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domenica 30 aprile 2017

Il tuo posto nel mondo

Non lo sai, non puoi saperlo.
Non puoi conoscere il tuo vero posto nel mondo, fino a che non ci finisci dentro e, inaspettatamente, ti ci incastri alla perfezione.
Non puoi sapere di cosa hai veramente bisogno se non sai dargli un nome, se non ti eri nemmeno accorta di quella mancanza. Non puoi saperlo fino a che non ti ci addormenti dentro e, inaspettatamente, ti ci incastri alla perfezione.
Non puoi. E' semplice e inevitabile. Non puoi saperlo. Non puoi sapere il nome da dare ad alcune emozioni fino a che non le vivi; fino a che non arrivano e si mostrano per quello che sono e, tu, finalmente abbassi le armi, le butti per terra, ti rannicchi su te stessa e dormi... serena.
Non puoi capire cosa significa questo tipo di pace, fino a che non ti invade, fino a che non la senti nascere dentro e, insapettatamente, si incastra con la tua anima... alla perfezione.

Place your past into a book...
Put in everything you ever took.
Place your past into a book...
Burn the pages, let them cook
And you stood tall
Now you will fall...
Don't break the spell...of a life spent trying to do well...
Send a wish upon a star...

mercoledì 26 aprile 2017

Il passo oltre

E' il limite. E' la consapevolezza che non ti meriti certi stati d'animo e che non puoi essere solo questo, qui.
E' la certezza di non poter fare meglio di così, e nemmeno più di così, e lo stesso non riavere ciò che sarebbe tuo.
E' il passo oltre...
E allora chiudi gli occhi, chiudi gli occhi e speri.
Che qualcosa finalmente cambi, che non sia sempre poker per gli altri, quelli che barano da una vita e continuano ad essere a credito chissà come mai.
Chiudi gli occhi e preghi. Preghi che ci sia una ragione per tutta questa dispersa serenità, per i rifiuti di sogni e progetti, per la diversa strada che ogni volta ricostruisci e ti inventi.
Ed è stanchezza e forza al pari tempo. E' certezza e dubbio, paura e spregiudicatezza.
E' il limite.
E' il passo oltre.

(Fotografia a cura di Luca Di Miceli )

domenica 23 aprile 2017

Sono un bravo, bravissimo soldato...

Non mi ricordo quanti anni avessi, ma so che ero bambina e che non avevo ancora imparato ad andare in bicicletta e in quel momento stavo dormendo nel lettino in sala, di fianco alla porta d'ingresso, perché non avevamo una cameretta.
Non era notte, ero solo stesa a riposare un pochino dopo i giochi del pomeriggio in giardino, prima di cena. Ed era "prima di cena" perché tu, papà, non eri ancora tornato da lavoro.
Sognavo, quando nel mio sogno si insinuò un bacio. Un bacio inconfondibile perché sapeva di tante cose, ma soprattutto sapeva di baffi.
Mi pungevo sempre, quando mi baciavi, e mi facevi il solletico.
Ancora prima di svegliarmi seppi che eri tu,e quando aprii gli occhi stavo già sorridendo.
"Sei tu!" dissi, più a me stessa che non a te.
E tu sorridesti.
E io amavo il tuo sorriso perché non lo sprecavi mai. Non ridevi mai per finta; la tua risata non ha mai assecondato idiozie, mai sottolineato falsi sentimenti. Se sorridevi, era solo e sempre "per davvero". L'ho sempre saputo, papà. Ma non sei stato vivo abbastanza a lungo da permettermi di riuscire a formulare questo pensiero e dirtelo. Un'altra, solo un'altra delle mille cose che non ti ho mai detto.
"Sì, Bella, sono io." un altro sorriso e una carezza. E quel tuo sguardo... quello che facevi quando mi accarezzavi. Il tuo capo cambiava leggermente inclinazione e gli occhi diventavano improvvisamente seri per qualche istante. Seri e profondi scavavano dentro i miei, mentre la tua mano si fermava sulla mia guancia e mi teneva fermo il viso. Era un controllo, il tuo. Adesso lo so. Era un controllare che la sua bambina stesse davvero bene. Rimanemmo una manciata di secondi così, occhi negli occhi.
Non avevo bisogno di altro, per sentirmi al sicuro.
"Guarda..." mi dicesti poi, scostandoti e... la vidi.
Una grande bicicletta bianca con un fiocco rosa sul manubrio campeggiava in salotto, a un paio di metri da me.
Trattenni il fiato e sbarrai gli occhi.
Non era Natale, non era il mio compleanno, era un giorno qualunque...
"Ma è per me, papà?? E' per me??" chiesi sollevandomi in piedi sul lettino, incredula.
"Sì, è per te."
Ti abbracciai forte prima di correre a vedere il mio regalo più da vicino, volevo toccarla per credere che fosse vera.
"Ma papà, io non so ancora andare in bicicletta senza rotelle!" dissi, rabbuiata. Che cavolo, com'era possibile che te ne fossi dimenticato?
"Lo so, Bella, lo so... ma imparerai."
Semplice. Come 2+2 fa 4.
Logico. Come il mattino che segue la notte.
Imparerai.
Senza dubbio, lo dicesti: imparerai.
Ecco... quello, quello lì fu il regalo più bello.
Quell'imparerai. Quella certezza assoluta che escludeva ogni altra possibilità contraria. La forza infusa con la fiducia.
Imparai e imparai in fretta, ad andare in bicicletta senza rotelle. Come era stato logico per te, papà, lo fu per me.
Ma chissà se avresti mai immaginato che, per sempre, negli anni a venire per me le voci della speranza e del coraggio sarebbero somigliate moltissimo alla tua che diceva: "Lo so, Bella, lo so... ma imparerai."
Ecco, volevo dirtelo, stasera.
E volevo anche dirti che ci hanno provato a farmi smettere di crederci ma non ci sono mai riusciti.
E volevo dirti che mi ricordo la tua voce, ancora.
E volevo dirti che quella bicicletta, che adesso è piccola, arrugginita e rotta, è ancora nel box.
La guardo ogni mattina, prima di iniziare la mia giornata.
La guardo ogni sera, quando la giornata finisce.
Sei ancora qui, papà.
Ho imparato, ho imparato tutto.
Sono un bravo, bravissimo soldato.