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martedì 20 novembre 2012

Le Perle di Gerald Durrel - #1

Non esiste, a mio parere, un modo migliore per descrivere l'arrivo, la "calata" dell'estate, di quello che Gerald Durrel ha scelto di "dipingere" nelle pagine di uno dei suoi libri più belli.
Se ne avete voglia, immergetevi in queste righe. Vi posso promettere che, se una volta finito di leggere chiuderete gli occhi e inspirerete a pieni polmoni, vi sembrerà di sentire i leggeri fischi dei gufi, il profumo inconfondibile del mare delle sere tiepide d'estate, il dolce gracchiare sommesso delle rane...
Bè, buon viaggio, cari lettori....


La primavera si immerse lentamente nei lunghi, caldi, assolati giorni d'estate tutti canori di cicale, stridule ed eccitate, che facevano vibrare l'isola con i loro gridi. Nei campi il granturco cominciava a gonfiarsi, mentre le seriche barbe, da castane si facevano di un biondo color burro; quando strappavi via l'involucro di foglie e piantavi i denti nei chicchi perlacei il succo ti sprizzava in bocca come fosse latte. Sulle viti l'uva pendeva in piccoli grappoli macchiettati e caldi. Gli ulivi sembravano piegarsi sotto il peso dei loro frutti, gocce levigate di giada verde tra le quali friniva il coro delle cicale. Negli aranceti, tra le foglie scure e lucenti, i frutti cominciavano a colorirsi, come se una vampata di rossore si spandesse sulle loro verdi pelli butterate.
Sulle colline, tra gli scuri cipressi e l'erica, sciami di farfalle volavano e volteggiavano come coriandoli sospinti dal vento, fermandosi ogni tanto su una foglia per deporre una salva di uova. Le cavallette e le locuste zirlavano come sonerie di orologi sotto i miei piedi; e volavano ubriache in mezzo all'erica, con le ali che scintillavano al sole. Tra i mirti si aggiravano caute le mantidi, con leggerezza, oscillando lievemente, la quintessenza del male. Erano magre e verdi, con le facce senza mento e mostruosi occhi a forma di globo, color d'oro translucido, colmi di un'espressione di intensa e predatoria pazzia. Le braccia ricurve, con le loro frange di denti aguzzi, erano sollevate in un gesto di finta supplica al mondo degli insetti, con tanta umiltà, con tanto fervore, tremando appena appena quando una farfalla volava troppo vicino.
Verso sera, quando cominciava a fare più fresco, le cicale smettevano di cantare; le sostituivano in quel compito le verdi raganelle, appiccicare sulle foglie dei limoni accanto al pozzo. Con gli occhi sporgenti e fissi come se fossero in uno stato ipnotico, i dorsi lustri come le foglie tra le quali erano accovacciate, gonfiavano i loro sacchetti vocali e gracidavano rauche e con tanto impeto da far temere che i loro corpi umidicci fossero sul punto di scoppiare per lo sforzo. Quando il sole calava c'era un breve crepuscolo verde mela che sbiadiva e diventava color malva, e l'aria si faceva più fresca e s'impregnava dei profumi della sera.
[...] Il mare era liscio, caldo e scuro come velluto nero, senza una sola increspatura sulla superficie. La costa lontana dell'Albania era confusamente delineata da un lieve barlume rossastro nel cielo. Gradualmente, di minuto in minuto, quel barlume si faceva più intenso e più vivido, diffondendosi su tutto il cielo. Poi all'improvviso la luna, enorme, color rosso vino, spuntava al di sopra dei bastioni frastagliati delle montagne, e gettava un dritto sentiero rosso sangue sul mare cupo. Allora comparivano i gufi, che vagavano da un albero all'altro silenziosi come scaglie di fuliggine, fischiando stupefatti via via che la luna si alzava nel cielo, prima rosa, poi d'oro, e infine veleggiando tra una nidiata di stelle come una bolla argentea.

(Gerald Durrel - La mia famiglia e altri animali)

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