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sabato 19 maggio 2012

Melissa, 16 anni, è morta.

E' immediato. La sigla del telegiornale a un'ora inconsueta, e tutto si ferma. Tutto si gela.
Dall'11 settembre (ormai è diventata quasi una parola sola: UNDICISETTEMBRE, senza bisogno di aggiungere altro, tanto basta), o dalla guerra del golfo, per la mia generazione, quando sentiamo quella sigla tutto si ferma e corriamo al televisore più vicino che intanto sta dicendo TELEGIORNALE, EDIZIONE STRAORDINARIA, e rimaniamo così, col fiato sospeso e gli occhi sgranati, ad aspettare che qualcosa di terribile ci appaia sullo schermo. 
Non è così? 
La giornalista di turno inizia a parlare e noi ci perdiamo le prime parole perché non ce ne frega niente delle introduzioni, diamine dai, cosa è successo? Diccelo, e diccelo subito!!
E l'ha detto, anche oggi, l'ha detto. 
Con la tazza di caffè sospesa a mezz'aria, a metà strada tra il tavolo e la bocca, ho ascoltato quella maledetta sigla, e quella voce che diceva che c'era stato un attentato, a Brindisi, una bomba era esplosa davanti a una scuola mentre alcune ragazze erano appena scese dal pullman e stavano per varcare l'ingresso dell'istituto. Cinque o sei ferite gravi, una, Veronica, lotta disperatamente per rimanere in vita.
Una di loro, Melissa, 16 anni, è morta. 
Melissa, 16 anni, è morta.
Melissa.
16 anni.
E' morta.
C'è un attimo, quell'attimo in cui la notizia arriva come una sberla in faccia a chi la da e a chi l'ascolta, in cui tutto tace di un silenzio vivo e attonito, che sembra fatto di centinaia, migliaia, milioni di respiri sommessi. In quel silenzio siamo più umani di quanto non siamo stati da anni, di quanto non ricordavamo d'essere. 
In quel silenzio siamo tutti, davvero, uguali e vicini. 
Poi parte il susseguirsi di tamponamenti a catena delle notizie, tutto è confusione, tutto è aggiornamento dell'ultim'ora, immagini inedite degli istanti immediatamente successivi all'esplosione, si sente e si vede di tutto in internet e in tv, ai giornali radio. Scenari rubati dalle videocamere dei telefonini dei primi accorsi sul posto, grida, urla, nomi gettati al vento nella speranza che quel qualcuno risponda e invece...invece se ne sta lì sull'asfalto disseminato di quaderni e libri e zainetti bruciacchiati, immobile. 
Perché Melissa, 16 anni, è morta.
Le sue foto appaiono ovunque, il suo profilo di facebook diventa un muro su cui lasciare la propria firma; il suo bel volto, acceso di quella luce calda che solo a quell'età si riesce a catturare ed emanare, campeggia dietro ai giornalisti che riferiscono le prime ipotesi delle indagini partite a spron battuto per scovare i responsabili di questa tragedia. La rete si infiamma di commenti e di cordoglio, manifestazioni di solidarietà vengono organizzate in tantissime piazze d'Italia. Tutti parlano, tutti parliamo oggi, e nelle giornate come oggi, e nasce quella voglia di riunirsi, che sia sulla rete, su un profilo facebook o in una piazza poco importa. 
Nelle giornate come queste, nessuno vuole e deve essere solo. 
Melissa, 16 anni, è morta. Il suo respiro è stato spezzato lì, davanti a quel cancello che vedeva ogni giorno e che, tra poco, l'avrebbe salutata per lasciarle vivere l'estate meritata. La sua vita si è fermata dopo aver lasciato il sedile del pullman che centinaia di volte aveva occupato, e quando si è fermata aveva uno zainetto sulle spalle...uno zainetto pieno di libri e quaderni e i sogni abbozzati di una ragazzina che comincia a guardare al futuro e magari ne ha paura, sì, ma quanta voglia di camminarci in mezzo.
La luce, quella calda del suo bel viso, le è stata strappata via da un'esplosione che ha gettato il suo corpo per terra, come se non valesse nulla, come se lei non avesse 16 anni, come se lei non fosse una ragazza che avrebbe dovuto entrare a scuola, come se non l'avesse aspettata l'estate fatta di mare e sale e sabbia e sole, come se non avesse avuto un amore a cui pensare, come se non avesse amiche e amici così vicini da credere di avere lo stesso sangue nelle vene (perché è così che è, che deve essere, a quell'età), come se non appartenesse a questo mondo, come se non avesse fatto colazione quella mattina e non avesse avuto ancora il latte nello stomaco ad andarle su è giù, magari per la paura di un'interrogazione, come se non avesse pensato a come pettinarsi o vestirsi, come se non avesse dormito serena nel suo letto la notte scorsa, come se non avesse detto buonanotte ai suoi genitori, come se non avesse dei genitori, come se non fosse stata bambina e poi ragazzina, come se non avesse voluto diventare donna e magari avere dei figli, come se non avesse riempito lo zaino di libri, come se non avesse pettinato i suoi capelli, come se non si fosse sbucciata le ginocchia cadendo da bambina, come se...
Come se.
E' a questo che continuo a pensare, oggi. 
Melissa, 16 anni, è morta. 
E' morta perché qualcuno ha creduto che fosse sacrificabile in nome di qualche assurda ideologia criminale.
E' morta lasciando uno spazio vuoto in questo mondo, uno spazio che le era destinato e che avrebbe dovuto riempire e far crescere. 
Vorrei che la persona o le persone che l'hanno uccisa, inciampassero di continuo in quello spazio vuoto, in quella luce spenta, in quella stanza buia, in quel letto freddo che hanno causato. 
Vorrei che ci inciampasse la loro mente, così tante volte da farli impazzire. 
Vorrei che quello spazio vuoto rimbombasse di un silenzio talmente opprimente da fare un rumore assordante.
Vorrei questo e tante altre cose, oggi, mentre un'altra data si aggiunge alle centinaia da ricordare, come una cicatrice in più sulla pelle. 
Melissa.
16 anni.
E' morta.







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