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venerdì 4 maggio 2012

Come il velluto rosso...


Tutto questo ha un po’ a che fare con un fiocco rosso. Uno di quelli vellutati ed elastici che si usavano quando ero piccola, e che io avevo, ma era finito, durante uno dei movimentati giochi tra me e mio fratello, dietro un mobile della sala.
“Noooo….” La mia profonda delusione quando l’ho visto sparire dietro il mastodontico mobile (è uno di quelli vecchi vecchi, di legno pesante e spesso, difficilissimo da spostare).
Credo di averci anche pianto, per quel fiocco andato perduto.
L’ho dato per perso, sì, come se qualcosa di invincibile l’avesse inghiottito. Forse perché, qualcosa di invincibile, in quegli anni, lo stavamo combattendo davvero: mio padre aveva il cancro. Lo avevamo scoperto da non molto, quando il fiocco sparì dietro il mobile. Questo lo so, come so tante altre cose di quei giorni lontani.
In un altro anno, in un altro tempo, mio padre avrebbe spostato il mobile, con un po’ di fatica, ma ce l’avrebbe fatta e avrebbe recuperato il mio amato fiocco rosso. 
Questo sarebbe potuto accadere in un tempo, allora non troppo lontano, in cui lui non era spezzato dalla malattia, né dalle cure debilitanti e distruttive. Ma il giorno che il fiocco rosso venne inghiottito dal mio mobile per andarsene a riposare in un angolo buio, non solo mio padre era debole e malmesso…lo eravamo tutti, forse senza nemmeno saperlo, o quanto meno senza sapere quanto malmessi.
Era perduto, punto. Perduto il fiocco. Perdute un sacco di altre cose belle e semplici.
A nessuno venne in mente di spostare il mobile. C’erano troppe cose di cui occuparsi, e molte altre da ignorare, il fiocco dietro al mobile era, giustamente e ovviamente, una di quelle.
Io, lo avevo dimenticato.
Poi un giorno torno a casa, non molto tempo fa e… BAM! un fulmine mi colpisce proprio in mezzo al cuore.
Il fiocco rosso è lì, sul tavolo, la polvere non è riuscita a smorzare il suo velluto splendente. Il suo colore vermiglio occhieggia da sotto il grigio che cerca di cancellarlo.
Io rimango immobile. E forse mia madre non se ne accorge, lei, che mi sta indicando il fiocco dicendo “Hai visto? Oggi tuo fratello è venuto qui, ha spostato il mobile per cambiare il cavo della televisione e lo abbiamo trovato.” 
Quanti anni avevo, l’ultima volta che lo avevo toccato? Tredici? Quattordici? Qualche età sospesa tra quelle, comunque.
Prendo in mano il fiocco, e succede. 
Succede che qualcosa, inspiegabilmente, si libera. Qualcosa che era rimasto imprigionato insieme a lui, per tutti questi anni, che sono più di metà della mia vita, e che sono scivolati via senza nemmeno riuscire a guardarli bene in faccia. E’ qualcosa che è fatto di aria e respiro, di odori e profumi nascosti dal tempo, di sensazioni e tocchi, di capelli, i miei, di una ragazzina a cui stava morendo il padre sotto agli occhi. A cui stava morendo anche parte della sua vita, ma questo ancora non lo sapeva del tutto, non lo sapeva davvero, grazie a Dio.
Qualcosa che è fatto anche, purtroppo, di tutto il dolore e la paura di quel tempo. Di quell’anno, di quell’esattissimo giorno e momento in cui Puff era caduto al di là del mobile.
Non lo dico, a mia madre, quello che sto provando. E’ qualcosa di così tremendamente mio che ho paura che se tentassi di spiegarlo uscirebbe solo qualche stupida frase sconnessa.
Quindi mi limito a rimetterlo sul tavolo, un po’ guardinga, e a dire: “Cavolo…pensa, non me lo ricordavo neanche più.”
Fortuna che i nostri continenti interni, quando si smuovono e creano terremoti, fanno rumori che al di fuori non si sentono, altrimenti mia madre avrebbe creduto che stessi per morire.
I giorni successivi, quel fiocco è stato lavato, ed è riapparso nel suo splendore, come solo il velluto rosso sa fare.
L’ho guardato per un po’, da lontano. Ci giravo attorno. Poi è finito in un cassetto, quello del bagno, dove ci sono le spazzole, i pettini, e gli altri elastici meno appariscenti e più adulti.
Ma continuavo a inciamparci. Tiravo su la spazzola e veniva su anche lui, impigliandosi. Aprivo il cassetto e balzava fuori come una molla.
Era lì, inutile negarlo.
E allora mi ci sono fatta la coda un giorno, e mi sono guardata allo specchio.
Mi sono guardata allo specchio.
E lei, era ancora lì. La me di allora, era ancora lì. E io che credevo bastasse nasconderla dietro a un mobile, per non trovarla più…per riuscire a cancellarla.
Nemmeno gli anni, nemmeno i dolori, nemmeno tutto quello che è passato o che non lo è, l’hanno cancellata.
Lei, è ancora lì. E quel fiocco rosso appartiene a lei.
Quel fiocco rosso che ha aspettato per anni al buio, lottando con la polvere, ascoltando da lontano tutto quello che succedeva, chi se ne andava e chi arrivava, in fondo ha fatto quello che ho fatto io. Ha fatto quello che fanno milioni di persone.
Lo so, alle persone non basta una lavata per tornare a splendere. Alle persone serve amore, tanto amore. Alle persone serve comprensione, serve tempo e cura, serve speranza, serve credere e servono mille altre cose…ma forse, scrollarsi via la polvere dall’anima si può.
Ecco perché, tutto questo, ha un po’ a che fare con quel fiocco.
Mi sono permessa, un’altra volta, di sperare che qualcosa, qualunque cosa, possa cambiare. Che una nuova strada possa portare a qualcosa di nuovo e più bello (che si tratti di guardare dietro a una porta, o dietro a un mobile per scoprirla, poco importa), che le favole, in fondo, a volte si mischiano con la realtà, che crederlo non è nemmeno troppo da bambini o da folli…e se è da folli, è da folli buoni.
Tutto merito di quel fiocco rosso. E di quella ragazzina che ero, anche un po’ suo, perché se lei non avesse tenuto duro, io oggi non sarei qui, io oggi non sarei così.
Così come?
Resistente…e impossibile da cancellare.
Come il velluto rosso. 

2 commenti:

  1. Una piacevole scoperta. Scrivi bene. E ci metti il cuore.

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    1. Ti ringrazio moltissimo! Mi hai detto due cose meravigliose...

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