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martedì 13 giugno 2017

Le Perle di Alessandro Baricco #3

"...le gente non si fida di una caramella trovata sul fondo di una borsa.
- Credo sia lo stesso fenomeno per cui la gente diffida sempre un po' degli orfani, disse.
La donna si voltò a guardarlo, stupita.
- O dell'ultima carrozza della metropolitana, disse, con una strana felicità nella voce."

Alessandro Baricco, Mr Gwyn

venerdì 9 giugno 2017

La vita, quella vera...

Mi sveglio piano, nel silenzio della mattina presto. Un angolo remoto della mente sa che tu ti sei alzato da poco e, a giudicare dall'orario, da poco sei uscito di casa. Nell'aria galleggia il profumo del caffè che ti sei appena bevuto. Ti conosco e lo so, la mattina non si colora, per te, se non bevi il caffè.
Sorrido. Guardo la luce che scivola dentro dalle fessure delle imposte e capisco che fuori c'è il sole.
Non sono giorni facili, questi, per me. Non ne ho mai avuti di giorni facili, se ben ci penso, ma questi sono ancora un pochino più difficili... all'orizzonte si addensano nubi strane e spaventose, ancora poco chiare, forse l'ennesima tempesta da cui dovrò cercare di uscire salva, senza dubbio un brutto, bruttissimo temporale.
Mi rotolo un pochino nel letto grande, vado nella tua metà, chiudo gli occhi per qualche secondo ancora e poi mi colpisce un lampo d'emozione, simile a quella che si prova la mattina di Natale da bambini... so, ne sono certa, che da qualche parte della casa si nasconde una sorpresa che mi hai lasciato, perché me la lasci sempre. Allora mi alzo, a piedi scalzi nella luce fioca corro nel corridoio e sbircio in cucina. Eccolo lì, c'è.
Il tuo biglietto, la tua scrittura, la penna appoggiata accanto al foglio, se mi concentro riesco quasi a vedere la tua faccina soddisfatta subito dopo averlo scritto.
Parli di un bacio, nel tuo biglietto, che mi hai dato mentre dormivo. Un bacio che stamattina non ho sentito e non l'ho sentito perché, finalmente, riposavo. E dormire non è mica scontato, con quei tuoni che si avvicinano... non aver paura almeno per qualche ora, è un regalo stupendo.
Ho acceso la moka e mi sono goduta la luce del sole spalancando le finestre e lasciandola entrare liberamente. La luce ha invaso tutto, anche la mia mente.
Volevo dirti, ma già lo sai, che mi sono fatta i pancake... quelli con la farina di riso e il latte di riso, il cacao e le banane, perché gli altri non li posso mangiare.
Sono venuti bene, buoni e dolci. Li ho mangiati seduta al tavolo del salotto, con un libro accanto dal quale ogni tanto bevevo qualche pagina. Ho lasciato spazio alla luce, e l'ho tolto al buio. Almeno per un po', nel silenzio tiepido di questo venerdì mattina, mi sono sentita serena.
La vita, quella vera, si nasconde tra le pieghe di questi momenti e, tranquilla, riposa. Riposa e sorride, incurante di tutto il resto.
Ecco, tutto qui, amore mio.
Soltanto questo...
Soltanto grazie...


sabato 6 maggio 2017

Le perle di Jonathan Safran Foer #1

A mio figlio non nato: non sono stato sempre in silenzio, prima parlavo, parlavo, parlavo, parlavo e non riuscivo a tenere la bocca chiusa, il silenzio si è impadronito di me come un cancro, successe una delle prime volte che mangiavo in America, quando tentai di dire al cameriere: "Il modo in cui mi ha dato quel coltello mi ricorda..." ma non riuscii a finire la frase, il nome di lei non usciva, ci riprovai e non usciva ancora, lei era chiusa dentro di me, che strano, pensai, che frustrazione, che cosa patetica, che tristezza, tirai fuori di tasca una penna e scrissi sul tovagliolo "Anna", poi risuccesse due giorni dopo, e il giorno dopo ancora, lei era l'unica cosa di cui volessi parlare, continuava a succedere, quando non avevo una penna scrivevo "Anna" nell'aria - a rovescio e da destra a sinistra - di modo che la persona con cui stavo parlando la vedesse, e quando ero al telefono componevo i numeri - 2,6,6,2 - affinché la persona sentisse quello che non potevo, da me, dire.
"Anche" fu fu la seconda parola che persi, probabilmente perché era così simile al suo nome, che parola semplice da dire, e che profonda parola da perdere, dovevo dire "eziandio", che suonava ridicolo, ma era proprio così, "vorrei un caffè ed eziandio un dolce", a nessuno sarebbe piaciuto sentirsi in questo modo. "Volere" è il verbo che persi poco dopo, non perché avevo smesso di volere le cose - le volevo più di prima - solo che non riuscivo più ad esprimere il volere, quindi al suo posto dicevo "desidero": "Desidero due panini" dicevo al panettiere, ma non era esattamente così, il senso dei miei pensieri cominciava a fluttuare via da me, come foglie che cadono da un albero nel fiume. "Venire"lo persi un pomeriggio al parco con i cani, persi "bene" mentre il barbiere mi girava verso lo specchio, persi "peccato", il nome e l'esclamazione nello stesso momento, e fu un peccato. Persi "portare" e persi pure le cose che portavo - "diario", "matita", "moneta", "portafoglio" - e persi anche "perdere". Dopo un po' mi restava soltanto un pugno di parole, se qualcuno faceva qualcosa per me gli dicevo: "La parola che viene prima di 'non c'è di che'", e se avevo fame indicavo la mia pancia, e dicevo "Sono il contrario di pieno", avevo perso "sì", ma mi restava "no", perciò quando qualcuno mi chiedeva: "Sei Thomas?" io rispondevo: "Non no", ma poi persi "no" e allora andai da un tatuatore e mi feci scrivere Sì sul palmo della mano sinistra e NO sul palmo della destra, che dire, non è che questo renda la vita meravigliosa, ma la rende possibile, quando mi stropiccio una mano contro l'altra, in pieno inverno, mi riscaldo con l'attrito del sì e del no, quando batto le mani mostro il mio gradimento unendo e dividendo sì e no, dico libro o quaderno aprendo le mani dopo averle battute, per me ogni quaderno è l'equilibrio del sì e del no, anche questo, il mio ultimo quaderno, soprattutto questo.
E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata tra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme , ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l'ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. "Io" fu l'ultima parola che fui capace di dire ad alta voce, è tremendo, ma successe così, me ne andavo per il vicinato dicendo "Io, io, io, io". "Thomas, bevi un caffè?" "Io." "Con qualcosa di dolce,forse?" "Io." [...]. Volevo tirare il filo, disfare la sciarpa del mio silenzio e ricominciare daccapo e invece dicevo "Io". So di non essere l'unico malato di questa malattia, sentite i vecchi in strada, alcuni gemono: "I-o, i-o, i-o", ma si aggrappano, alcuni, alla loro ultima parola, dicono "io" perché sono disperati, non è un lamento ma una preghiera, e poi persi anche "io" e il mio silenzio fu completo. Cominciai a portare con me quaderni bianchi come questo, che riempio di tutte le cose che non posso dire [...] e invece di cantare sotto la doccia scrivevo le parole delle mie canzoni preferite, l'inchiostro tingeva l'acqua di blu, di verde o di rosso, e la musica mi scorreva lungo le gambe, alla fine di ogni giornata portavo il quaderno a letto e leggevo le pagine della mia vita.
(Jonathan Safran Foer - Molto forte, incredibilmente vicino)

Un pochino più liberi, almeno per un po'.

Ognuno cerca il suo modo per fuggire da qualcosa. Da cosa scappiamo, solo nella profondità di noi stessi lo sappiamo e, difficilmente, è qualcosa che è possibile tradurre in parole sufficientemente comprensibili. C'è chi scappa per nascondersi, chi lo fa per rigenerarsi, chi per curarsi, chi per trovare la forza di ritornare. L'essenziale è perdersi, almeno per qualche ora.
Perdere il senso del tempo, perdere i ricordi, perdere i progetti, perdere tutto per avere solo le tue mani, i tuoi occhi, e l'attimo presente... quello che acchiappi e sfugge, acchiappi e sfugge, e via così, fino al prossimo futuro.
Si sceglie la propria fuga a seconda del bisogno uguale e contrario di ciò che si ha dentro. E forse, un senso compiuto la fuga non ce l'ha.
Poi, si torna.
Si ritorna quasi sempre, ma un pochino più liberi, almeno per un po'.

mercoledì 3 maggio 2017

Dondola, Marina, dondola... è ancora tutto perfetto.

Sì, esistono ancora degli istanti in cui torno lì. E sono istanti che hanno un colore e un sapore preciso, perfetto. Basta che io socchiuda gli occhi e lasci scivolare la memoria… basta poco, per sentire il vento lieve sfiorarmi le guance mentre mi lascio dondolare sulla mia altalena. Era un’altalena fatta di corde bianche legate a un’asse di legno chiaro appesa a un grande ramo dell’albicocco preferito del mio giardino. Ed io ci ero seduta sopra, con strette nei pugni le sue corde, e in tasca la mia piccola manciata di anni di vita. Lasciavo che il pomeriggio d’estate si fermasse per qualche minuto, solo per me. Davanti a me avevo un cespuglio di rose bianche, se dondolavo al massimo della velocità le punte dei miei piedi arrivavano a sfiorarlo, ma raramente guardavo innanzi a me. Molto più spesso guardavo in su, cercavo di sbirciare il cielo attraverso l’intrico dei rami dell’albicocco e, me lo ricordo bene, molte volte lo ringraziavo. Era lui a tenermi appesa, nella mia fantasia di bambina lui era saggio e amorevole e sorrideva della mia allegria come potrebbe fare un nonno osservando la sua nipotina. Erano momenti, quelli, che deliberatamente rubavo all’universo credendo che me li avrebbe restituiti, in qualche modo. Perché sentivo che era un mio inalienabile diritto salire sulla mia altalena e vincere il tempo come fosse un giocattolo messo a mia totale disposizione.
Esistono ancora, e mi stupisce, istanti in cui io… sono lì. A volare nel vento, a guardare in alto scoprendo infiniti stralci di cielo, il sole filtrato dalle foglie a respirarmi tiepido sul viso, le mille carezze di quello che avevo. Davanti a me rose bianche sbocciate, spine lontane, innocue. L’erba ondeggiante, la siepe e il sentiero… Carezze di sguardi, carezze di odori, carezze di mani invisibili che sono i ricordi. È bello sentire le mie mani ridiventare piccole e un po’ più paffute e stringere ancora le corde di quell’altalena sospesa nel tempo. Bello… la maglietta e i pantaloncini, le scarpe da tennis consumate dalle corse e dalle mille arrampicate sugli alberi, le ginocchia sbucciate, la scritta sul muro; la vedo ma non riesco a leggere cosa c’è scritto. Argo che abbaia, svogliato, ha caldo, è assonnato. Sotto il biancospino dorme Pantera, è arrivato da poco, dorme in silenzio come un’ombra nel buio. Dalle finestre aperte cade giù qualche parola, le voci di mio padre e mia madre che parlano di qualcosa, poi si spostano in casa, non li sento più. Mio fratello è via con gli amici, mio cugino forse sta riposando, tra poco scenderà in giardino e potremo giocare… ma per adesso io sono qui, a dondolare senza pensare. Canticchio qualcosa, non so cosa, canticchio sempre qualcosa, quando sono sulla mia altalena… sento un rumore, qualcuno che fischia, alzo lo sguardo. Mio padre mi guarda dalla finestra della sua camera, mi fa l’occhiolino, poi volge anche lui il viso al cielo e chiude gli occhi accecato dal sole.
Sorrido, lui c’è, lui è vivo ed lì alla finestra…
Dondola, Marina, dondola… è ancora tutto perfetto.
Dondola, Marina, dondola, forse il tempo si è fermato davvero…
Dondola, dondola… ti prego, fallo per me.

Il cane perdona. Il gatto, mai.

Il cane, quando è in difficoltà, nella maggior parte dei casi si fida e si affida. Lascia che gli altri si occupino di lui, lascia che ci si muova e si decida intorno a lui e per questo rende facili i soccorsi.
Il gatto, no. Il gatto, anche se in difficoltà, nella maggior parte dei casi non si fida. Soffia a chi si avvicina, graffia chi cerca di prenderlo. Ha paura che nessuno sappia cosa è meglio per lui e che, proprio perché si trova in difficoltà, lo si ritenga un bersaglio più facile e ci si approfitti della sua momentanea debolezza.
Non è semplice soccorrere un gatto.
Non è mai semplice aiutare chi è abituato a salvarsi da solo.
Ma non è nemmeno semplice fargli male e farla franca.
Se si salva, ricorderà per sempre chi l'ha picchiato mentre era imprigionato.
Il cane perdona.
Il gatto, mai.

martedì 2 maggio 2017

Le perle di Stephen King - #4

Forse è per questo che Dio ci fa piccoli e vicini al suolo.
Forse è perchè sa che dovremo cadere spesso e sanguinare molto prima di imparare quell’unica semplice lezione. Si paga per quel che si ottiene, si ottiene ciò per cui si paga… e prima o poi quel che ti appartiene torna a te.
(It, Stephen King)

domenica 30 aprile 2017

Il tuo posto nel mondo

Non lo sai, non puoi saperlo.
Non puoi conoscere il tuo vero posto nel mondo, fino a che non ci finisci dentro e, inaspettatamente, ti ci incastri alla perfezione.
Non puoi sapere di cosa hai veramente bisogno se non sai dargli un nome, se non ti eri nemmeno accorta di quella mancanza. Non puoi saperlo fino a che non ti ci addormenti dentro e, inaspettatamente, ti ci incastri alla perfezione.
Non puoi. E' semplice e inevitabile. Non puoi saperlo. Non puoi sapere il nome da dare ad alcune emozioni fino a che non le vivi; fino a che non arrivano e si mostrano per quello che sono e, tu, finalmente abbassi le armi, le butti per terra, ti rannicchi su te stessa e dormi... serena.
Non puoi capire cosa significa questo tipo di pace, fino a che non ti invade, fino a che non la senti nascere dentro e, insapettatamente, si incastra con la tua anima... alla perfezione.

Place your past into a book...
Put in everything you ever took.
Place your past into a book...
Burn the pages, let them cook
And you stood tall
Now you will fall...
Don't break the spell...of a life spent trying to do well...
Send a wish upon a star...

mercoledì 26 aprile 2017

Il passo oltre

E' il limite. E' la consapevolezza che non ti meriti certi stati d'animo e che non puoi essere solo questo, qui.
E' la certezza di non poter fare meglio di così, e nemmeno più di così, e lo stesso non riavere ciò che sarebbe tuo.
E' il passo oltre...
E allora chiudi gli occhi, chiudi gli occhi e speri.
Che qualcosa finalmente cambi, che non sia sempre poker per gli altri, quelli che barano da una vita e continuano ad essere a credito chissà come mai.
Chiudi gli occhi e preghi. Preghi che ci sia una ragione per tutta questa dispersa serenità, per i rifiuti di sogni e progetti, per la diversa strada che ogni volta ricostruisci e ti inventi.
Ed è stanchezza e forza al pari tempo. E' certezza e dubbio, paura e spregiudicatezza.
E' il limite.
E' il passo oltre.

(Fotografia a cura di Luca Di Miceli )

domenica 23 aprile 2017

Sono un bravo, bravissimo soldato...

Non mi ricordo quanti anni avessi, ma so che ero bambina e che non avevo ancora imparato ad andare in bicicletta e in quel momento stavo dormendo nel lettino in sala, di fianco alla porta d'ingresso, perché non avevamo una cameretta.
Non era notte, ero solo stesa a riposare un pochino dopo i giochi del pomeriggio in giardino, prima di cena. Ed era "prima di cena" perché tu, papà, non eri ancora tornato da lavoro.
Sognavo, quando nel mio sogno si insinuò un bacio. Un bacio inconfondibile perché sapeva di tante cose, ma soprattutto sapeva di baffi.
Mi pungevo sempre, quando mi baciavi, e mi facevi il solletico.
Ancora prima di svegliarmi seppi che eri tu,e quando aprii gli occhi stavo già sorridendo.
"Sei tu!" dissi, più a me stessa che non a te.
E tu sorridesti.
E io amavo il tuo sorriso perché non lo sprecavi mai. Non ridevi mai per finta; la tua risata non ha mai assecondato idiozie, mai sottolineato falsi sentimenti. Se sorridevi, era solo e sempre "per davvero". L'ho sempre saputo, papà. Ma non sei stato vivo abbastanza a lungo da permettermi di riuscire a formulare questo pensiero e dirtelo. Un'altra, solo un'altra delle mille cose che non ti ho mai detto.
"Sì, Bella, sono io." un altro sorriso e una carezza. E quel tuo sguardo... quello che facevi quando mi accarezzavi. Il tuo capo cambiava leggermente inclinazione e gli occhi diventavano improvvisamente seri per qualche istante. Seri e profondi scavavano dentro i miei, mentre la tua mano si fermava sulla mia guancia e mi teneva fermo il viso. Era un controllo, il tuo. Adesso lo so. Era un controllare che la sua bambina stesse davvero bene. Rimanemmo una manciata di secondi così, occhi negli occhi.
Non avevo bisogno di altro, per sentirmi al sicuro.
"Guarda..." mi dicesti poi, scostandoti e... la vidi.
Una grande bicicletta bianca con un fiocco rosa sul manubrio campeggiava in salotto, a un paio di metri da me.
Trattenni il fiato e sbarrai gli occhi.
Non era Natale, non era il mio compleanno, era un giorno qualunque...
"Ma è per me, papà?? E' per me??" chiesi sollevandomi in piedi sul lettino, incredula.
"Sì, è per te."
Ti abbracciai forte prima di correre a vedere il mio regalo più da vicino, volevo toccarla per credere che fosse vera.
"Ma papà, io non so ancora andare in bicicletta senza rotelle!" dissi, rabbuiata. Che cavolo, com'era possibile che te ne fossi dimenticato?
"Lo so, Bella, lo so... ma imparerai."
Semplice. Come 2+2 fa 4.
Logico. Come il mattino che segue la notte.
Imparerai.
Senza dubbio, lo dicesti: imparerai.
Ecco... quello, quello lì fu il regalo più bello.
Quell'imparerai. Quella certezza assoluta che escludeva ogni altra possibilità contraria. La forza infusa con la fiducia.
Imparai e imparai in fretta, ad andare in bicicletta senza rotelle. Come era stato logico per te, papà, lo fu per me.
Ma chissà se avresti mai immaginato che, per sempre, negli anni a venire per me le voci della speranza e del coraggio sarebbero somigliate moltissimo alla tua che diceva: "Lo so, Bella, lo so... ma imparerai."
Ecco, volevo dirtelo, stasera.
E volevo anche dirti che ci hanno provato a farmi smettere di crederci ma non ci sono mai riusciti.
E volevo dirti che mi ricordo la tua voce, ancora.
E volevo dirti che quella bicicletta, che adesso è piccola, arrugginita e rotta, è ancora nel box.
La guardo ogni mattina, prima di iniziare la mia giornata.
La guardo ogni sera, quando la giornata finisce.
Sei ancora qui, papà.
Ho imparato, ho imparato tutto.
Sono un bravo, bravissimo soldato.

sabato 18 marzo 2017

...Sembrava morto, invece dormiva soltanto.

E pensavo, oggi, al coraggio che ci vuole per sbocciare ogni anno, di nuovo, e affidarsi al mondo come germogli.
Pensavo alla loro voglia di schiudersi, alla loro capacità di riconoscere quel guizzo d'aria che cambia e che, all'improvviso, diventa frizzante. Pensavo alla forza che serve per dormire al freddo nel buio dei mesi invernali, fingendosi morti ma continuando a vivere solo per quella promessa antichissima che, un giorno, il sole tornerà ancora a scaldare.
Pensavo che noi, tutta questa bellezza e tutta questa magia, troppe volte nemmeno la notiamo... ci svegliamo una mattina e guardiamo fuori dalla finestra con il nostro caffè fumante in mano, lo sguardo che attraversa la realtà senza vederla, vittima delle preoccupazioni e dei calcoli che siamo obbligati a subire. Tutto, là fuori, è cambiato, ma noi non lo vediamo.
Non vediamo quelle punte verdi spiccare nello scuro legno dei rami; non vediamo quei primi fiori vibranti di vento e colori. Non vediamo l'erba giovane e nuova brillare della voglia di farsi notare.
E chiusi nelle nostre case, ignoriamo il tiepido calore del vento che tanto si impegna a svegliare tutto quel che sembrava morto e, invece, dormiva soltanto.
Siamo pronti a commuoverci per i romanzi d'amore, diventiamo fan di cantanti che urlano cazzate, cerchiamo l'approvazione di chi si crede forte pur senza aver mai combattuto, né vinto, alcun tipo di battaglia... ma non degniamo di uno sguardo tutto questo... questo esplodere di vita vera, ricca, pura, immensa e potente.
Non siamo degni di accoglierli, questi germogli, ma loro sbocciano lo stesso.
Non lo fanno per noi, ma per quella promessa antica. Lo fanno perché ci credono, lo fanno perché è la vita, lo fanno perché in questo mondo, a parte noi, tutto funziona a meraviglia.
E allora grazie, anche quest'anno, per la promessa mantenuta.
Io vi ho visto, stamattina, e ho aspettato tutto il giorno il momento per potervi fotografare e portarvi con me.
"Il sole è arrivato e scalda di più zia, e quando scalda di più sveglia le margherite..." mi aveva detto Gabriele qualche giorno fa, mentre rientrato dall'asilo mi porgeva un fiorellino raccolto per me.
Sì, Gabriele.
Il sole è arrivato e scalda di più e tu, ti prego, non smettere mai di credere a quell'antica promessa.
Mai.

domenica 12 marzo 2017

Non puoi spiegare chi sei, se non vivendo

Non puoi spiegare chi sei, se non vivendo. Nulla può raccontarti meglio di quanto faccia la tua vita. E anche quella, a volte, non basta.
So che oggi, la mia vita ha raccontato chi sono. Lo ha fatto senza fare troppo rumore, in un viaggio breve ma profondo. Lo ha fatto attraverso uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto.
Il regalo che mi hai fatto, sa di mare... e forse già questo potrebbe dire tutto, ma non si ferma qui. Il regalo che mi hai fatto sa, soprattutto, di salvezza. Mi hai strappata via dal brutto, dai morsi fastidiosi e dolorosi delle infinite paure contro cui devo combattere quotidianamente; mi hai tolto di dosso la brutta sensazione viscida di non riuscire a spiegare quante e quali paure siano e quanto sia difficile, davvero difficile, prenderle a sberle dalla mattina alla sera per evitare che facciano ombra su tutto il resto. Mi hai tolto dalla bocca la voglia di star zitta; mi hai rubato dalle mani il bisogno di tormentarsi intorno a un'idea difficile da rendere concreta.
Lo hai fatto ridendo, sorridendo, cantando, fischiando, guidando... Lo hai fatto guardandomi anche mentre io guardavo da un'altra parte e all'improvviso mi giravo e incontravo i tuoi occhi che, ci giurerei, in quel momento stavano parlando a "qualcuno" che non ero io. Lo hai fatto commuovendoti, mentre guardavamo il mare. Lo hai fatto lasciandomi commuovere.
Mi hai guardata arrampicarmi sugli scogli e guardare l'orizzonte, e mi hai permesso di chiudere gli occhi e tacere, per tutto il tempo che ho voluto, per tutto il tempo necessario a lavarmi via la merda che in qualche modo trova sempre lo spazio per sporcarmi i pensieri. Tu, forse, quanto vale il regalo che mi hai fatto nemmeno lo sai... quanto ne avevo bisogno, però, sì. Sai bene tante cose di me, vero? Anche quelle che provo a nascondere... lo so.
E allora grazie, amore.
Del mare e del sole; della strada percorsa cantando; del mio lento, graduale calmarmi... E grazie del vento, dell'aria pulita e salata che ho respirato. Grazie del sogno, grazie del faro, grazie della pazienza, grazie della mano che ha preso la mia per sciogliere il pugno che stringo, troppo spesso, senza accorgermi di farlo.
Grazie... di quell'arrivederci al mare mentre il giorno si avvicinava alla sera e i gabbiani si abbassavano, cominciando a gridare.
"Mettiamoci d'impegno, ok? Mettiamoci d'impegno a cambiare la vita..."
"Sì, perché non può essere la vita a cambiare noi."

giovedì 19 gennaio 2017

Il successo di Sully: il mondo ha voglia di salvezza - libera recensione e libera riflessione

E forse è qui, una delle ragioni più importanti del successo di questo film: la voglia e il bisogno di assistere a qualcosa di grande; a qualcuno che sceglie e che non ha paura di farlo. E' il bisogno e la voglia di persone capaci, capaci e coraggiose, sempre di più. E' il bisogno e la voglia di credere che esista ancora qualcuno in grado di portarci in salvo, anche contro ogni aspettativa logica... CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO SU BLASTING NEWS