo. Perché non sono capace di vivere senza consumarmi, senza regalare a tutto ciò che tocco qualcosa di me.
E soprattutto non sono capace, non sono mai stata capace e forse non lo sarò mai, di tornare a casa.

domenica 17 marzo 2013

Strappi di dolore


Tutto ti fa crescere, tutto ti ferisce, anche le cose belle, quando hai il difetto di guardare dove non dovresti. E il -dove- non è sempre un luogo, ma un quando. Non si può scappare, nemmeno se ci provi, da quel tuo voler guardare interno, intimo, che spinge, tira, strappa e non ricuce.
A ricucire ci devi pensare tu dopo aver visto, dopo aver pianto per qualche minuto nel ritaglio di tempo che rubi alla vita.
Rubare il tempo per piangere, quando in casa non c'è nessuno, quando nessuno può vedere o sentire. Rubare il tempo per ricucire l'ennesimo strappo.
Che doloroso modo, questo, di vivere.


martedì 12 marzo 2013

Arcobaleni


Una giornata di sole, calda ma non troppo, io ero protagonista ma al contempo spettatrice. Osservavo una bimba bellissima con la testa piena di riccioli scuri e occhi grandi e nerissimi, vestita in un leggero abito bianco di cotone, che correva avanti e indietro trascinando nel cielo tantissimi aquiloni coloratissimi. Erano tutti a forma di pesciolini, e ogni aquilone aveva tutti i colori dell'arcobaleno. Si avvicinava l'imbrunire, il cielo era azzurro ma ai bordi stava cominciando a sfociare nell'arancione e nel rosso. Per qualche tempo ho udito solo le grida di gioia e i risolini della bimba, e il rumore come di tantissime vele percosse dal vento dei mille aquiloni.
Solo alla fine una voce profonda e delicata al tempo stesso si è mescolata con dolcezza al mazzo di suoni. Era la voce di un uomo, la voce del papà della bimba, anch'esso vestito di bianco e sorridente. "Corri!!! Corri!!!" Le diceva "Corri!!! E gli aquiloni voleranno sempre più in alto, non si poseranno mai più."
Non so chi fossero, quel padre e quella bimba, ma sono felice di averli osservati per un po', stanotte.
Per qualche istante sono stata felice, ho creduto anch'io, davvero, che quegli aquiloni potessero non posarsi mai più.

domenica 24 febbraio 2013

Libera recensione - Il Seggio Vacante, di J.K. Rowling

Io mi fidavo di J.K. Rowling.
Mi fidavo ciecamente quando ho preso il suo libro dallo scaffale della libreria e, dando solo un'occhiata fugace alla trama, mi sono diretta rapidamente, senza alcun ripensamento, alla cassa a pagare.
Non avevo sentito critiche particolarmente entusiaste, e, come d'abitudine, non ci avevo fatto caso. Non voglio mancare di rispetto verso i critici, dico davvero, solo che, semplicemente, a volte non ci azzeccano. A volte non leggono come dovrebbero leggere, guardano le parole e non le assaporano, dimenticano di essere, prima di ogni cosa, lettori.
Ma lasciamo il passo al Seggio Vacante, e alla mia fiducia nella Rowling, la madre di uno dei più grandi capolavori letterari di sempre (Harry Potter), del quale ancora rimpiango le pagine intrise di magia e familiarità che ormai erano entrate a fare parte della mia vita, come della vita di ognuno dei lettori delle sue vicende. Non poteva deludermi, ne ero profondamente sicura. Certo, gli scrittori a volte lo fanno, è normale, quasi fisiologico, non sempre mantengono le promesse fatte tra le righe dei loro precedenti romanzi, quelle che ci hanno fatto sognare, piangere o imprecare infuriati per quello che stava succedendo senza che noi potessimo intervenire.
Ma della Rowling, come ho detto, mi fidavo. Sapevo che avrebbe mantenuto la parola, nonostante fosse una prova tutt'altro che semplice: uscire dall'incanto di Harry Potter, dal mondo magico e pregno di gustose invenzioni fantasiose (invenzioni che ci hanno nutrito il cuore come golosi dolcetti ricoperti di panna e cioccolato e scaldato l'anima come grandi camini scoppiettanti in sale colme di poltrone nelle quali affondare mentre fuori nevica) per mettersi a discorrere di "banale" realtà.
Mi fidavo, ciecamente, e lei infatti non mi ha deluso.
Il Seggio Vacante è un capolavoro di rara sincerità. Perché è, a mio avviso, prima di tutto questo: un libro estremamente sincero.
Dal momento in cui ho iniziato a leggerlo ho desiderato di poterne parlare, e questo capita solo con i libri migliori che si possa avere l'onore di leggere. Il desiderio di sottolineare frasi e collegamenti di rara maestria, la testa che annuisce e gli occhi che si spostano di lato come si fa quando qualcosa ci sovviene alla mente: non è forse vero che quel personaggio ci ricorda profondamente qualcuno?
Bé, lei in questo è sempre riuscita. Farci sentire parte del mondo che racconta è la sua prerogativa migliore.
Qui, però, fa ancora di più.
Qui parla del mondo che noi effettivamente abitiamo, parla di persone che tutti abbiamo incontrato, anche se con nomi o volti diversi, e lo fa dopo averli guardati da ogni angolazione possibile e immaginabile. Così una madre diventa anche figlia; la figura professionale diventa privata, spiata nei suoi pensieri più nascosti e onesti (onesti ma bui; perché può essere, la maggior parte delle volte, che lo siano), i forti vengono smascherati e filtrati attraverso le loro debolezze, i deboli, quelli che non riescono ad avere voce, parlano più chiaramente di quanto ci potremmo aspettare. Tutto è collegato, in questo libro, tutto è legame, un intricato ma evidentissimo legame di prospettive tridimensionali. Un legame che forma, volenti o nolenti, una comunità di persone. E' attraverso questo legame che ogni cosa viene sviscerata, il male e il bene, l'ipocrisia e la sincerità, l'onestà degli intenti e l'opportunismo, la verità e la menzogna, la lealtà e il tradimento, il decoro (finto) e il degrado (vero) e, in tutto questo continuo divenire, l'inevitabile cambiamento che si abbatte su un sistema, qualunque esso sia, quando gli equilibri vengono scossi o rimescolati.
Molte cose mi hanno colpito di questo libro, ma una più di tutte dovrebbe far riflettere chi vi si avvicina: i figli. I figli di questa società, i figli nostri o degli altri, cosa stanno capendo? Cosa si porteranno dietro negli anni? Con quali occhi ci guardano? Con quali parole o gesti cercando, disperatamente, di parlarci?
Lo so, sono tutte domande, queste.
Ma non è forse vero che sono i libri migliori, a generarle?
Alle risposte, ovvio, dovremo sempre pensarci noi.
Qualora lo vogliate, buona lettura!

Da questo libro:

"[...] che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi; i figli non avrebbero mai saputo, e non avrebbero tollerato di saperlo, quanto si soffriva a vederli crescere."

"- Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? - pensò, guardando il cielo notturno; - C'è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte? -" 

martedì 12 febbraio 2013

Però mi sono fermata


Stamattina in macchina sono passata di fianco a un campo, uno di quelli vicini a casa mia, uno di quelli che i miei occhi hanno visto durante le estati e gli inverni da quando ero piccola, uno di quei luoghi familiari che, messi tutti insieme, costituiscono la tua personale terra d'origine. Uno spillo di luce solare stava facendosi largo tra le nuvole, ma ancora dal cielo scendeva qualche svogliato fiocco di neve soffice. Mi sono fermata, non ho potuto resistere, in mezzo alla strada e ho guardato. Avrei voluto fare una foto ma nessuno l'avrebbe capita tranne me e alcuni miei compagni di viaggio, uno di loro in particolare. La neve intonsa e che si colorava di luce, la leggera foschia sospinta via dal calore che anche quello spillo di sole riusciva a generare, i pochi alberi in fondo, lontani, a salutarmi con i loro rami resi paffuti dalla neve... Ho sorriso, ma non ho scattato nessuna foto. Alcune immagini sono e devono rimanere solo per il nostro sguardo, private, custodite, con tutto quello che risvegliano dentro di noi, con la memoria di tutti i nostri sguardi precedenti lanciati da occhi più giovani di quelli che abbiamo ora.
Però mi sono fermata, ecco, questo conta. Mi sono fermata e quell'immagine l'ho raccolta. Non è più lì, ora, ma dentro di me, per sempre.

martedì 5 febbraio 2013

Le Perle di Italo Calvino - #1

Già nella vetrina della libreria hai individuato la copertina col titolo che cercavi. Seguendo questa traccia visiva ti sei fatto largo nel negozio attraverso il fitto sbarramento dei Libri Che Non Hai Letto che ti guardavano accigliati dai banchi e dagli scaffali cercando d'intimidirti. Ma tu sai che non devi lasciarti mettere in soggezione, che tra loro s'estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D'Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D'Esser Stato Scritto. E così superi la prima cinta dei baluardi e ti piomba addosso la fanteria dei Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono. Con rapida mossa li scavalchi e ti porti in mezzo alle falangi dei Libri Che Hai Intenzione Di Leggere Ma Prima Ne Dovresti Leggere Degli Altri, Dei Libri Troppo Cari Che Potresti Aspettare A Comprarli Quando Saranno Rivenduti A Metà Prezzo, dei Libri Idem Come Sopra Quando Verranno Ristampati Nei Tascabili, dei Libri Che Potresti Domandare A Qualcuno Se Te Li Presta, dei Libri Che Quasi Tutti Hanno Letto Dunque E' Quasi Come Se Li Avessi Letti Anche Tu. Sventando questi assalti, ti porti sotto le torri del fortilizio, dove fanno resistenza
i Libri Che Da Tanto Tempo Hai In Programma Di Leggere,
i Libri Che Da Anni Cercavi Senza Trovarli,
i Libri Che Riguardano Qualcosa Di Cui Ti Occupi In Questo Momento,
i Libri Che Vuoi Avere Per Tenerli A Portata Di Mano In Ogni Evenienza,
i Libri Che Potresti Mettere Da Parte Per Leggerli Magari Quest'Estate,
i Libri Che Ti Mancano Per Affiancarli Ad Altri Libri Nel Tuo Scaffale,
i Libri Che Ti Ispirano Una Curiosità Improvvisa, Frenetica E Non Chiaramente Giustificabile.
Ecco che ti è stato possibile ridurre il numero illimitato di forze in campo a un insieme certo molto grande ma comunque calcolabile in un numero finito, anche se questo relativo sollievo ti viene insidiato dalle imboscate dei Libri Letti Tanto Tempo Fa Che Sarebbe Ora Di Rileggerli e dei Libri Che Hai Sempre Fatto Finta D'Averli Letti Mentre Sarebbe Ora Ti Decidessi A Leggerli davvero.
Ti liberi con rapidi zig zag e penetri d'un balzo nella cittadella delle Novità Il Cui Autore O Argomento Ti Attrae. Anche all'interno di questa roccaforte puoi praticare delle brecce tra le schiere dei difensori dividendole in Novità D'Autori O Argomenti Non Nuovi (per te o in assoluto) e Novità D'Autori O Argomenti Completamente Sconosciuti (almeno a te) e definire l'attrattiva che esse esercitano su di te in base ai tuoi desideri e bisogni di nuovo e di non nuovo (del nuovo che cerchi nel non nuovo e del non nuovo che cerchi nel nuovo).
Tutto questo per dire che, percorsi rapidamente con lo sguardo i titoli dei volumi esposti nella libreria, hai diretto i tuoi passi verso una pila di Se una notte d'inverno un viaggiatore freschi di stampa, ne hai afferrato una copia e l'hai portata alla cassa perché venisse stabilito il tuo diritto di proprietà su di essa.
Hai gettato ancora un'occhiata smarrita ai libri intorno (o meglio: erano i libri che ti guardavano con l'aria smarrita dei cani che dalle gabbie del canile municipale vedono un loro ex compagno allontanarsi al guinzaglio del padrone venuto a riscattarlo), e sei uscito.

(Italo Calvino - Se una notte d'inverno un viaggiatore)

Libera recensione - La gatta che suonava il piano di Nicola Nicodemo

Avevo promesso questa recensione ad un mio caro vicino di Blog: Blog novel: Il Romanzo, bé, eccola.

Sembra di sbirciare attraverso uno squarcio del tempo, leggendo questo racconto. Sembra che il legno duro, invecchiato e scricchiolante che ci separa dal dolore di un'epoca tra le più brutte attraversate dal mondo e in special modo dall'Europa, si apra in un punto da cui provengono voci e rumori.
E allora cosa si fa, con i buchi delle vecchie stanze che confinano col passato? Ci si accosta, e si guarda attraverso.
Io l'ho fatto.
L'ho fatto e ci ho visto la vita, la voglia di vita, la paura, la voglia di non averne più, di quella tremenda paura, e la spinta a combatterla come si combatte il nemico, magari mentre si combatte il nemico. Ho visto la confusione, la disperazione, ho incrociato sguardi furtivi e impauriti, domande sui volti e nelle mani degli uomini, ho sentito spari, ho udito colpi, colpi...come quelli leggeri, soffici e tremanti di una bambina, sul volto di sua madre mentre invoca il suo nome in una notte scura.
E' uno squarcio nel tempo, e tutto quello che contiene, a parlare da queste pagine.
Accostatevi a quel legno duro, accostatevi a quel buco nel muro e guardate...
Alcuni volti e voci vi racconteranno la loro storia e poi, in qualche modo, apparterranno un po' anche voi i loro ricordi.
Ricordi che vale sempre la pena di conoscere, sguardi che vale la pena di incrociare.
Un bello e delicato sguardo quello dell'autore, bello e delicato il suo modo di narrare.
Lo consiglio.






domenica 3 febbraio 2013

I giorni in cui si può vedere il vento

A me piacciono quei giorni in cui si può vedere il vento. Mi piacciono perché sanno di buono , perché trascinano le nuvole da una parte all'altra del cielo come stracci per spazzare via la polvere...
No, non sono i giorni in cui il vento si può solo sentire, sono quelli in cui sì, il vento si può vedere. Sono quelli, che mi piacciono di più.
Perché c'è qualcosa di intonato nel vedere un girotondo di foglie secche che saltellano in mezzo a una strada deserta, c'è qualcosa di accordato, di simile alle note giuste di una melodia suonata al pianoforte da mani sagge e ricche di musica. C'è qualcosa di perfetto come le rime di un verso di poesia nell'ondeggiare dei primi fili verdi figli dei semi piantanti nei campi quando i cieli erano grigi e freddi e il sole sembrava non riuscisse a scaldare nulla, nemmeno dei fragili capelli di bambino.
Mi piacciono, quei giorni.
Anche la luce sembra seguire il vento, appare diseguale, non omogenea, da qualche parte...in qualche punto, brilla di più. Brilla di più di qualche giorno prima e non si sa perché.
E' troppo presto perché sia primavera, eppure nell'aria qualcosa si spande. Si muove col vento un profumo di nuove promesse e allora sembra, guardando i rami secchi degli alberi, di vederci già le fronde rigogliose e pesanti dell'estate.
Mi piacciono, sì, i giorni in cui si può vedere il vento. Forse è una preghiera di futuro, forse è una cosa simile alla speranza, una banale ma certamente fervida visione di quello che sarà o potrà essere se lo lasciamo fare...se lasciamo che sia.
Mi piacciono le nuvole lanciate di qua e di là, e le montagne talmente nitide da sembrare disegnate su una tela a un passo da me, così ricche di dettagli da poterci scorgere le case abbarbicate sui loro possenti fianchi.
Mi piacciono, poi, perché in quei giorni non scende il buio, quando la notte arriva è blu, non nera, e si vedono le stelle brillare così forte da sentirle quasi gridare e quando gridano le posso vedere anche ad occhi chiusi, mentre col viso rivolto all'insù lascio che il vento spolveri anche me, che si porti via tutto quello che di nero ho addosso o intorno, che lo tratti come straccio, e non me lo riporti più.

mercoledì 30 gennaio 2013

Libera Recensione - I sommersi e i salvati, Primo Levi

Su questo libro c'è poco da dire perché c'è troppo da dire. E può sembrare un paradosso, ma non lo è...o se lo è è un paradosso accettabile, questa volta, dalla realtà. Non è l'unico libro scritto da Levi sul tema dell'Olocausto, sulla tragedia infinita dei Lager, che lui ha provato sulla sua carne e sulla sua anima (il più famoso e riconosciuto è indubbiamente "Se questo è un uomo", seguito da "La tregua"), ma è, a mio modesto parere, il più lucido e analitico e, forse proprio per questo, il più atrocemente illuminante.
L'orrore dei Lager e la tragedia umana non passano in secondo piano nell'analisi incredibilmente lucida che lo scrittore compie, parola dopo parola, pagina dopo pagina, in questo preziosissimo documento. Anzi, viene osservata da punti di vista che noi non avremmo colto, viene sminuzzata e riassemblata, viene letta e mostrata  a chiare lettere, smembrata e studiata.
Quello che ne deriva è qualcosa di sconvolgente, qualcosa che ti colpisce come uno schiaffo potente e, come uno schiaffo potente sa fare, continua a bruciare prima sulla pelle e poi, per sempre, sull'anima.
In questi giorni dedicati alla memoria di ciò che è stato in quegli inferni d'Europa, forse dovremmo almeno avere il coraggio e la voglia di prenderci questo schiaffo e poi, inevitabilmente, lasciarlo bruciare dentro di noi.

Da questo libro:


"A distanza di anni, si può oggi ben affermare che la storia dei lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi, come io stesso, non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato, oppure la sua capacità di osservazione era paralizzata dalla sofferenza e dall'incomprensione."

"L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E' compito dell'uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine."

"Non esiste proporzionalità tra la pietà che proviamo e l'estensione del dolore da cui la pietà è suscitata: una singola Anna Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere. Forse solo ai santi è concesso il terribile dono della pietà verso i molti; ai monatti, a quelli della Squadra Speciale, ed a noi tutti, non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata al singolo, al Mitmensch, al co-uomo: all'essere umanodi carne e sangue che sta davanti a noi, alla portata dei nostri sensi provvidenzialmente miopi."

"In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mezzo alle macerie, spesso da soli."

venerdì 11 gennaio 2013

Sono là...


Ci sono cose che, per quanto mi sforzi, non riuscirò mai a spiegare. Quando le immagini sono troppo dense di desiderio, le parole scivolano via e rimangono stralci di visioni... Allora ogni tanto mi prende qualcosa, dentro, tra lo stomaco e il cuore, parte da lì. Ed è qualcosa che centra con un sole caldo di un tardo pomeriggio d'estate ed una voce, la sua, che mi parla di qualcosa di normale, di banale e quotidiano...qualcosa che sa di pane, da quanto è buono e semplice. E' qualcosa che sente il bisogno urgente di sospirare profondamente, qualcosa che vuole sentire sollievo, come dopo lo svegliarsi da un brutto incubo buio e difficile da capire. E' qualcosa che ha anche a che fare con la carne, la mia, e le ossa, le mie, e tutto insieme quello che è il mio corpo e che è anche la mia anima, tutto quello verso cui sono spinti, insieme...un messaggio che qualcuno ha voluto lasciare, come un'impronta dolorosa ma giusta. Come se quello che sono e sarò io l'avessi visto tempo fa, e lo avessi accettato, quasi come si accetta una missione. E' la voglia di dirgli "ti voglio bene" un'ultima volta, con la voce da adulta, non con quella di una bambina...E' la voglia di far capire a chi mi ha accanto che certe volte io sono... altrove. Per spiegare quell'altrove non esistono parole. Solo, quando vi sembro lontana, quando non rido o rido troppo, quando mi incanto a guardare troppo a lungo qualcosa, quando mi arrabbio un po' più facilmente, quando mi chiamano e non rispondo, ecco...sono là.
Sono là.