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domenica 23 aprile 2017

Sono un bravo, bravissimo soldato...

Non mi ricordo quanti anni avessi, ma so che ero bambina e che non avevo ancora imparato ad andare in bicicletta e in quel momento stavo dormendo nel lettino in sala, di fianco alla porta d'ingresso, perché non avevamo una cameretta.
Non era notte, ero solo stesa a riposare un pochino dopo i giochi del pomeriggio in giardino, prima di cena. Ed era "prima di cena" perché tu, papà, non eri ancora tornato da lavoro.
Sognavo, quando nel mio sogno si insinuò un bacio. Un bacio inconfondibile perché sapeva di tante cose, ma soprattutto sapeva di baffi.
Mi pungevo sempre, quando mi baciavi, e mi facevi il solletico.
Ancora prima di svegliarmi seppi che eri tu,e quando aprii gli occhi stavo già sorridendo.
"Sei tu!" dissi, più a me stessa che non a te.
E tu sorridesti.
E io amavo il tuo sorriso perché non lo sprecavi mai. Non ridevi mai per finta; la tua risata non ha mai assecondato idiozie, mai sottolineato falsi sentimenti. Se sorridevi, era solo e sempre "per davvero". L'ho sempre saputo, papà. Ma non sei stato vivo abbastanza a lungo da permettermi di riuscire a formulare questo pensiero e dirtelo. Un'altra, solo un'altra delle mille cose che non ti ho mai detto.
"Sì, Bella, sono io." un altro sorriso e una carezza. E quel tuo sguardo... quello che facevi quando mi accarezzavi. Il tuo capo cambiava leggermente inclinazione e gli occhi diventavano improvvisamente seri per qualche istante. Seri e profondi scavavano dentro i miei, mentre la tua mano si fermava sulla mia guancia e mi teneva fermo il viso. Era un controllo, il tuo. Adesso lo so. Era un controllare che la sua bambina stesse davvero bene. Rimanemmo una manciata di secondi così, occhi negli occhi.
Non avevo bisogno di altro, per sentirmi al sicuro.
"Guarda..." mi dicesti poi, scostandoti e... la vidi.
Una grande bicicletta bianca con un fiocco rosa sul manubrio campeggiava in salotto, a un paio di metri da me.
Trattenni il fiato e sbarrai gli occhi.
Non era Natale, non era il mio compleanno, era un giorno qualunque...
"Ma è per me, papà?? E' per me??" chiesi sollevandomi in piedi sul lettino, incredula.
"Sì, è per te."
Ti abbracciai forte prima di correre a vedere il mio regalo più da vicino, volevo toccarla per credere che fosse vera.
"Ma papà, io non so ancora andare in bicicletta senza rotelle!" dissi, rabbuiata. Che cavolo, com'era possibile che te ne fossi dimenticato?
"Lo so, Bella, lo so... ma imparerai."
Semplice. Come 2+2 fa 4.
Logico. Come il mattino che segue la notte.
Imparerai.
Senza dubbio, lo dicesti: imparerai.
Ecco... quello, quello lì fu il regalo più bello.
Quell'imparerai. Quella certezza assoluta che escludeva ogni altra possibilità contraria. La forza infusa con la fiducia.
Imparai e imparai in fretta, ad andare in bicicletta senza rotelle. Come era stato logico per te, papà, lo fu per me.
Ma chissà se avresti mai immaginato che, per sempre, negli anni a venire per me le voci della speranza e del coraggio sarebbero somigliate moltissimo alla tua che diceva: "Lo so, Bella, lo so... ma imparerai."
Ecco, volevo dirtelo, stasera.
E volevo anche dirti che ci hanno provato a farmi smettere di crederci ma non ci sono mai riusciti.
E volevo dirti che mi ricordo la tua voce, ancora.
E volevo dirti che quella bicicletta, che adesso è piccola, arrugginita e rotta, è ancora nel box.
La guardo ogni mattina, prima di iniziare la mia giornata.
La guardo ogni sera, quando la giornata finisce.
Sei ancora qui, papà.
Ho imparato, ho imparato tutto.
Sono un bravo, bravissimo soldato.

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