martedì 16 luglio 2013

Libera Recensione - Il tempo è un dio breve, Mariapia Veladiano

Questo è un libro sulla fede, sì, si può dire.
Si può dire anche che è un libro sul dolore; così come si può dire che è un libro sulla vita e sulla morte, sulla paura, sul dubbio, o sulla speranza.
Si può dire tutto questo ed altro ancora ma, sopra ad ogni cosa, credo, si può dire (o perlomeno si dovrebbe, a mio parere) che sia un libro sull'Amore.
E no, non è un caso che l'abbia scritto con la "A" maiuscola. La parola amore è ormai sciupata, sgualcita, sbattuta lì in ogni circostanza, senza che ci si soffermi più a comprenderne il vero, splendido e terribile al tempo stesso, significato.
Bé, questo libro (grazie alla penna della sua formidabile autrice) invece ci è riuscito, a spiegarlo. Ci è riuscito attraverso tutto quello che un'anima tumultuosa e costantemente in ricerca della verità, incontra durante il suo cammino.
Mariapia Veladiano riesce in qualcosa in cui riescono in pochi: attanaglia. Attanaglia senza la necessità di ricorrere a trucchetti narrativi. Nelle riflessioni profonde che percorrono le pagine ti ci immergi come in una piacevole e densa crema, anche quando sono dolorose, anche quando parlano di rivelazioni difficili da comprendere, o di domande tormentate, più che di risposte.
Riesce a farti calare dietro il paio d'occhi dei quali desidera farti avere una prospettiva, e lo fa delicatamente, senza violenza, senza dirti come fare o quando. Ti invita a entrare, ti appoggia sul viso degli speciali occhiali rivelatori senza lasciarli mai con le mani. Puoi andartene, se vuoi, in qualunque momento. Puoi toglierli, ma non lo fai.
Non lo fai perché quello che vedi è troppo vero e interessante per andartene e sai, in più parti di te, che in qualche modo quello che stai vedendo riguarda o potrà riguardare anche te.
Non dico altro, perché questo è un caso in cui non mi sento di parlare di trama per non impoverirne la natura. La trama è una, forse sì, ma migliaia o forse più, in fondo. Dipende tutto da quel paio d'occhi e da quanto avrete voglia di guardarci attraverso, da quanto avrete voglia di essere onesti con voi stessi, quando lo farete.
Buona lettura a tutti e, ovviamente, consigliatissimo.

Da questo libro:

"Perché l'amore capita e occupa i pensieri e il corpo senza che gli abbiamo insegnato la strada. perché c'è sempre spazio per un nuovo amore."

"Non so dire se le affinità siano già presenti e si tratta solo di riconoscerle quando le si incrocia oppure se nel corso di alcuni incontri particolari si verifichi un aggiustamento spontaneo del nostro spirito, una specie di accordatura che ci permette, proprio a partire da quel momento, di viaggiare insieme."

"La paura è una malattia dello spirito, [...] è il cuore di tutti i dolori: paura di perdere chi si ama, di morire, di soffrire. Non ha bisogno di sventure concrete per alimentarsi, le bastano i fantasmi della nostra immaginazione. Guai a sentirsi davvero soli."

"Certe paure somigliano a un bruciore: non impediscono la vita ma la rendono un inferno."

"E' una grazia essere vicino alla vita quando si compie. Si compie? Sì, la morte è la porta del cielo e ogni tanto quando qualcuno muore il Signore si affaccia e ci dice qualcosa se siamo lì vicino. Che cosa? A ciascuno quel che gli serve, in quel momento."

"Si tratta di accogliere ciò che arriva come rivolto a noi e solo a noi. Si tratta di vivere questo senza il pensiero di farlo. Un puro aderire alla vita. Ma c'è anche qualcosa di più segreto, come una fiducia che tutto riposi in mani così sicure da non dover temere nulla."

venerdì 12 luglio 2013

Un uragano stabile

E quando ti metti a sedere e ti capita di pensare a un tornado di colori e suoni e luci e venti tiepidi, allora significa che hai un'anima sveglia, che non vuole dormire.
E' difficile prendere sonno quando hai di questi pensieri.
E' difficile credere che non esistano davvero quei colori, che non ci sia, da qualche parte, un cielo sotto il quale corrono tornado come quello che si muove, come un uragano stabile, da anni e anni, da quando probabilmente riesci ad avere memoria della tua esistenza, dentro le tue vene.
E' un senso d'appartenenza, quello che si prova riguardo a quei luoghi infiniti. E' qualcosa che si apre dentro una stanza chiusa, è un sole di notte che acceca chi non lo guarda dalla giusta angolazione.
E' qualcosa di cui, strano a dirsi, non riesci a parlare. Tu, tu che puoi parlare quasi di tutto. Tu, che non hai in fondo paura di niente anche quando hai paura di tutto, e sempre tu, che vivi di parole.
Non si sa da dove vengono, non si sa dove vadano, si sa solo che esistono e che ci abiti, in un modo del tutto personale e unico, ci abiti più di quanto tu non abiti nella tua casa fatta di mattoni.
Come si fa a parlare di certi luoghi? Come si fa a spiegare l'esistenza di quei venti tiepidi... della luce che sprigionano quei raggi colorati.
Che cos'è, non lo so.
Assomiglia solo al rumore che vorrei sentire per non pensare, alla luce che vorrei vedere al posto di questo mondo qua. Assomiglia alla libertà che inseguo da troppo tempo su strade cieche e bagnate e buie che mi fanno perdere senza trovare mai la via.
Assomiglia a quello che mi scorre nelle vene .
Non si può parlare, di quei luoghi.

sabato 1 giugno 2013

Non sono mai stata capace di tornare a casa...

Non lo so quante persone possono dire di appartenere a certi luoghi... Lo pensavo stasera quando, rientrando da una serata, mi sono concessa un lungo giro in auto per la mia città. Era un'abitudine che avevo anni fa, quando salutati gli amici sentivo che la strada verso casa era troppo breve per bastare a me stessa. Ho sempre avvertito questo bisogno di pensare, ho sempre cercato lo spazio per farlo, purtroppo o per fortuna. Allora l'ho fatto anche stasera, e le strade erano splendidamente vuote e silenziose, invitanti. Ho sfiorato parcheggi e parchetti, prati un tempo incolti trasformati in parchi giochi, case ristrutturate, cancelli ridipinti che ancora nascondono, sotto qualche strato di vernice, le mie impronte di ragazzina. Strade asfaltate di fresco, angoli bui che solo io conoscevo. E' strano trovarsi a passare per un luogo che ti ha vista in mille età e mille stati d'animo, qualcosa di te rimane aggrappato per terra, ogni volta che ci passi, anche se non te ne accorgi rimane lì, pronto a fare da testimone al tuo prossimo passaggio; un'ombra, un leggero movimento agli angoli della normale percezione delle cose, una mano alzata a salutarti che ti dice "Sono io, e sono te. Sono te quando eri qui l'ultima volta e ora sarò te per la prossima volta."
Sono viaggi, questi vagabondaggi serali, che anche se non sembra portano lontano.
Ed è bella e tremenda al tempo stesso la sensazione di toccare (anche solo con lo sguardo) alberi, panchine, pietre e muri e sapere - averne la certezza - di essere riconosciuti.
Sì, certo, io ho sempre avuto voglia di scappare e, per qualche strano scherzo del destino, la vita ha voluto inchiodarmi qui senza permettermi di respirare. Qui sono vissuta e vivo. Qui ho provato e provo ancora a permettermi di sognare, di sperare. Da qui ho visto gente partire, altra arrivare. Qui, sempre qui, ho combattuto battaglie dure come l'acciaio...dure come l'acciaio.
Alla fine del viaggio ho messo la freccia e ho svoltato nella mia via, quella che mi porta a quella casa che non ho mai sentito mia, quella che prima di tornarci dovevo metterci spazio e tempo.
La vita ha voluto inchiodarmi qui, e a questi luoghi io ora in qualche modo appartengo. Perché non sono capace di vivere senza consumarmi, senza regalare a tutto ciò che tocco qualcosa di me.
E soprattutto non sono capace, non sono mai stata capace e forse non lo sarò mai, di tornare a casa.

domenica 17 marzo 2013

Strappi di dolore


Tutto ti fa crescere, tutto ti ferisce, anche le cose belle, quando hai il difetto di guardare dove non dovresti. E il -dove- non è sempre un luogo, ma un quando. Non si può scappare, nemmeno se ci provi, da quel tuo voler guardare interno, intimo, che spinge, tira, strappa e non ricuce.
A ricucire ci devi pensare tu dopo aver visto, dopo aver pianto per qualche minuto nel ritaglio di tempo che rubi alla vita.
Rubare il tempo per piangere, quando in casa non c'è nessuno, quando nessuno può vedere o sentire. Rubare il tempo per ricucire l'ennesimo strappo.
Che doloroso modo, questo, di vivere.


martedì 12 marzo 2013

Arcobaleni


Una giornata di sole, calda ma non troppo, io ero protagonista ma al contempo spettatrice. Osservavo una bimba bellissima con la testa piena di riccioli scuri e occhi grandi e nerissimi, vestita in un leggero abito bianco di cotone, che correva avanti e indietro trascinando nel cielo tantissimi aquiloni coloratissimi. Erano tutti a forma di pesciolini, e ogni aquilone aveva tutti i colori dell'arcobaleno. Si avvicinava l'imbrunire, il cielo era azzurro ma ai bordi stava cominciando a sfociare nell'arancione e nel rosso. Per qualche tempo ho udito solo le grida di gioia e i risolini della bimba, e il rumore come di tantissime vele percosse dal vento dei mille aquiloni.
Solo alla fine una voce profonda e delicata al tempo stesso si è mescolata con dolcezza al mazzo di suoni. Era la voce di un uomo, la voce del papà della bimba, anch'esso vestito di bianco e sorridente. "Corri!!! Corri!!!" Le diceva "Corri!!! E gli aquiloni voleranno sempre più in alto, non si poseranno mai più."
Non so chi fossero, quel padre e quella bimba, ma sono felice di averli osservati per un po', stanotte.
Per qualche istante sono stata felice, ho creduto anch'io, davvero, che quegli aquiloni potessero non posarsi mai più.

domenica 24 febbraio 2013

Libera recensione - Il Seggio Vacante, di J.K. Rowling

Io mi fidavo di J.K. Rowling.
Mi fidavo ciecamente quando ho preso il suo libro dallo scaffale della libreria e, dando solo un'occhiata fugace alla trama, mi sono diretta rapidamente, senza alcun ripensamento, alla cassa a pagare.
Non avevo sentito critiche particolarmente entusiaste, e, come d'abitudine, non ci avevo fatto caso. Non voglio mancare di rispetto verso i critici, dico davvero, solo che, semplicemente, a volte non ci azzeccano. A volte non leggono come dovrebbero leggere, guardano le parole e non le assaporano, dimenticano di essere, prima di ogni cosa, lettori.
Ma lasciamo il passo al Seggio Vacante, e alla mia fiducia nella Rowling, la madre di uno dei più grandi capolavori letterari di sempre (Harry Potter), del quale ancora rimpiango le pagine intrise di magia e familiarità che ormai erano entrate a fare parte della mia vita, come della vita di ognuno dei lettori delle sue vicende. Non poteva deludermi, ne ero profondamente sicura. Certo, gli scrittori a volte lo fanno, è normale, quasi fisiologico, non sempre mantengono le promesse fatte tra le righe dei loro precedenti romanzi, quelle che ci hanno fatto sognare, piangere o imprecare infuriati per quello che stava succedendo senza che noi potessimo intervenire.
Ma della Rowling, come ho detto, mi fidavo. Sapevo che avrebbe mantenuto la parola, nonostante fosse una prova tutt'altro che semplice: uscire dall'incanto di Harry Potter, dal mondo magico e pregno di gustose invenzioni fantasiose (invenzioni che ci hanno nutrito il cuore come golosi dolcetti ricoperti di panna e cioccolato e scaldato l'anima come grandi camini scoppiettanti in sale colme di poltrone nelle quali affondare mentre fuori nevica) per mettersi a discorrere di "banale" realtà.
Mi fidavo, ciecamente, e lei infatti non mi ha deluso.
Il Seggio Vacante è un capolavoro di rara sincerità. Perché è, a mio avviso, prima di tutto questo: un libro estremamente sincero.
Dal momento in cui ho iniziato a leggerlo ho desiderato di poterne parlare, e questo capita solo con i libri migliori che si possa avere l'onore di leggere. Il desiderio di sottolineare frasi e collegamenti di rara maestria, la testa che annuisce e gli occhi che si spostano di lato come si fa quando qualcosa ci sovviene alla mente: non è forse vero che quel personaggio ci ricorda profondamente qualcuno?
Bé, lei in questo è sempre riuscita. Farci sentire parte del mondo che racconta è la sua prerogativa migliore.
Qui, però, fa ancora di più.
Qui parla del mondo che noi effettivamente abitiamo, parla di persone che tutti abbiamo incontrato, anche se con nomi o volti diversi, e lo fa dopo averli guardati da ogni angolazione possibile e immaginabile. Così una madre diventa anche figlia; la figura professionale diventa privata, spiata nei suoi pensieri più nascosti e onesti (onesti ma bui; perché può essere, la maggior parte delle volte, che lo siano), i forti vengono smascherati e filtrati attraverso le loro debolezze, i deboli, quelli che non riescono ad avere voce, parlano più chiaramente di quanto ci potremmo aspettare. Tutto è collegato, in questo libro, tutto è legame, un intricato ma evidentissimo legame di prospettive tridimensionali. Un legame che forma, volenti o nolenti, una comunità di persone. E' attraverso questo legame che ogni cosa viene sviscerata, il male e il bene, l'ipocrisia e la sincerità, l'onestà degli intenti e l'opportunismo, la verità e la menzogna, la lealtà e il tradimento, il decoro (finto) e il degrado (vero) e, in tutto questo continuo divenire, l'inevitabile cambiamento che si abbatte su un sistema, qualunque esso sia, quando gli equilibri vengono scossi o rimescolati.
Molte cose mi hanno colpito di questo libro, ma una più di tutte dovrebbe far riflettere chi vi si avvicina: i figli. I figli di questa società, i figli nostri o degli altri, cosa stanno capendo? Cosa si porteranno dietro negli anni? Con quali occhi ci guardano? Con quali parole o gesti cercando, disperatamente, di parlarci?
Lo so, sono tutte domande, queste.
Ma non è forse vero che sono i libri migliori, a generarle?
Alle risposte, ovvio, dovremo sempre pensarci noi.
Qualora lo vogliate, buona lettura!

Da questo libro:

"[...] che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi; i figli non avrebbero mai saputo, e non avrebbero tollerato di saperlo, quanto si soffriva a vederli crescere."

"- Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? - pensò, guardando il cielo notturno; - C'è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte? -" 

martedì 12 febbraio 2013

Però mi sono fermata


Stamattina in macchina sono passata di fianco a un campo, uno di quelli vicini a casa mia, uno di quelli che i miei occhi hanno visto durante le estati e gli inverni da quando ero piccola, uno di quei luoghi familiari che, messi tutti insieme, costituiscono la tua personale terra d'origine. Uno spillo di luce solare stava facendosi largo tra le nuvole, ma ancora dal cielo scendeva qualche svogliato fiocco di neve soffice. Mi sono fermata, non ho potuto resistere, in mezzo alla strada e ho guardato. Avrei voluto fare una foto ma nessuno l'avrebbe capita tranne me e alcuni miei compagni di viaggio, uno di loro in particolare. La neve intonsa e che si colorava di luce, la leggera foschia sospinta via dal calore che anche quello spillo di sole riusciva a generare, i pochi alberi in fondo, lontani, a salutarmi con i loro rami resi paffuti dalla neve... Ho sorriso, ma non ho scattato nessuna foto. Alcune immagini sono e devono rimanere solo per il nostro sguardo, private, custodite, con tutto quello che risvegliano dentro di noi, con la memoria di tutti i nostri sguardi precedenti lanciati da occhi più giovani di quelli che abbiamo ora.
Però mi sono fermata, ecco, questo conta. Mi sono fermata e quell'immagine l'ho raccolta. Non è più lì, ora, ma dentro di me, per sempre.